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06/03/2016

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LA STORIA NON HA PIÙ SEGRETI… FORSE!

Clicca per Ingrandire Ischitella, come Devia, Vico e Peschici, molto probabilmente venne fondata nel 10° secolo da Slavi che - prima imperversanti per saccheggi e razzie lungo le coste del nord Gargano - nell'anno 970 furono chiamati da papa Giovanni XIV a respingere i Saraceni, mentre Longobardi e Bizantini si contendevano altre aree garganiche. Lo studioso Giuseppe Di Perna, nel testo “Il Gargano nell’alto Medioevo”, imputa alla bolla ‘Iustis Petitionibus’ di papa Stefano IX, datata 1053, la prima testimonianza dell’insediamento di Ischitella.

Il feudo d’Ischitella segue un percorso storico particolare, in quanto per tutta l’epoca normanna e sveva fa parte della contea di Caserta per poi finire come sub-feudo dell’«Honor Montis Sanctis Angeli». Seguendo un ordine cronologico, al fine di ricostruire la storia del feudo di Ischitella, Pasquale Corsi, attuale presidente della Società di Storia Patria per la Puglia, prende in considerazione la monografia di padre Ciro Cannarozzi, dove sono rinvenibili rilevanti testimonianze estratte dall’Archivio di Stato di Napoli, prima che i documenti attinenti fossero distrutti durante la seconda guerra mondiale.

Dall’ampia documentazione studiata, riportata nel saggio “Testimonianze su Ischitella e il suo territorio”, Corsi rileva, in un atto notarile rogato a Vieste il 1153, l’esistenza di un Gionata, qualificatosi come signore di Ischitella e probabile esponente di un ramo marginale dell’aristocrazia normanna. Invece, nell’«Historia» di Huillard-Brebolles, Corsi ravvisa in un privilegio di Federico II del 1225, la presenza di un non meglio precisato Paolo, ‘dominus’ dell’insediamento fortificato di Ischitella, mentre nel «Catalogus baronum», curato da Cuozzo, annovera come signora di Ischitella la famosa - perché celebrata nei teatri del Novecento - Syfridina, contessa di Caserta.

In epoca angioina l’insediamento di Ischitella passa in successione nel possesso degli Isardo, dei De Cunio, degli Ianvilla, dei Dentice. All’atto del passaggio dalla dominazione angioina all’aragonese, i Dentice - pur rimanendo fedeli ai francesi - riescono con Giovanni a riottenere il feudo di Ischitella. Morto Giovanni il 1480, il feudo finisce per successione nel possesso della figlia Adriana che, sposando Giovanni de’ Sangro il 1497, lega indissolubilmente la terra di Ischitella alla tanto decantata famiglia nobiliare.

Sul finire del Cinquecento il feudo passa nel possesso dei Turbolo, i quali pretendono dai cittadini il pagamento di ossequiosi balzelli e odiose ‘corvèes’ (giornate di lavoro gratuito; ndr) al fine di poter continuare a esercitare alcuni degli ordinari usi civici. La manifesta usurpazione di diritti esercitati ‘ab antiquo’ dalla popolazione si risolve con un capitolato del 1593, rinvenuto dal ricercatore Giuseppe Laganella, nel quale il barone dovette cedere i diritti pretesi, anche se abbondantemente risarcito dall’Università (intesa come ‘città’, nucleo abitato; ndr). Il 1622 i Turbolo comprano anche il marchesato di Peschici.

Dalle “Biografie Ischitellane” di padre Ciro Cannarozzi, la ricercatrice garganica Teresa Maria Rauzino coglie la notizia della presa di possesso delle terre di Ischitella, il 1674, da parte dei Pinto y Mendoza (foto del titolo, lo stemma; ndr), i quali lo possederanno fino alle leggi di eversione della feudalità del 1806. Acquisiamo dal saggio “Il Gargano nel Settecento” del sammarchese Tommaso Nardella che i Pinto, “già possessori, unitamente agli Spinelli, di Rodi […] presero con Emanuele, ministro borbonico, il titolo di principi di Ischitella”.

La famiglia Pinto, originaria del Portogallo e proveniente dalla Spagna, era sbarcata a Napoli con Don Louise negli anni della grande persecuzione che la Santa Inquisizione spagnola aveva operato nei confronti degli ebrei convertiti al cristianesimo: quei ‘conversos’ non sempre a torto sospettati di continuare a praticare riservatamente i riti di antica tradizione giudaica. Il nipote del capostipite Don Louise, il principe Luigi, figlio di Emanuele - secondo le ricerche di Laganella, - si era trasferito nel castello di Ischitella il 1691.

La morte prematura del nobile Luigi consegna il feudo nelle mani del giovanissimo Francesco Emanuele, singolare figura di ‘dominus’ che, seppure molto attivo nelle pretestuose e presuntuose richieste di natura feudale, risulta possibile annoverare nella scarna ma qualificata schiera di mecenati dell’epoca, in quanto restauratore dei castelli di Ischitella e Peschici, dove fece costruire la Torre del Ponte, posta ancora oggi sopra la via di accesso al centro storico.

Secondo la Rauzino, “Francesco Emanuele Pinto fu quindi un vero e proprio esteta. Oltre all’amore per l’arte ed il giardinaggio, è ricordato come raffinato collezionista di presepi […] Le cronache di ‘La Gazzetta di Napoli’ citarono a più riprese, durante il periodo austriaco (1707-1734), la visita dei Viceré ai presepi napoletani ed è singolare apprendere che il più celebre presepe in città (foto 1 sotto, i Re Magi) era quello di Emanuele Pinto, principe di Ischitella” (da “I Pinto, principi di Ischitella e Peschici”).

Dal 1767 è il figlio Pasquale a portare lo scettro di un piccolo mondo feudale ormai al crepuscolo. Lo fece alla sua maniera, assecondando le propensioni caratteriali prepotenti: quelle di un principe altezzoso postosi su un piedistallo torreggiante e ricoperto d’oro, in un mondo di miseri ed emarginati. La Rauzino spiega la manifesta ostilità popolare, degenerata in aperta rivolta, come l’effetto della peculiare e iniqua prassi di riscossione delle tasse. La scelta del principe di incamerare le tasse a battaglione, cioè a piacimento dello stesso, gravando le plebi rurali e affrancando se stesso, comportò finanche le dimissioni del sindaco Visconte.

La notizia straordinaria del ritrovamento dell’intero carteggio familiare inedito della famiglia Pinto - pervenuto in possesso di Laganella tramite Ettore Ventrella, dopo essere stato ritrovato in un archivio campano da Vincenzo Civitavecchia - apre scenari nuovi sulla storia feudale delle città di Ischitella e Peschici, e aggiungerà importanti tasselli al testo “Ischitella e il Varano dai primi insediamenti agli ultimi feudatari”, curato dallo stesso Laganella e dalla Rauzino.

Michele Eugenio Di Carlo



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