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13/02/2013

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“VENTI DI GRECALE”: La vita nel campo di prigionia - 6° cap. (4)

Clicca per Ingrandire Gino si commuove, mentre ricorda: sento la sua voce; non vedo il suo volto. Sono appoggiata alla balaustra della terrazza a guardare verso il sole che sta calando dietro il trabucco, Lui è alle mie spalle e mi abbraccia, anche lui con il volto verso il sole.

“Il nostro capitano capisce che stiamo per essere avviati a piedi in direzione delle linee inglesi, in territorio egiziano. Chiede che ci sia consentito di portare con noi le nostre cose e calzare le scarpe migliori; viene accontentato. Ci saluta uno per uno, commosso. Viene scortato altrove: il suo destino si divide dal nostro. Noi veniamo incolonnati e avviati a piedi. Le operazioni sono ora coordinate da un sottufficiale inglese, che parla un po’ d’italiano, ed è alla guida di soldati di colore, etiopi credo. Ci raccomandano ancora di obbedire agli ordini: non tollererebbero indiscipline. Pena la morte! Procediamo a piedi nel deserto per ore, in zona di belligeranza. Un proiettile di cannone, proveniente da chissà dove, centra la colonna: cinque o sei di noi finiscono a brandelli, altri vengono feriti. Il sottufficiale inglese dice che non hanno i mezzi per prestare soccorsi. I feriti: con loro cerchiamo di fare del nostro meglio. I morti… li lasciamo nella sabbia, facendoci il segno della croce. Camminiamo fino a sera finché arriviamo a delle baracche nel deserto, al confine tra Libia ed Egitto: un posto che si chiama Sollum.”

Ecco che compare sulla sua terrazza Biasino a godersi il tramonto; alza la mano in segno di saluto. Rispondiamo. “Mo, Biancù, tu la compagnia la tieni!” mi dice con un sorriso velato di malinconia. Lui è solo.

“Le baracche di Sollum sono luogo di raccolta dei prigionieri italiani che vengono poi smistati nei luoghi vari di destinazione. In quei giorni ne arrivano tantissimi, decine di migliaia, dicono. Ripartiamo da Sollum il giorno dopo a piedi, una colonna ancora più lunga, sorvegliata da soldati inglesi a cavalcioni di motociclette Triumph o Norton, o a bordo di automezzi fuoristrada. ‘Agli inglesi non piace impolverarsi le scarpe’ ironizza qualcuno. Camminiamo di giorno e anche di notte; siamo stanchi e assetati. Finché arriviamo in Egitto in un posto che chiamano Mersa Matruk. Si rendono conto che siamo stremati; ci fanno salire a bordo di autocarri. … Transitiamo non lontano da Alessandria, attraversiamo il Nilo enorme su un ponte di ferro, arriviamo sul canale di Suez a Ismailia, spossati, aggrediti dai pidocchi, con il morale sotto i piedi. A Ismailia restiamo qualche giorno. Di giorno è molto caldo, di notte è molto freddo. Per riscaldarci un po’, bruciamo paglia. Finché accade che ci fanno denudare tutti, senza distinzione di età o grado, e ci fanno fare una doccia. Finalmente! Assegnano poi a ciascuno di noi una giacca color cenere, con una toppa di stoffa nera, quadrata, cucita dietro le spalle, pantaloni lunghi con banda nera, scarpe nuove, sapone per la pulizia, dentifricio con spazzolino da denti e confiscano tutto ciò che possediamo: indumenti, scarpe, ricordi personali, coperte, lenzuola, lamette da barba, sapone, carta per scrivere, penne, lapis, tutto insomma. Un ufficiale dei nostri, che prova a protestare, è colpito con una pedata, e redarguito con il grido ‘come on!’. Il nostro vestiario viene bruciato in alcuni forni (ci fanno assistere) insieme ai pidocchi che ci abitano. Il giorno dopo ci fanno risalire sugli autocarri e ci portano fino a Suez, all’estremo nord del Mar Rosso, per imbarcarci per l’India. E a Suez ci fanno sfilare a piedi per varie centinaia di metri, anche i malati, anche qualche ferito, fino al porto, fino alla nave, tra due ali di folla che ci copre di sputi e insulti: ‘Italians! Beggars! Italiani! Accattoni!’ Un sottufficiale incita i più lenti con lo scudiscio tra gli applausi e le risa dei lavoratori del porto. Ho imparato, Bianca cara, che gli inglesi cercano di dimostrare con continuità alle loro colonie di essere superiori, di essere i più forti, i più forti di tutti. E quando lo fanno, non lo fanno proprio con i guanti!”

