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15/07/2008

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Toccatemi tutto ma non il mio Dio

Clicca per Ingrandire Claudia Colacione, 42 anni, è più affascinante che mai. Sul campanello della casa romana, zona Monte Sacro, si dichiara col vero cognome. Ma lei è la Koll, ovvero un debutto sexy nel ’92 con Tinto Brass, poi fiction e sceneggiati in Tv, un Sanremo con Baudo. Molto teatro e di qualità. Ma soprattutto un mestiere parallelo: la testimonianza nelle chiese, negli oratori, tra i giovani. Perché Claudia oggi è un’altra. Una donna bella e raffinata che innalza la ritrovata spiritualità.

GIORNALISTA - A Vicenza l’aspettano da attrice in gennaio e a fine maggio da testimonial al Festival Biblico. Perché ha accettato?
KOLL - La Bibbia mi è molto cara, la riscoperta della sacra scrittura è stata importante nel cambiamento di vita. Se non si conosce la Parola di Dio non si può viverla, non avverrebbe quello straordinario cambiamento che in me è avvenuto.

G. - Sono state scritte molte cose sulla conversione: la notte col rosario in mano, l’incontro con un sacerdote a S. Anastasia... È avvenuto in un giorno, in un tempo più lungo, gioia o sofferenza?
K. - È avvenuto tutto cinque anni fa. In un periodo di tormento notturno e di dolore. C’è stata una notte col crocifisso di San Damiano. E c’è stato un luogo definitivo: sulla via Aretina, al santuario delle Tre Fontane, dove la Madonna della Rivelazione era apparsa nel 1947 a Bruno Cornacchione, un tranviere romano cattolico diventato protestante. La Madonna gli apparve con la Bibbia: “Entra nell’Ovile Santo”. Lì incontrai un frate che leggeva brani collegati alla luce e rimasi folgorata. Entrai piano piano nel mondo di Dio con semplicità, mentre la scrittura risuonava nel mio cuore assetato.

G. - Prima del 2001 invece...
K. - La mia storia nasce quando sono stata battezzata. Ma il grande vuoto è finito cinque anni fa. Non ero in una condizione di grazia, non frequentavo la chiesa. Ero in un momento di sofferenza assoluta e il Signore ha ascoltato il grido del mio cuore, ha tamponato una ferita che stava per farmi morire.

G. - Ha avuto un grave problema di salute?
K. - No, ma... non penso di essere pronta per parlarne. L’importante è che ora non posso trascorrere una giornata senza pregare. So che il Signore veglia e continua a lavorare su di me».

G. - Lei continua a fare l’attrice: con che criterio sceglie i copioni o le offerte che le arrivano?
K. - Cerco il messaggio, non che sia una prova d’attore: non mi preoccupo più di questo. In “Prigioniero della seconda strada” c’è un messaggio di luce: interpreto la moglie di un uomo di 50 anni che perde il lavoro e va in crisi, e allora lei si mette a lavorare. Neil Simon scrisse il testo negli anni ’70 quando la donna combatteva cercando la parità: il mio intento è recitare senza aggressività, mettendo amore dove l’amore non c’è. È la scelta di come recitare che è diversa, non importa il testo. Ma non sono più capace di recitare personaggi negativi, che mi fanno star male dentro: tendo a vivere il personaggio che interpreto, ci metto il cuore.

G. - Non è di moda nel mondo dello spettacolo manifestare vicinanza ai santi o al Vaticano?
K. - Tra la gente di spettacolo fanno tutti molta fatica a credere nell’annuncio di Gesù. San Paolo diceva che bisogna annunciare con le labbra e credere che il Signore è nel cuore. Sento che è difficile far passare questo messaggio perché c’è una difesa, come se teatro, cinema e tv fossero luoghi inopportuni per testimoniare.

G. - È stata un’urgenza passare alla solidarietà con l’associazione “Le opere del padre”? Per non apparire solo una predicatrice?
K. - La fede ha bisogno delle opere, tutti ci nutriamo di gesti concreti di amore e saremo giudicati in base all’amore, cito Matteo 25: quando ero malato mi avete visitato, nudo e mi avete vestito... Ho incontrato la sofferenza nei malati di Aids, nei bambini leucemici, in Africa perché i missionari salesiani mi hanno proposto una collaborazione. Poi è nata “Le opere del Padre”: sono del Padre non nostre. Stiamo ultimando il sito per dare visibilità alla solidarietà. Siamo andati nelle carceri, negli ospedali, portiamo la coroncina della Divina Misericordia. Perché Maria è fondamentale nella mia vita, l’ho conosciuta anche attraverso il diario di Faustina Kowalska, una grande mistica. In Africa continua la mia guarigione: i vescovi scelgono cosa realizzare, noi contribuiamo. In Burundi abbiamo lavorato ad una casa di riposo per sacerdoti anziani che rischiano l’indigenza. Abbiamo realizzato una sala per l’evangelizzazione dei giovani, un orfanotrofio con scuola materna; in Congo una sala parto e una scuola per bambini malnutriti. In febbraio andremo in Africa con alcuni volontari.

G. - Vuole continuare a recitare?
K. - Davanti vedo sempre il mondo dello spettacolo, anche se lo guardo con altri occhi. Le proposte di lavoro non mancano. Vivo affidandomi al progetto di Dio, posso compiere solo la sua volontà. Mi piace molto questo mestiere: credo che i talenti che Dio ti dà non te li toglie, li traffica per renderti migliore. Sono contenta della mia vita, perché oggi si è molto arricchita.

 donboscoland.it

 

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