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09/01/2013

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“VENTI DI GRECALE”: Gino torna a casa. La tragica dipartita di Ettore e Mariolina - 6° cap. (1)

Clicca per Ingrandire «Mammą, ke jč kuģstė?» Paolo, seduto con le gambe incrociate sul letto, mi osserva con curiositą, mentre ripongo cose nelle valigie. Oggi Gino, Paolo e io partiamo per Roma. Gino vuole essere lģ, per il voto sul referendum ‘monarchia o repubblica’. Lasciamo Peschici, dove sono vissuta con Paolo per pił di sei anni. Gino č tornato: provato, ma ancora integro, ancora fiero, ancora dolce come prima. Paolo č diventato un ometto: ha frequentato la prima elementare. E ha finalmente conosciuto il suo Papą! Ora che la famiglia si č riunita, mi sento pił sicura, pił forte. E di forza ce ne vorrą tanta, nella cittą che ci aspetta, ferita dalle bombe, ferita nell’orgoglio, certamente povera, spero non doma; nella nostra casa che ci aspetta, anche se dovremo dividerla con Altri, anche loro sballottati dai venti della guerra. Ma con la famiglia riunita sapremo farcela. Ne sono sicura.

* * * * *

Sono le sette di mattina. Ho appena finito di preparare le valigie: due valigie, che sembrano di cartapesta spiegazzata, piene zeppe di roba, con le serrature lente, che ho rinforzato con una corda ben legata, girata pił volte intorno. Le valigie sono appoggiate sul letto, sul letto su cui ho dormito in questi ultimi giorni con Gino, e con Paolo nel mezzo. Paolo in veritą non dorme proprio in mezzo: continua ad accucciarsi vicino a me, ha bisogno di tempo - penso - per abituarsi a intimitą col padre. Paolo, seduto con le gambe incrociate sul letto, continua a osservarmi.

«Mammą, ke jč kuģstė?» continua a chiedermi ogni tanto, mentre ripongo cose nelle valigie. Parla peschiciano, pił che italiano; ma ci sarą tempo per l’italiano adesso, con la scuola nuova a Roma! Gino č andato a chiamare Michelino la Macchina: Michelino ci accompagnerą fino a Rodi, a prendere il treno per San Severo. Michelino la macchina ce l’ha finalmente. Ha comprato la Fiat 508 C di Antonio; Antonio gliel’ha venduta a condizioni molto convenienti.

«Bėjanġł, stattė allą? E u fiġġjņulė?» Sento Papą salire le scale che portano alla mia stanza: passi lenti, incerti, accompagnati dal ticchettare di Nervino. La morte di Ettore lo ha gettato in uno stato di prostrazione, dal quale fa fatica a riemergere. Compare dalla porta; le ciocche bianche dei capelli, scomposte, gli occhi lucidi. «Mo, pņurė vņujė vė n’ata jģ! Pņurė u fėġġjņulė dė Nonnņ! Bėjanġł, ji mė nė vakė. Nan mė nė tąinė dė vėdervė kuąnnė jišščitė do’ pėrtąunė pė jirvėnė!»

Papą si siede sul letto vicino a Paolo, che lo guarda, stupito, preoccupato.

«U fėġġjņulė dė Nonnņ! U fėġġjņulė dė Nonnņ!» riesce a dire, mentre accarezza i capelli del nipotino. Poi gli mette un pacchettino tra le mani: «Pallėpą, kuģstė jč u llorgė dė Nonnņ! T’u denġė, akkušģ t’arrėkłrdė sembė ke Nonnņ nan vąidė l’ąurė ke tu turnė.» Poi gli prende una manina e se la avvicina alla bocca. Si alza dal letto, si avvicina a me, mi abbraccia forte forte, e mi sussurra: «Bėjanġł, jind’a kasė cė vo sembė nu fėġġjņulė: arrėkłrdėtėlė! E rėkurdėtė ke pņurė tu sģ fiġġja mčjė! Nan tė nė skurdą!»

