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06/04/2013

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L”AQUILA 2009: DAL DIARIO DI PATRIZIO BASSI

Clicca per Ingrandire Responsabile Comunicazione dell’Associazione italiana arbitri, sezione di l’Aquila, Patrizio Bassi ha messo nero su bianco, sotto l’emozione dell’esperienza vissuta in prima persona, una serie di flash che frustano la schiena più di una scossa sismica. In categoria VIDEO della Settimana la telefonata dell’allora capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, ‘intercettata’ il 31 marzo 2009 e le interviste al sindaco della città e al vicecapo della P.C. che hanno avuto il loro peso nel processo ai membri della Commissione Grandi rischi, “luminari del terremoto in Italia” (definizione di Bertolaso), ritenuti “responsabili” di non aver preso le dovute precauzioni prima che si scatenasse il sisma del 6 aprile 2009 in Abruzzo, con 309 vittime (foto del titolo la Cupola della Cattedrale sventrata - foto 1 sotto: la registrazione della scossa).


LE PAGINE DEL DIARIO
Alle 23 del 5 Aprile “solita” scossa, un po’ di isterismo di mamma, da me derisa.
Si va a letto.
Alle 3:30 un risveglio brusco.
Non so quanto sia vero… io ricordo dei flash…
ricordo di aver sentito una breve scossetta anticipatrice.
Ricordo di essermi alzato dal letto, seduto sulle coperte, acceso la luce, pensato a mia madre.
Sì, pensavo di andare nella sua stanza per tranquillizzarla, dato che già nei precedenti giorni
era spaventatissima per le scossette.

E così mentre chino la testa alla ricerca delle ciabatte sento una botta in testa fortissima.
Dalla mensola sopra il mio letto erano caduti diversi CD e soprattutto un modellino in scala 1:18 di una Chevrolet.
Il giorno dopo parlerò con Simone, un ragazzo che abita a pochi metri da casa mia, che aveva avuto lo stesso incidente.
Mentre mi tenevo la testa con una mano sento un rumore cupo, un rombo allucinante, uno spostamento, e un tremare.
Una scossa allucinante. Vedo tutto nella mia camera muoversi… il pc fa 1 metro… cadono tutti i libri…
e nel frattempo non ho il riflesso di fare nulla, solo chiudere i pugni e ripetere “smettila smettila smettila”.

E non smetteva. non ho idea di quanto sia durato… 10… 20… 30… secondi per me ogni durata può essere valida.
Smette. Non sento più nulla, fumo, calcinacci… niente…
vado dai miei, gridando di uscire.
Mamma pensa anche a cambiarsi che “col pigiama non si può”
scarpe da ginnastica al volo e ci scapicolliamo per le scale.
Usciamo fuori, ma probabilmente non avevo capito.
Vedo la gente uscire… ok…
Vediamo tutti cacciare le auto dal garage, ma noi non avevamo le chiavi.
E qua sta l’assurdo.

Risalgo a casa
Non avevo capito un cazzo.
Risalgo a prendere le chiavi, le prendo riescendo.
Verso le 4:30 c’è Stefano che viene da casa sua.
Insieme rapido scambio di “come stai? i tuoi?”, decidiamo di andare a vedere come sta Daniele.
Tutto bene, i genitori spaventatissimi, ma ok.
Chiamiamo Sara. Maledizione non risponde.
Partiamo, a piedi, verso il centro, puntando alla casa di Sara.
Si sparge la voce che a Paganica ci siano dei morti e che sia crollata la casa dello studente.

Passo lesto, lestissimo.
Passiamo davanti al Torrione, resti dell’acquedotto romano, parzialmente crollato.
Alcune macchine hanno 5 cm di polvere sopra.
Comincio a capire che non è la solita scossetta da 2 mesi a questa parte.
Arriviamo alla Fontana Luminosa, perfettamente integra, almeno così sembrava considerando il buio.
Passiamo rapidissimi il corso, pieno di macerie.
Sembrava bombardato.

Passo lesto e saltellando sopra i resti di tetti, insegne, vetri e quant’altro.
Corriamo attraverso i Quattro Cantoni, San Bernardino, finalmente troviamo Sara, Alessia, MariaVittoria e Simona.
Tutte bene.
Sara aveva lasciato il cellulare in casa.
AAAAAaaaaaaaaaargh.
Abbraccio liberatorio.
Io e Stefano zuppi di sudore per la corsa e per il nervosismo.
Torniamo in centro, Piazza Palazzo, sede del Comune.
Molte, moltissime macerie, ma la Torre è lì, il Comune pure… più o meno.

Giriamo per il centro, Piazza San Marco è totalmente buia, la Prefettura non c’è più.
Niente di niente. Ma non era nulla in confronto a quello che avremmo trovato a Via XX Settembre.
Corriamo verso la casa dello studente.
C’è anche una nebbiolina… un po’ di umidità, un altro po’ di polvere.
I crolli erano avvenuti da poco.
Giriamo… già di notte uno spettacolo allucinante.
Allucinante.
Se i tedeschi avessero bombardato la strada avrebbero fatto meno danni.

Mi ha colpito la visione di stanze sventrate e la presenza di termosifoni in ghisa retti solo dai tubi
perché il muro non c’era più.
Dentro si vedevano i poster dei ragazzi. Allucinante.
Acqua che sgocciolava dai palazzi.
Plic plic plic.
Davanti alla casa dello studente una gazzella dei Carabinieri e tanta gente.
La gente invita i Carabinieri ad intervenire.

In modo allucinante un carabiniere si guarda gli stivali lucidi lucidi e dice: “Ma così come ci vado”.
Provano ad andare via… la gente sta per sbranarli.
C’è Stefano Stabbyoboy che lo manda affanculo.
Altri protestano.
Si difendono dicendo “aspettiamo il genio” (presumo militare!).
E vanno via.
Con loro anche il fascio di luce che illuminava le rovine.
Altra scossa, forte.

Ci guardiamo io e Stefano e capiamo che dobbiamo tornare dai nostri genitori.
Così facciamo.
Torniamo e già notizie di 10-15 morti arrivano.
Ci iniziamo a lamentare dei soccorsi che non c’erano, ma col senno di poi…
Erano tutti ad Onna, il paese che non c’è.
Albeggia, poi fa giorno.
Siamo stremati, una notte in giro di corsa.
Mi chiudo in auto, giubbetto sulle spalle, chiudo gli occhi.

Era il 6 Aprile mattina.
L’inizio di una nuova era per L’Aquila. Di vecchio solo le macerie, il nome, e la caparbietà dei cittadini.
La conta di danni e morti era appena iniziata.

Patrizio Basso

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