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29/07/2016

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LUGLIO 1861, TERRORE A VIESTE

Clicca per Ingrandire Franco Molfese, in una nota del testo Storia del brigantaggio dopo l’Unità, ha scritto che a Vieste il generale Pinelli «fece fucilare alcune decine di persone, tra le quali 5 preti, un ufficiale e 21 militi della guardia nazionale». Le versioni dell'episodio, rese in un manoscritto da un Anonimo e nel Giornale Domestico da Alfonso Perrone, liberali influenti dell'epoca, non coincidono con la versione di Molfese, ciononostante lo storico Giuseppe Osvaldo Lucera, esperto dei comportamenti del generale Pinelli, in un recente convegno non ha manifestato dubbi su quanto riportato da Molfese.

A fine luglio del 1861, da Manfredonia, partiva alla volta di Vieste la famosissima nave a vapore Conte di Cavour con a bordo truppe dell’Esercito Italiano comandate dal notissimo generale Pinelli; il fine era quello di reprimere la rivolta contadina del 27 luglio. Nel Giornale Domestico l’arrivo del Pinelli è stato così descritto: «All’apparire del fumo del Vapore tutti gli assassini ed i saccheggiatori fuggirono a ricovrarsi nei boschi […], ma Pinelli fu in Viesti di passaggio e fe solo fucilare un Brigadiere Doganale a nome Vitale Cupo… ».

La versione dello stesso episodio resa dall’Anonimo è apocalittica: «All’una pomeridiana, infatti da lontano compare l’alberatura di grosso legno da guerra, (era il Conte Cavour trasporto conduttore delle truppe da sbarco). Non gli si dà tempo ad arrivare che fu l’allarme buttato. E già 7 mila e più abitanti di questa terra maledetta, si riversa nelle campagne. Ad un fotografo che sarebbesi trovato sulla tolda del bastimento, agevole sarebbegli stato da lontano ritrarre questa scena grandiosa. Descriverla si rende impossibile, rappresentarne la figura! Vedere torme di 6, 7, 8 cento, di tutti i sessi e di ogni età! Sentirne i pianti, le imprecazioni».

Mentre il paese si andava svuotando, «si approda a lido, e danno disposizione ai sbandati rimasti; presentare le armi alla milizia del Governo che li segue. La quale, posto piede a terra, comandata dal Maggiore Facini del 30.mp li accerchia, li disarma ed in numero di 80 circa li arresta e spedisce sul vapore… Ma intercessero per questi mascalzoni… le Signore del Paese presso Pinelli ancor Esso sbarcato, che cercò esaudirle… ed una parte di detti arrestati, una cinquantina vennero rilasciati liberi. Per uno solo non vi furon preci che bastassero, che venne fucilato: certo Cupo, brigadiere Doganale…».

Che fine fecero i 30 non liberati? Furono processati, incarcerati, fucilati, deportati nel Nord? Solo la possibilità di visionare gli archivi militari potrà renderci la verità. Da quanto raccontato emerge che mentre il popolo minuto, il clero retrivo, i galantuomini borbonici fuggono nelle campagne circostanti, circa 80 sbandati (renitenti alla leva e ex soldati borbonici richiamati alle armi) si fanno arrestare contando su un’impunità più promessa che garantita, non volendo correre il rischio - forse sbagliando - di essere presi sul posto e passati per le armi. Intanto, nel nuovo testo Carnefici, Pino Aprile rileva che la pirofregata Cavour con 515 sbandati a bordo il 6 agosto 1861 partiva da Brindisi alla volta di Napoli. Da Napoli i soldati sbandati a migliaia venivano smistati, sperando invano di tornare un giorno a casa.