Al Pino di Calenella ci andiamo di mattina, mentre Paolo è a scuola. Ci andiamo con la carrozzella. Gino è alla guida: Moro si dimostra d’accordo, molto di più di Antonio, che prova ad avanzare qualche riserva. Il Pino enorme incute veramente rispetto. E sotto la sua ombra Gino e io siamo davvero soli! E Moro, che va pazzo per l’erbetta, si dimostra molto discreto.

“Il viaggio verso Bombay è terribile. Ci imbarcano su una nave olandese da carico; siamo in più di duemila prigionieri italiani di provenienza diversa. Siamo controllati da soldati indiani, inquadrati nell’esercito inglese. Ci sistemiamo alla bell’e meglio sul ponte o nella stiva; il cibo è scarso; se c’è da spartirsi qualche patata, o qualche cipolla, i litigi sono frequenti; dormiamo avvolti in una coperta. Percorriamo il Mar Rosso, scortati da due cacciatorpediniere della marina inglese, osservando curiosi le coste, desertica quella araba, vivace a tratti quella africana. Molti di noi, che hanno visto il mare una sola volta in occasione della traversata dall’Italia, soffrono di mal di mare; e la loro razione giornaliera va a ruba tra gli altri. Doppiato Aden, il sole durante il giorno diventa insopportabile; ripariamo allora tutti nella stiva e viviamo stipati sotto il livello dell’acqua. Nell’Oceano Indiano anche l’umidità diventa insopportabile; e viviamo tutti stipati nella guazza. Molti sono presi da dissenteria; alcuni cominciano a vaneggiare; qualcuno implora la morte; qualcuno non ce la fa, e muore proprio. La cerimonia di sepoltura - il morto, avvolto in un lenzuolo bianco, viene fatto scivolare in mare - è rapida e triste. Dopo qualche giorno di oceano, i due cacciatorpediniere fanno dietrofront: devono ritenere ormai improbabile che una qualche nave italiana possa tentare di liberarci! Il viaggio è lungo. I prigionieri dopo i tanti traumi riprendono a riflettere; qualcuno teme che gli inglesi, una volta in India, ci uccideranno; oppure ci consegneranno agli indiani, chiedendo loro di trovare la maniera di ammazzarci. Qualcuno ricorda che gli inglesi sono un popolo civilissimo, che ha aderito alla convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra. Qualcuno arriva a pensare che, quando le cose in guerra vanno male, essere fatti prigionieri non è necessariamente la disgrazia peggiore! E così, di continuo, fino a Bombay!”

Sulla via per il Pino di Calenella, il Renazzo è per Gino tappa obbligata. Annetta ci rifornisce sempre di una sporta colma di pane, pomodori, fichidindia e una bottiglia di acqua del pozzo. Poi sotto al nostro Pino stendiamo un telo in terra e ci appoggiamo con le spalle al tronco, che ascolta.

