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18/01/2016

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DA LECCE, VIA PESCHICI, CON AMORE

Clicca per Ingrandire Lettera dell’Arcivescovo di Lecce, “capitale del ricamo della pietra”, peschiciano di nascita (foto 1 sotto; ndr), al ministro dei Beni e Attività culturali e Turismo, Dario Franceschini. Oggetto: l’Abazia di Càlena (foto del titolo) e il degrado che ne segna il declino e… la morte. Di seguito il testo.


Signor Ministro,

da tempo sto rimandando (l’invio di; ndr) questa lettera che indirizzo a lei quale Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dunque all’Autorità competente nella questione che lei già conosce e che ora vengo ad esporre. Devo confessarle che ciò che mi ha spinto a mettere mano a questo scritto è l’evidenza del suo impegno, della sua passione, della sua tenacia e della sua competenza nella difesa e tutela del nostro patrimonio artistico, non ultimo i bei risultati raggiunti a Pompei.

Come legge sono l’Arcivescovo della capitale del ricamo della pietra, come amo definire la mia Lecce. Ma per ora non vengo a parlarle o a presentarle i molti problemi che mi travagliano come vescovo di questa città per tutelare le sue stupende e inimitabili Chiese e monumenti sacri, espressioni raffinate del ‘barocco leccese’. Sarei contento e onorato di una sua visita in questa nostra città perché ne ammiri la sua bellezza e ci dia una mano nel tentare di mettere mano al degrado di molte sue Chiese.

Ma ciò che mi spinge a chiedere il suo autorevole intervento è una ‘questione di cuore’. La mia terra natale è il Gargano, in particolare la cittadina che pochi giorni fa dal Touring Club è stata annoverata fra i primi dieci borghi marinari d’Italia più belli: Peschici. Il Dio Creatore non è stato avaro nel distribuire i tratti della sua bellezza nelle opere create. Accanto alle meravigliose bellezze naturali: spiagge, coste, insenature, grotte marine, pinete - devastate qualche anno fa da un terribile, rovinoso incendio, - c’è una perla artistica del X-XII secolo: l’Abbazia di Santa Maria di Calena che ha mosso i suoi primi passi nel IX-X secolo con la presenza di una comunità monastica benedettina.

Una lunga storia. I monaci benedettini per secoli sono stati maestri di fede, di arte, di cultura, di lavoro (vigneti, oliveti, pesca...). Una storia che conosce il suo arresto verso la fine del XVIII secolo quando l’Abbazia passa al Demanio con tutte le sue pertinenze: due chiese, fattorie, scriptorium in forte degrado. A questo periodo si parla di un’asta che assegna alla famiglia Martucci di Peschici l’intero complesso abbaziale trasformandolo in una azienda agricola.

Il grande storico dell’arte E. Bertaux ha analizzato nelle sue pubblicazioni le due Chiese presenti nel complesso abbaziale che presentano rare e interessanti tipologie di architettura pugliese con evidenti influssi borgognoni. Delle due Chiese sono in piedi solo i muri perimetrali con alcune monofore e vari elementi decorativi. Scomparsi quasi del tutto gli affreschi che erano nella Chiesa più antica trasformata in officina meccanica e rifugio per mezzi agricoli.

Circa due anni fa è crollata l’ultima parte del tetto che era rimasto in piedi dopo il crollo avvenuto negli anni ’40 dello scorso secolo, non per una incursione aerea come sostengono alcuni, ma per il suo totale degrado e abbandono.

Sarebbe troppo lungo continuare nella presentazione della situazione attuale, frutto di abbandono, incuria da parte dei proprietari e di mancata tutela da parte dell’autorità preposta: la Sovrintendenza di Bari. Sono intervenuto varie volte presso la suddetta Sovrintendenza negli anni 2003-2009 quando ero arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo e quindi interessato e deputato alla conservazione e al rispetto dei luoghi sacri. I risultati: quali? Ormai c’è l’Abbazia che assiste da sola e con la sofferenza di pochi, alla sua ‘agonia di pietre’ che rotolano nell’indifferenza e ignavia delle proprietà, nel quasi silenzio assordante dell’autorità tutoria, leggi Sovrintendenza, e nel pilatesco gesto di lavarsene le mani da parte delle altre autorità istituzionali.

Ormai siamo in pochi a non tacere. In primis il Centro Studi Martella di Peschici e il suo presidente nella persona della prof. Teresa Rauzino - la stessa in data 16 settembre 2015 le ha inviato una richiesta sul caso in questione - alla quale va la mia più sentita gratitudine, perché continua nel suo esercizio di Cassandra: grida, denunzia, promuove campagne di sensibilizzazione, ma nessuno di quelli che dovrebbero ascoltare interviene presso la proprietà perché tuteli e difenda un patrimonio di arte, di fede e di storia che ci è stato consegnato dalle generazioni che ci hanno preceduto nel corso di mille anni.

Signor Ministro, prenda a cuore questa situazione: siamo al Sud. Ma possibile che nel nostro Sud dobbiamo continuare ad assistere alla latitanza di chi dovrebbe farsi presente secondo norme e leggi che regolano la tutela e difesa del patrimonio artistico, del nostro Paese? Non vorrei rubare molto del suo impegno per la tutela del nostro patrimonio che con generosità intelligente sta portando avanti. Lei conosce bene la parabola di Lazzaro e del ricco Epulone: poveraccio! Doveva lottare con i cani per sfamarsi con qualche briciola! Lo stiamo facendo da anni. A noi di questo profondo Sud ne avanzano proprio poche di queste briciole, per latitanze, distrazioni, assenze… Forse oso troppo: ma le andrebbe di fare una visita a questa secolare Abbazia abbandonata, dimenticata, bistrattata, depredata della sua bellezza e della sua arte?

Io sono un vescovo che serve la Santa Chiesa di Dio e gli uomini, miei fratelli. Non sono un’autorità e non mi rivesto di essa. Parlo da figlio di Peschici, questo pezzo di terra benedetta da Dio per le sue bellezze e maltrattata dagli uomini per tutte le ragioni di cui sopra. Forse le chiedo troppo: una sua visita! Sarebbe un bel regalo! Diversamente mi accontenterei di poterla incontrare e aggiungere a voce molto altro e consegnarle e illustrare un dossier abbastanza completo sull’intera vicenda.

La ringrazio per l’attenzione, ne sono certo, che non chissà quando ma da Adesso (dicevano i Latini: ‘intelligenti pauca’) vorrà prestare a questa mia accorata e sofferta denunzia. Il Signore l’accompagni con la sua benedizione nel servizio che, con generosità e impegno intelligente, sta donando al nostro Paese.

Con sensi di stima

† Umberto Domenico D’Ambrosio
Arcivescovo di Lecce


 Redazione

 

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