Quale terribile fama aveva preceduto l'arrivo del generale Pinelli a Vieste? Il Pinelli, comandante militare delle province parmensi, nell'ottobre del 1860 venne assegnato al comando delle forze italiane assedianti la cittadella di Civitella del Tronto, in mano a una guarnigione dell'esercito borbonico. Pinelli, non riuscendo ad averla vinta, adottò senza successo misure repressive contro la popolazione civile, fino ad essere nel gennaio 1861 sostituito con il generale Luigi Mezzacapo. Il nuovo codice penale militare era entrato in vigore con la legge del 1° ottobre 1859, consegnando ai comandanti di un corpo dell’esercito il potere di emanare bandi militari. Il generale Manfredo Fanti, a capo del Corpo d’esercito dell’Italia centrale, emise uno dei primi bandi il 23 ottobre 1860, convocando i tribunali militari straordinari contro quanti avevano commesso atti di brigantaggio e detenuto armi senza appartenere alla Guardia Nazionale.

Negli stessi giorni il generale Pinelli, contro i ribelli della provincia dell’Aquila, era andato ben oltre la pur repressiva legislazione speciale: aveva fatto affiggere sui muri dei paesi della Marsica un proclama minaccioso al semplice scopo di atterrire le popolazioni. Dopo di che applicò realmente la pena della fucilazione anche ai rei di offesa e ingiurie nei confronti della bandiera nazionale, del ritratto del re, dello stemma dei Savoia. Non riuscendo a imporsi sulle bande del Piccioni e riconquistare l’alta valle del Tronto, ordinò fucilazioni senza applicare le pur già esigue garanzie formali, arrivando nel gennaio del 1861 a suggerire a Cavour l’istituzione di dittature militari in cui i generali dell’esercito fossero liberi di adottare misure repressive tali che oggi definiremmo «crimini contro l'umanità».

Il generale Ferdinando Augusto Pinelli ordinò atti di una violenza inaudita, ciononostante fu decorato con la Medaglia d’Oro al valor militare il 9 febbraio 1862. Oggi si può senz’altro affermare che la protesta dei contadini meridionali non avrebbe indossato gli abiti della lotta armata, della reazione, del brigantaggio, se dopo il crollo del regine borbonico il governo torinese non avesse voluto attuare una repressione violenta, indiscriminata, sproporzionata alla gravità dei reati commessi, quando ancora la lotta contadina non era rivolta contro l’esercito sardo-piemontese. Ormai, nel luglio del 1861, secondo Aldo De Iaco, le masse popolari, soprattutto in Capitanata e nel Gargano, vedevano chiaramente il nuovo governo come «il governo dello stato d'assedio e del terrore anti-contadino, e dall'altra, come un solido appoggio ai nuovi ricchi che avevano lucrato dall' illegale acquisto delle terre di pubblica proprietà».

Michele Eugenio Di Carlo


(tratto dal testo Contadini e braccianti nel Gargano dei briganti, adattato ad articolo dallo stesso autore)


Piccola bibliografia relativa all'articolo
F. MOLFESE, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Molinara, ed. Westindian, 2012;
A. PERRONE, Giornale Domestico, 1° settembre 1861, in Memorie di A. G. B. Perrone, a cura di Maria Eleonora Mafrolla, Vieste, grafiche Iaconeta, 2005;
Centro di Cultura «N. Cimaglia» (a cura di), Successe il ventisette, Vieste, Grafiche Iaconeta, 1983;
G. GALASSO, L'esercito di Franceschiello: una storia di onori e calunnie, «Corriere della Sera», 27 febbraio 2010, p. 17
C. CESARI, L’assedio di Gaeta e gli avvenimenti militari del 1860-61 nell’Italia Meridionale, Roma 1926;
C. CESARI, Il brigantaggio e l’opera dell’esercito italiano dal 1860 al 1870, Roma, Ausonia, 1920;
Carteggi Cavour, La Liberazione del Mezzogiorno, vol. IV.
A. DE IACO, Il brigantaggio meridionale - Cronaca inedita dell'Unità d'Italia, Roma, Editori Riuniti, 1969.

 Redazione

 

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