“Bombay è una città enorme. Ti colpisce, arrivando dal mare: già da lontano si nota in direzione del porto un arco imponente che chiamano ‘ Gateway of India, Porta dell’India’. Ci fanno sbarcare in una piazza lì vicino, sorvegliata da un reggimento di soldati indiani che fanno parte dell’esercito inglese, e ci inquadrano. Aspettiamo per un paio d’ore, in piedi quelli di noi che sono stati incaricati di scaricare le coperte dalla nave. Ci guidano poi per un viale ampio e lungo che conduce alla stazione ferroviaria: lungo il percorso il reggimento indiano fa ala alla colonna dei prigionieri per evitare che qualcuno nella confusione se la svigni. Ci fanno salire su una tradotta militare a carbone coi vagoni scoperti; mentre saliamo, ci riforniscono di un tascapane che contiene scatolette di carne, tonno, prugne, datteri, uva passita, fichi secchi. Il percorso, che seguiamo fino a Bangalore, lo facciamo seduti sul fondo dei vagoni, stipati come sardine. La gente ci dileggia: ci getta fango e sterco nei vagoni, ci sputa e orina in testa dai ponti; e il percorso, con la tradotta che passa molto lentamente per decine e decine di stazioni intermedie, appare tutt’altro che diretto. Cerchiamo di renderci conto di quanto ci accade: qualcuno spera che si tratti solo di azioni di propaganda, messe in atto dagli inglesi che intendono dimostrare la loro forza agli indiani; qualcuno teme che gli indiani abbiano qualche buon motivo per odiare gli italiani; qualcuno comincia a temere che la nostra prigionia in India potrà essere un’esperienza molto dolorosa. Qualcuno arriva a pensare che gli indiani vogliano dimostrare agli inglesi la loro capacità di odiare gli Europei e quindi gli inglesi stessi. Cominciamo a temere che non sarà facile convivere a Bangalore con inglesi e indiani; nessuno di noi ha inoltre idea di cosa attenda i prigionieri. ‘Cos’è una prigione di guerra?’ ci chiediamo durante tutto il viaggio. ‘Assomiglia a una prigione per delinquenti civili o alle carceri militari di casa nostra? Ci daranno da mangiare? Ci umilieranno? Ci tortureranno?’

“A Bangalore cominciamo a renderci conto. I prigionieri essenzialmente sono costretti a vivere in una terra remota, in un’area limitata, recintata, controllata. Il campo è recintato con vari strati di filo di ferro spinato; è proibito avvicinarsi alla rete di recinzione. Il perimetro esterno è sorvegliato da sentinelle; di notte riflettori accesi illuminano il perimetro. Il comandante del campo è inglese, nato in Egitto, capisce discretamente l’italiano; le sentinelle sono soldati indiani, riconoscibili dal casco coloniale bianco; gli altri militari sono inglesi, come il comandante del campo. Inglesi e soldati indiani si comportano in genere civilmente: trattano i prigionieri con un certo rispetto, almeno gli ufficiali; e rispettano le convenzioni sui prigionieri di guerra. Le baracche per sopravvivere - mangiare, dormire, evacuare - sono abbastanza orribili, ma sono certo accettabili, come tante abitazioni qui a Peschici. Le attività della giornata - igiene personale, adunata, colazione, pulizia del campo, lavoro, mensa, lavoro, adunata, cena - iniziano alle sette del mattino e seguono orari prestabiliti. Al rancio ci abituiamo presto, anche se è spesso a base di crusca, crusca di farina di riso, d’orzo, e di grano … come quella che mangiano i maiali a Peschici. Un paio di volte a settimana ci danno scatolette di carne, tonno, frutta secca, e la mattina abbiamo sempre tè, latte in polvere e biscotti secchi. E diventiamo bravissimi a difendere il nostro cibo da assalti fulminei delle cornacchie. Le due adunate giornaliere sono stancanti e frustranti. Ogni giorno, due volte al giorno! Verificano se ci siamo tutti. Ci contano. Se non risulta il numero che deve, fanno l’appello e poi ricontano, e se sbagliano, ricontano, e rifanno l’appello per capire se c’è qualche imbroglio. Siamo spesso costretti a stare ore e ore sotto il sole, che picchia. Ci danno in dotazione, per evitare insolazioni, caschi di colore chiaro, leggeri, freschi, fatti di foglie di banano. I tentativi di fuga comunque non sono pochi. Alcuni prigionieri ci riescono a fuggire; chi ci riesce, cerca - dicono - di arrivare a Goa, che è colonia portoghese, per imbarcarsi per l’Europa.