Sento i suoi passi lenti, incerti, che scendono le scale allontanandosi, accompagnati dal ticchettare di Nervino. Salgono Angela e Teresa: «Bėjanġł, jč rruątė Mėkėlčinė ka makėnė.» Gino e Antonia portano gił le valigie. Angela mi mette un rosario tra le mani, sorridendo con fare complice. Teresa mi regala una scatoletta di cipria. Scendiamo. Angela mi dą un fazzolettone bianco, legato per le estremitą opposte, a formare un sacchetto: «Panė e pėmmėdąurė, e ąkkuė pu viaggė.» Mammą Mariuccia č seduta vicino al pianerottolino delle scale; fa oscillare le gambe penzoloni sulle pianelle, che sono in terra; cerca con un fazzoletto di nascondere le lacrime. Gino rompe gli indugi: “Che č ‘sto piagnisteo: partiamo; poi ci rivedremo, no? Su, adesso andiamo, che perdiamo il treno.” Saluti, abbracci, baci, lacrime, promesse. Non vedo Aldo.

«Cė nė jč jņutė» mi confida Angela. «Nan vuląivė ke Pavėlė ‘u vėdessė a kjańńė.» Paolo scende la scalinata, appoggiandosi con le mani sui due passanti, sollevandosi sulle braccia e scendendo i gradini due a due: sta cercando - lo conosco - di sfuggire alla commozione che pervade l’ambiente. La macchina di Michelino č davanti al portone in Piazza del Popolo. Intorno alla macchina č assiepata tanta gente: tanti volti noti, tanti sorrisi, tante mani. Non me lo aspettavo: tantissimi sono gią passati a salutare a casa nei giorni scorsi. Ancora saluti, abbracci, strette di mano, auguri. “Andiamo, su!” insiste Gino. Ci divincoliamo. La macchina si muove. Gino al volante - Michelino glielo consente: «Giggč, va kėjąnė!» - Michelino vicino a lui, Paolo e io dietro. Gino procede a passo d’uomo. Mi volto; dal lunotto vedo sul balcone Mammą, Angela, Teresa e Antonia che, sporgendosi, agitano le braccia; il crocchietto davanti al portone continua a salutare, alzando braccia verso l’alto. Alla curva della Via del Castello, di fronte allo slarghetto di Sant’Elia, Piazza del Popolo sparisce; le campane della chiesa madre stanno richiamando la gente per la messa delle otto. Lasciamo il borgo attraverso la Porta del Ponte.

Al di lą dell’arco dal lato del torrione, alcuni uomini in gruppo, cappello floscio o baschetto, gesticolano lentamente, qualcuno fumando. Lungo il corso quasi nessuno. Alla Curva del Frantoio il corso scompare; un paio di cagnetti minuscoli, tutt’e due con la coda buffa a ricciolo, si affiancano abbaiando alla macchina. La strada inizia a scendere. Sulla sinistra le ultime case del paese; sul lato destro, tra le case che si arrampicano fino al corso, si staglia nel cielo chiaro di levante la Torretta.

«Don Pavėlė! Don Pavėl’u Marėnąrė!» esclama Michelino. La sagoma di Papą si staglia nel chiarore accanto alla sagoma della Torretta: in una mano Nervino, che alza in alto, e agita in segno di saluto.

«Nonnņ! Nonnņ! Lą! Sta sņulė sņulė Nonnņ!» esclama Paolo, e schiaccia nasino e manine sul vetro del finestrino. Io abbasso il vetro del finestrino dalla parte mia, e agito un fazzoletto. La sagoma di Papą, che continua ad agitare Nervino, rimpicciolisce; alla curva seguente scompare. Anche i cagnetti si dileguano. Sono contentissima di tornare a casa mia, a Roma. Ma mi prende un groppo alla gola. Vorrei che Papą non si sentisse cosģ solo; anche perché con Mammą, Angela, Teresinella e Aldo, solo non č. Ma mi ha confidato: «Bėjanġł, mo Ettorłccė cė nė jč jņutė, Pallėpąllė cė nė vaa! Ji k’č fa?»

