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11/06/2016

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LA FORZA DEL DIALETTO

Clicca per Ingrandire Quattro chiacchiere con l’autore di «‘A grammàtëca pëschëciànë» e «Paràulë dë Peschëcë», Paolo Labombarda, in occasione della manifestazione “Saperi e Sapori” tenuta il 20 aprile scorso. All’incontro hanno partecipato gli allievi dell’Istituto “Libetta” nella sala Consiliare del Comune di Peschici.

- Quale il “nocciolo” del suo intervento?

Due parole sulle modalità di scrittura del dialetto peschiciano, anzi su una modalità definita. Mi è infatti capitato di scrivere, insieme a Rocco Tedeschi, peschiciano doc, e a Patrizia Ugolotti, anglofona consigliere di “Italia Nostra”, «‘A grammàtëca pëschëciànë» e «Paràulë dë Peschëcë», una raccolta di circa 5mila termini peschiciani con traduzioni in italiano e in inglese.

- Cosa l'ha spinta a dedicarsi a un'opera riguardante il nostro dialetto?

Beh, qualche tempo fa, nel 2009, ho dato vita a “Venti di grecale”, un romanzo il cui sottotitolo è “Peschici anni ‘40”. Il romanzo racconta la vita di Bianca, non peschiciana, a Peschici dal 1940 al 1946. Lo scritto, permeato di percezioni, ricordi della mia prima infanzia, racconti successivi, delinea, sullo sfondo della storia di Bianca, le realtà di un paese arroccato sulle ultime vestigia del Medioevo, realtà descritte con episodi, con immagini, con odori, con suoni, con suoni di voci… Sì, con suoni di voci, anche con frasi, con dialoghi in dialetto, con intercalari dialettali. Ho voluto scrivere frasi in dialetto peschiciano, io, che trovo già piuttosto intricato scrivere in Italiano figuriamoci in peschiciano. Ho cercato naturalmente di documentarmi: ho letto scritti in dialetto (non ne ho trovati moltissimi, ma quelli che ho letto - di Angela Campanile, Michel’Antonio Piemontese e altri – erano piacevolissimi). Ho dipanato studi di dialettologi regionali (Clemente Merlo, Giacomo e Michele Melillo), oltre che di Michel’Antonio, la memoria sacra del dialetto peschiciano. Ho attivato discussioni coi locali attraverso “New Punto di Stella”, il giornale on line diretto da Piero Giannini.

- E ha trovato qualcuno… qualcosa che potesse venire in suo aiuto?

Non sono riuscito a trovare regole definite di scrittura del dialetto peschiciano. Il dialetto, si sa, si tramanda essenzialmente per tradizione orale. E, di quei pochi che scrivono, ognuno scrive a modo suo: tanto scrivono per i peschiciani, che il peschiciano lo sanno leggere, in qualunque modo lo trovino scritto. M’è venuta allora l’idea di provare a definire regole di scrittura del dialetto. E ho avuto la fortuna di incrociare due baldi amici, Rocco e Patrizia, che l’idea hanno voluto condividerla. Sono così nate “‘A grammàtëchë” e “Paràulë”.

- Dev’essere stato un lavoro complicato, lungo.

Un lavoro del genere è tutt’altro che banale, va affrontato in 4 passi:
- analisi dei suoni del dialetto (la fonetica, l’identificazione dei “fonemi”, i suoni elementari),
- definizione di un sistema di scrittura del dialetto (l’ortografia, l’identificazione dei “grafemi”, i simboli grafici),
- messa a punto di regole grammaticali,
- verifica dell’applicabilità del tutto nei contesti correnti: parole, modi di dire…
Il sistema di scrittura proposto è mantenuto per quanto possibile prossimo al sistema di scrittura della lingua italiana: l’alfabeto è composto di 25 lettere, le 21 dell’alfabeto italiano classico, più la vocale muta ‘ë’, diffusissima nei dialetti del meridione, le due semiconsonanti ‘j’ e ‘w’, anche loro molto frequenti, la consonante ‘š’ (pronunciata come il digramma ‘sc’ della parola italiana ‘scena’), necessaria per la rappresentazione di accoppiamenti consonantici (esempio: vùšchere lucertola). I grafemi ‘ë’ e ‘š’, piuttosto comuni tra i dialettologi, sono presenti nei sistemi di scrittura delle genti slave adiacenti, cugine dei peschiciani (esempi: Shqipëria Albania, Priština Pristina).

- E adesso il peschiciano ha una sua propria modalità di scrittura…

Noi ne abbiano proposta una. E l’abbiamo verificata in vari contesti.Riterrei comunque opportuno sottolineare che la modalità di scrittura da noi proposta non è certamente l’unica pensabile, è presumibilmente (ma non necessariamente) suscettibile di modifiche (il modificare risulta comunque meno arduo del creare), potrebbe ambire a divenire “ufficiale”, qualora l’“intellighenzia” e/o i giovani del paese l’adottassero, la ritenessero propria, la gestissero (come fa l’“Accademia della Crusca” con la nostra bella lingua, la lingua italiana).

- Il dialetto, a suo parere, è segno di ‘ignoranza’ (o come più spesso viene definita, maleducazione) o un patrimonio da preservare?

Il dialetto o la lingua, entra in noi insieme con il latte di mammina: vive in noi, fa parte di noi, ci modella, ci forma.Di lingue, di altri dialetti, se ne possono imparare, se ne imparano. Ma, quando siamo in intimità con noi stessi, quando parliamo solo con noi stessi, e non abbiamo bisogno di maschere… o quando usciamo di senno, e le maschere s’infrangono… allora, come ci esprimiamo? L’ignorare il nostro dialetto, sì, può far pensare a ‘ignoranza’, ‘ignoranza’ di una parte di noi stessi!

- Potrebbe dirci qualche parola in dialetto poco usata o molto diversa dalla sua traduzione in italiano?

Tutti voi di parole di questo genere ne conoscete certamente più di me: come, per esempio, culàcë tarallo, jalë spiaggia, jubìzzë violetta, murìtëchë ombra, salambàchё ramarro, scazëcavàzzë cavalletta, scёsciàrchё pigna secca, sciùcchё gonna, sciùšchё frusta, sessë sorella, smurìcëchë ginepro, stingë lentischio, tacchёrё legnetto, totërë pannocchia, vùšchere lucertola… Le conoscete, vero? Molte di esse - lo sapete - hanno radice slava.

Gianluca Marino

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