“Spesso arrivano i monsoni che portano piogge torrenziali. Tutti noi prigionieri rimaniamo molto impressionati dai monsoni. Quando arrivano, campo, baracche e tende si allagano, e tutto, anche letti e cuscini, s’inzuppa. Gli italiani sono preceduti anche in India da una certa fama! ‘Non fate i furbi, voi italiani, anche qui, perché qualcuno potrebbe beccarsi una fucilata’: è questo alla prima adunata l’avvertimento del comandante del campo. Parla e capisce un po’ l’italiano. Ci racconta poi che prima della guerra è stato a Napoli e lì gli hanno tagliato il gilè con grande destrezza, e gli hanno rubato l’orologio da tasca con la catena senza che se ne accorgesse. Col passare dei giorni comunque si stabiliscono condizioni di convivenza accettabile. Io, che conosco un po’ d’inglese, sono talvolta chiamato a fare da interprete fra prigionieri e guardiani. Nel tempo di cui posso disporre studio inglese e cerco di parlare in inglese con chi l’inglese lo parla. Mi sono convinto che, nelle condizioni in cui ci troviamo, è necessario avere la mente impegnata per qualcosa; e il fisico pure. Facciamo ogni giorno qualche esercizio ginnico, e qualche centinaio di metri di corsa. Quasi nessuno dei prigionieri conosce l’inglese; in verità molti litigano anche con l’italiano! Mi capita di dover aiutare a risolvere molti equivoci. Una volta - pensa - qualcuno, italiano, capisce addirittura ‘going to be shot, prepararsi per essere fucilati’, mentre chi parla, inglese, intende ‘going to the shop, prepararsi per andare a fare la spesa’. Ho l’itterizia qualche settimana dopo il mio arrivo a Bangalore. Molti hanno problemi fisici. Io divento completamente giallo, come una zucca, occhi e unghia compresi. Sto malissimo. Al campo mi danno addirittura per spacciato! Mi ricoverano in un ospedale civile di Bangalore. Mi recupera un medico indiano che m’impone una dieta a base di frutta e verdura, e mi spiega che la malattia può essere originata anche da una paura violenta… le bombe a Bardia? Durante l’anno, circa, che resto a Bangalore continuano ad arrivare frotte di prigionieri italiani. Il campo diventa sovraffollato, invivibile. Sono inserito in un gruppo di prigionieri che è destinato a Yol, ‘la città prigione’ la chiamano. Il viaggio da Bangalore a Yol è lunghissimo; ancora una volta su una serie di tradotte militari con vagoni aperti, o su camion; ancora una volta fra il dileggio dei locali, soprattutto nelle tantissime stazioni intermedie. Noi prigionieri non abbiamo avuto nessuna possibilità di capire in quale direzione stessimo andando.”

Un paio di mattine andiamo al Jalillo. Gino guida la carrozzella fino al Renazzo; lasciamo lì carrozzella e Moro; Annetta ci rifornisce della sporta; e continuiamo a piedi sul sentierino di sabbia che costeggia il Renazzo e sbuca sulla spiaggia a un paio di centinaia di metri dal Jalillo. Saliamo sulla roccia che delimita il corridoietto che può fungere da spogliatoio, stendiamo il telo, ci sediamo, guardando il mare.