* * * * *

La tragedia di Ettore ha gettato nello sgomento la famiglia. La tragedia di Ettore e Mariolina ha gettato nello sgomento l’intero paese. Č accaduto a gennaio, alla fine delle vacanze di Natale, in un battibaleno. I ragazzi erano a Peschici. Ettore torna a casa col solito cioccolatino per Paolo; appare pallido. «Mą, nan mė nė tąinė dė mańą» … “Biancł, mi sento stanco, stanco assai! E oggi non ho fatto niente, quasi! Mi sento tutto raffreddato. E mi sento pure un po’ di nausea.” La notte prende a vomitare, e ad andare di corpo di continuo. La mattina ha la febbre alta e tanto, tantissimo mal di testa. Papą manda a chiamare Biasino, che arriva di corsa. Ettore ha quarantuno di febbre. Biasino somministra sulfamidici: la situazione non migliora. La sera Ettore ha quarantuno e mezzo. Biasino avverte Papą: “Paulł, io tengo una paura, che si chiama ‘meningite’!”

«Bėjasč, mėningčitė? Kė jjč?»
«Jč na kosa bruttė, Paulł! Speriąmė ke nan jč.»

Papą manda Michelino la Macchina a Rodi a prendere Giggi Russi, il medico di lą. Giggi viene. Porta anche Franchino, che č medico ed esercita a Vico. I tre medici si prodigano intorno a Ettore. Scoprono macchie rosse sul suo corpo. Li sento sussurrare, tra di loro: “Meningite … setticemia.” La febbre non diminuisce. Ettore perde i sensi. Ha un arresto cardiaco. Franchino si precipita a fare movimenti su di lui: gli comprime il torace, gli fa fare ampie rotazioni delle braccia. “Riprende” sento sussurrare da una voce con un qualche filo di speranza. Franchino si ferma per un attimo. E poi subito ricomincia. “Č finita” sento mormorare. Resto di sasso, una bacinella d’acqua calda tra le mani, un asciugamani su un braccio, un mare nella testa. Il silenzio profondo č rotto dal vento, che gioca nella piazzola coi panni stesi. Biasino si fa il segno della croce; sfiora con le labbra la fronte di Ettore.

«C’u vakė a dčicė.» dice con voce sommessa; ha gli occhi lucidi.

Ettore muore nella stanza mia, sul letto mio. Io mi sono spostata da zio Luigi, con Paolo, che ho voluto portare lontano da casa. Papą č seduto sull’ultimo gradino della scala, sul pianerottolino dinanzi alla porta. Biasino si siede sul gradino accanto a lui; gli mette un braccio intorno alle spalle, e lo guarda negli occhi, senza dire nulla; lo attira verso di sé. Papą chiede: «Cė nė jč jņutė?» Biasino annuisce. Sento Nervino rotolare per le scale.

Ettore resta a casa per altri due giorni nello stanzone per il commiato; composto nella bara bianca, come ha voluto Papą, il viso pallido, i capelli biondi pettinati, avvolto nel suo tabarro scuro - lo ha vestito Angela - con il mandolino appoggiato a lato e un crocifisso sul petto. Vengono in tanti, tantissimi, a salutarlo: i peschiciani tutti; i pastori tutti; da Vico, da Rodi, da Foggia, tanti. La famiglia - Maria e Michele da Corato, Pola e Nicolino da San Remo, Rosalba e Antonio da Foggia, - tutti quelli che hanno potuto. Il portone č aperto. Papą resta accanto a Ettore per tutto il tempo, seduto con una mano appoggiata sul pomello di Nervino, l’altra appoggiata su una coscia, lo sguardo a tratti assente, l’espressione stordita. Chi viene, saluta Ettore, dice una preghiera, abbraccia Papą e Mammą. Papą, quando vede un bambino, ritorna presente: sorride, gli fa una carezza.

Mariolina viene, vestita completamente di bianco, dando il braccio a Maria, la mamma, e Michelina, la sorella pił grande, vestite completamente di nero; rimane a lungo, ritta in piedi, distante dalla bara, appoggiata alle due donne, guardando fisso Ettore, senza dire una parola, muta; abbraccia Papą e Mammą. Angela l’abbraccia forte forte. Mariolina torna, con Maria e Michelina, quattro volte. L’ultima volta Papą si alza, le prende una mano, e la guida vicino a Ettore; Mariolina guarda Papą, che annuisce, si china su Ettore, e gli sfiora con le labbra una guancia, e poi l’altra. Papą l’abbraccia.

