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19/03/2016

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STORIE ANTICHE PER PAPÀ MODERNI

Clicca per Ingrandire In ogni angolo del Gargano vi è posto un frammento di storia i cui avvenimenti non sono tutti documentabili. Gli stessi episodi raccontati si modificano poi nel tempo, così dalla storia passano alla leggenda. Le scosse di terremoto e il caldo torrido, verso l’inizio degli anni cinquanta, non consentivano alla popolazione sannicandrese di dormire. Nelle notti di quell’estate, gli abitanti del rione “Vigna di Brenna” solevano riunirsi nella strada di via Ariosto formando un semicerchio per recitare il santo rosario di fronte alla chiesetta di San Giuseppe, bene in vista, invocando San Michele per ogni scossa.

(Domanda: perché s'invoca San Michele? Risposta: “L'angelo cattivo nelle sembianze di serpente ha convinto Adamo a mangiare la mela. L'angelo punito da Dio per la vergogna si rifugia in fondo alla cavità terrestre e ogni volta che tenta di risalire alla superficie provoca il terremoto. Chi può allora proteggerci? L’unico è San Michele, perché San Michele è il Cavaliere dominatore del serpente”.) Terminato il rosario, le persone anziane raccontavano storie di avvenimenti antichi. In una di quelle occasioni sono venuto a conoscenza delle origini della scampagnata. Tradizione ancora oggi ricorrente, ma in misura ridotta, ogni 19 marzo, onomastico di San Giuseppe, Padre putativo di Gesù, e attuale Festa del Papà. Questo il racconto.

«Un giovane di nome Giuseppe, nato da una relazione occasionale fra una domestica e un signore benestante che, per non infangare la propria reputazione, destinò da subito mamma e figlio in una località lontana e ben isolata dal resto del paese. Il ragazzo, cresciuto e rimasto orfano, lavorava nei campi in qualità di garzone senza mai scendere in paese. Desiderava conoscere altri luoghi, altra gente e soprattutto visitare il paesello che i compagni di lavoro trascorrevano nelle festività e al loro ritorno raccontavano tanti particolari suscitando ancor più la sua curiosità, al punto che si sarebbe accontentato di vederlo anche da lontano.

«Un giorno era intento a preparare il terreno per la piantagione della vigna, lavoro molto duro e faticoso in quanto consiste nel rimuovere il terreno in profondità, ripulirlo da ogni erbaccia e togliere qualche sasso incastrato. La giornata era ancora invernale ma soleggiata, il cielo limpido e celeste. Ogni tanto si sdraiava per terra col viso rivolto verso l’alto e riposare la schiena. La distanza dal cielo era tanta, forse la stessa che lo separava dal paese, così immaginava e… si rassegnava. La solitudine di tutta la sua esistenza e il mancato contatto con altri suoi simili travisavano le dimensioni della realtà.

«È vero che il cielo è distante e immenso, ma ha la capacità di ascoltare, vedere azioni, desideri, lamenti, sentimenti buoni e cattivi di tutta l’umanità e, col tempo, premiare, esaudire, placare e manifestare. Il giovane aveva con sé quattro arnesi per poter espletare quel tipo di lavoro: una zappa, un piccone, una vanga e una mazzetta. Nel mentre era intento a lavorare, un’improvvisa tromba d’aria lo sollevò trasportandolo via e con lui tutti gli attrezzi. Per alcuni giorni, di lui non si ebbero notizie.

«Ogni zona del Gargano era all’epoca frequentata da pellegrini che venivano da paesi lontani per sostare e visitare i luoghi sacri dove diverse divinità avevano dimorato. Il Promontorio, fin dall’era pagana, era famoso per la sua posizione rispetto al sole che gli ruota intorno e per il clima, il punto d’incontro di tutti i venti, le correnti che rendono l’aria pura, nonché per essere baciato dal mare, ammirato dalle costellazioni più celebri e coronato dalle mezze fasi lunari. Luogo importante e antico scelto ancora oggi dai Pellegrini per rigenerarsi con energie spirituali.

«Un pellegrino, superando la cima di una collina, avvistò proprio il 19 marzo, in mezzo a un bosco fitto di alberi di ulivi e lecci, il corpo di un giovane seduto appoggiato a un muretto a forma di semicerchio, quasi una nicchia, occhi ancora spalancati, come fosse vivo e ammirasse il paese visibile in ogni sua parte. Accanto a lui… una zappa, una vanga, un piccone e una mazzetta. Era il cadavere di Giuseppe venuto da lontano, caduto dal cielo. Sotto di lui la vista completa del paese di San Nicandro, quasi a portata di mano. Fu sepolto in quel luogo e tutti i sassi intorno a lui furono adoperati per farne una casetta rurale.»

***

Questo racconto è privo di documentazione, mentre esiste quella relativa ai nomi degli eremiti che abitarono per mezzo secolo in quel luogo intorno al 1700. Eccone i nomi e la data della loro partenza:
Giuseppe Ferrandino da Cagnano – 29 giugno 1717
Cataldo D’Augello – 8 settembre 1719
Giuseppe Birardo – 20 marzo 1730
Stefano Martuccio – 17 aprile 1741
Alessandro Scuro da Laino - un giorno (ignoto) del 1743
Nicolò Rinaldi – 20 maggio 1753.

***

Verso la metà dell’800 fu costruita la chiesetta. La popolazione sannicandrese ogni 19 marzo andava in pellegrinaggio, ascoltava la Messa solenne e dopo consumava all’aperto i cibi portati da casa. La data coincide con l’addio dell’inverno e l’arrivo della primavera. Infatti, il sentiero che collega la chiesetta al paese è ricco di viole, utilizzate per ornare l’Altare. I ragazzi poveri si impegnavano alla buona riuscita della composizione delle viole in mazzolini che barattavano con qualche uovo sodo o un pezzo di frittata. Per tutti era una gran festa. L’arrivo della primavera rappresentava la rinascita e la fine delle sofferenze patite dalle lunghe e fredde giornate invernali.

L’aria, oltre al profumo dei fiori, era invasa dagli odori dei cibi che i pellegrini portavano da consumare dietro la chiesetta, mettendo tutte le pietanze in comune: frittate, caciocavallo, pezzi di maiale stagionato, lampascioni al forno, ricotte e scamorze. Ognuno offriva il meglio della scorta di casa. Per l’occorrenza venivano preparati anche i dolciumi: peperati, taralli, biscottini col seme di anice e ciambelle. Il vino nostrano riempiva il fiasco che i partecipanti si passavano di mano in mano.

Ricordo che negli anni cinquanta si brindava con la ‘birra peroni’ mista a gazzosa e con l’aranciata chimica (acqua, bustina di polvere effervescente e fialette di essenza d’arancio). Si cantava fino a sera “quel mazzolin di viole che vien dalla montagna, guarda ben che non si bagna, te lo voglio regalar”. Il tentativo di regalare un mazzolino di viole a una ragazza - pur non muovendo le labbra tanto era lo sguardo a recitare - era di per sé un atto di coraggio e se per caso veniva accettato rappresentava una vera conquista.

La collina di San Giuseppe è di certo un luogo sacro e suggestivo. Perfino i venti fanno mulinello e soffiano sempre un’aria fresca messaggera di fratellanza e bontà.

Antonio Monte




 Redazione

 

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  Commenti dei Lettori:

-- 19/03/2016 -- 19:21:17 -- vincenzo

Racconto poetico, questo di Antonio Monte, che continua a meravigliarci. Pare sapere molto di più di quanto non dovrebbe saperne, atteso il presto allontanamento dalla propria culla!

 
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