“A Yol quattro anni ci sto! Quanto tempo! Lì vivo la più gran parte della mia esperienza di prigioniero, la resa dell’Italia, la vergogna delle due Italie, la cobelligeranza (nessuno capiva cosa era) il tramonto degli ‘dei’ fascisti e nazisti, le bombe atomiche, l’attesa stressante del rimpatrio. Lì posso conoscere meglio gli uomini, coi quali mi capita di condividere questo periodo lungo della vita mia; gli italiani, gli inglesi, gli indiani! E l’India! L’ambiente del campo è relativamente confortevole. Il mondo dei prigionieri è simile al mondo in cui viviamo tutti. Ci sono gli orgogliosi e i remissivi, ci sono gli irriducibili - soprattutto camicie nere che gli inglesi chiamano ‘hostiles’, come quel ragazzo che è stato ucciso perché ha voluto continuare a inneggiare al Natale di Roma anche dopo l’ordine di stop - e ci sono i vinti, ci sono gli eroi e i vigliacchi. C’è chi si perde per la sua natura di combattente senz’armi, chi sprofonda nella vergogna di appartenere a un esercito sconfitto, chi si ammala e muore, chi si uccide, chi riesce a crearsi motivazioni nuove, iniziando attività commerciali finanche con sterco di mucca, mettendo al mondo figli, qualcuno addirittura sposandosi, chi tenta fughe, verso Goa portoghese o la Birmania giapponese, chi riesce a ritrovare se stesso nella conquista di sentieri impervi o di vette scoscese o di serenità mistiche. Alcuni motivi di screzio nel campo si manifestano; e possono anche essere piuttosto pesanti. I soldati indiani accusano gli italiani di avere usato gas letali in guerra. Alcuni di loro, che sono già stati impegnati sul fronte italiano e in Italia hanno imparato un po’ d’italiano, mostrano foto con ragazze italiane e sostengono beffardi: ‘Molto belle le ragazze in Italia. E molto calde. Soprattutto le mogli e le sorelle dei soldati lontani’. Non tutti i prigionieri glissano; un siciliano sibila ‘qua ’a lupara ci vurria’. Mac Bean sulla questione sembra piuttosto freddo, si limita a osservare: ‘So what? Mbeh?’ Mac Bean di fatto è bravissimo nello smussare tutti gli spigoli: io mi rendo conto che risulta comunque difficilissimo far perdere le staffe a un inglese! Gli indiani locali, i punjabi, sono proprio bella gente! E come potrebbe essere diversamente in un posto che sembra un paradiso? Acqua limpida, fresca, a volontà, dai ghiacciai, piante tropicali, fiori, e poi boschi e alpeggi, su su fino alle nevi eterne. Un paradiso! È comprensibile che lì vogliano rifugiarsi decine e decine di santoni in templi immersi nelle foreste alla ricerca dell’unione con il divino. Loro predicano e professano un’unica religione: la religione dell’amore! Come Sai Jah. Sai Jah mi ha preso, mi ha affascinato! Loro dicono che c’è una differenza di base tra le religioni orientali e le religioni occidentali: le religioni orientali professano l’amore e la mitezza, le religioni occidentali predicando il proselitismo risultano invadenti, aggressive. A me sembra, frequentando Sai Jah, di trovare tantissimi punti in comune fra il loro modo di vivere il trascendente e il nostro. Sai Jah ha molto rispetto per Gesù: racconta che esistono documenti che sostengono che Gesù ha passato molta parte della sua vita in Kashmir - il Kashmir è lì vicino, alle spalle dei monti del Dhola Dhar - e che in Kashmir addirittura c’è la sua tomba, e quella della Madonna. Sono un popolo mite, gli indiani, ma non arrendevole, non prono; vogliono la loro indipendenza dagli inglesi. Serpeggiano evidenti sentimenti di ribellione, fomentati naturalmente dai tedeschi.”

A Gino, quando al Jalillo mangiamo una fetta di pane e pomodoro, piace stare nella spiaggetta piccola tra le rocce, dove c’è la sorgente di acqua limpida che sgorga dal ventre di Monte Pucci e scorre, nel letto che si scava, fino al mare. S’inginocchia a cavallo del rigagnolo, piega la schiena, e sugge, come Ettore mi ha insegnato a fare; come fanno tutti.

“Durante il viaggio da Yol a Bombay, prima in camion poi in treno, ci pare di notare un atteggiamento meno ostile della popolazione nei riguardi di noi italiani; meno ostile comunque dell’atteggiamento che mostrano nei confronti degli inglesi. Partiamo in vari gruppi che si ricongiungono a Bombay su un piroscafo americano. Sentinelle armate ci accompagnano fino all’imbarco. Indossiamo l’uniforme italiana: è stata fornita dopo la fine della guerra a quanti hanno prestato giuramento. Il piroscafo è molto più confortevole della nave da carico olandese, che cinque anni prima ci ha portato in India: viaggiano anche in prima classe famiglie inglesi. Oceano Indiano, Aden, Mar Rosso; nel lago di Ismailia due navi da guerra italiane giacciono alla fonda: ‘È il primo segno d’Italia che rivediamo’ qualcuno dice; qualcuno si commuove: ‘devono essere state prese prigioniere’. ‘Anche loro?’ ‘Cosa troveremo in Italia? Che ci sta in Italia? Saremo prigionieri anche lì?’ ‘L’esercito, che fine avrà fatto?’ ‘Quanti morti ci saranno stati? Ma qualcuno sarà ancora vivo?’ ‘E ‘sto Parri, ‘sto De Gasperi, chi sono?’ ‘Beh, Umberto, lui almeno c’è’ ‘Ma è possibile che dobbiamo rientrare in caserma: siamo ancora prigionieri?’ ‘E ci devono processare? Pure?’ ‘E i treni, ci saranno?’ ‘E la posta? E i telefoni?’ Quanto poco sappiamo! Attraversiamo il canale di Suez. Entriamo nel Mediterraneo che ci accoglie con una tempesta vigorosa, fredda, da grecale. ‘Chissà a Peschici!’ penso. ‘Le onde staranno superando il molo!’ Il Mediterraneo! Questo nome, questo mare, mi fa sentire più vicino a casa. Mi pare sia così per tutti! Luci della costa sicula appaiono di notte. Siamo tutti alle murate, a guardare: ‘Allora l’Italia esiste! Ancora!’ Attraversiamo lo Stretto. Siamo in Tirreno. Entriamo nel golfo di Napoli a pomeriggio inoltrato. ‘Uè, ‘o panoràmë cë sta ancorë!’ dice uno di noi con accento napoletano. Alcuni passeggeri inglesi si accostano alla murata della prima per osservare il panorama: sono arrivati, sono allegri, ridono. Ci vedono… ammutoliscono, si ritraggono. Problemi? ‘Come ci stima adesso il mondo? Come ci stimano gli ex nemici? E gli ex amici? Adesso siamo tutti amici?’ ‘Ma in Italia c’è la pace? La guerra civile è finita?’ ‘E a noi come ci accoglieranno? Siamo partiti che dovevamo conquistare il mondo! E torniamo sconfitti, e umiliati!’ ‘Dovremo scusarci per essere stati sconfitti? E vergognarci?’ ‘C’è stata sottratta una parte della nostra vita, nella nostra giovinezza. Chi potrà mai restituircela?’ ‘E il lavoro c’è? C’è per tutti?’ Quanti interrogativi.


(4.5 cont.)


NB1. Per seguire meglio la narrazione, elenchiamo i link delle puntate precedenti relativi ai capitoli del romanzo già pubblicati (coi titoli originali) e da pubblicare.

Cap.1 - Rifugio a Peschici - Gino e io. Italia in guerra. Gargano. Arrivo a Peschici. (18.06.1940)
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5363
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5369
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5410
(4) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5435

CAP. 2 - La Famiglia - La casa. La famiglia. La giornata. Primi incontri. (23.06.1940)
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5487
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5523
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5559
(4) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5628
(5) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5656

CAP. 3 - Il Paese - Peschici. Guerra in Africa. Gino prigioniero. (21.04.1941)
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5709
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5734
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5751
(4) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5779
(5) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5811

CAP. 4 - Echi di guerra - Guerra in Italia. Gino in India. Ciclo delle stagioni. Brani di vita. (29.09.1943)
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5851
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5882
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5919
(4) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5962
(5) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5992

CAP. 5 - Echi di caos - Caos in Italia. Gino sull’Himalaya. Brani di vita. (29.06.45)
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=6017
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=6054
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=6079
(4) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=6102
(5) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=6113

CAP. 6 – Ritorni - Pace in Italia. Gino a casa. Brani di vita. Partenza da Peschici. (19.05.46)
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=6150
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=6172
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=6213

CAP. 7 – Tra le stelle


NB2. Si può facilitare la lettura dei periodi idiomatici tenendo a portata di mano la tabella dell’Alfabeto Peschiciano scaricabile da www.puntodistella.it/public/file/periodici/alfabeto_pds.doc


 Redazione

 

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  Commenti dei Lettori:

-- 26/02/2013 -- 13:50:53 -- vincenzo

Pagine di storia, di STORIA SANGUIGNA! Da sottoporre alla lettura dei giovani che vogliono cambiare l'Italia e non ci riescono; a quella degli anziani, che ritengono di avere fatto la storia e non si rendono conto di non sapere nulla di essa...

 
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