Papą mi chiede di portare Paolo a salutare Ettore. Lo faccio, vincendo tutte le mie remore: Paolo non ha ancora conosciuto la morte, la morte di una persona, la morte di una persona cara. Tengo Paolo in braccio quando entro nello stanzone. Gli do un bacio per cercare di rassicurarlo. Paolo vede la bara: “Zio Ettoone!” mormora, come sorpreso, indicandolo con l’indice. Papą scorge Paolo, ha come un sussulto, si alza, si avvicina, lo prende lui tra le braccia. Con Paolo in braccio si avvicina a Ettore.

“Zio Ettoone! Č ‘motto’?”
«No no, Pallėpą, nan jč mortė. Nėššņunė majė cė morė. Jč ke tuttė o prčimė o doppė partėnė: partėnė pi stellė!»

Papą china Paolo sulla fronte di Ettore; Paolo la bacia. Papą mi riporta Paolo. Lo riprendo tra le braccia. Lo vedo, lo sento inquieto: volge lo sguardo attonito tra Papą, Mammą Mariuccia, Ettore, me. Mi cinge le braccine intorno al collo, stringendosi a me; mi sussurra in un orecchio: «Mammą, zio Ettoone! Jč ‘ fiddė’!» Poi si volta ancora verso Ettore, lo guarda ancora fremendo, e scoppia a piangere.

Angela, interpretando i desideri di Papą prostrato, ha convinto Don Michele a celebrare il funerale dei giovanetti. Il funerale č celebrato al Purgatorio, il portale ornato di grandi tende bianche, da Don Michele in abito da cerimonia bianco, assistito da sei chierichetti in bianco, mentre le campane ripetono i rintocchi delle feste, e Caruso intona i canti del Natale appena trascorso. Gli amici dell’Azione Cattolica vogliono portare Ettore a spalla per tutto il percorso, dal Purgatorio al cimitero. Il serpentone della gente, scuro, lunghissimo, si snoda lungo la Via Castello, il corso, verso la chiesa di Sant’Antonio: la bara bianca č coperta di mazzetti di alloro, di mirto, di violette. Mariolina, completamente vestita di bianco, i capelli biondi nascosti da un fazzoletto bianco, una collana di mirto e violette, segue il feretro tra Maria e Michelina, subito dietro Papą e la famiglia. Lungo il percorso porte, balconi, finestre sono serrati. Subito dopo la chiesa di Sant’Antonio, Mariuccio Orsitti, avvolto nel suo tabarro scuro con un cappellaccio scuro, attende il corteo con le pecore e i cani, il bastone di comando in una mano. Quando Ettore gli passa davanti, si leva il cappello e fa il segno della croce; resta cosģ mentre scorre tutto il corteo; poi si rivolge al gregge: «Vņoo! Ii vņooo!» e si accoda al corteo, seguito dalle pecore e dai cani.

Ettore č sepolto nella cappellina di famiglia in un loculo vicino a quello che attende Papą: il loculo č stato scelto - Ettore non ci ha pensato davvero! - da Papą. La paretina di mattoni a chiusura del loculo č sistemata da amici dell’Azione Cattolica; agiscono rapidamente con calce e cazzuola: ‘Sono giovani’ penso, ‘hanno fretta di chiudere; adesso vogliono solo dimenticare le tristezze’. La gente e il gregge restano intorno alla cappellina, o vicino al cancello del cimitero, fino alle ultime luci del giorno.

Mariolina durante la malattia terribile, lampo, di Ettore resta genuflessa costantemente di fronte a un’immagine della Madonna di Loreto. Quando Maria le dice abbracciandola della morte di Ettore, scoppia in un pianto convulso. Maria la stringe, l’accarezza, l’accarezza ancora. Mariolina si placa e siede vicino alla finestra, a fissare le macchie di alloro e di mirto. Passa giorni e giorni cosģ. Angela qualche giorno dopo sostiene che Mariolina vuole entrare in convento a Foggia. Ancora qualche giorno dopo il corpo di Mariolina č rinvenuto esanime da Michelino la Marina su una roccia a picco sotto lo Scalandrone.


(1.5 cont.)


NB1. Per seguire meglio la narrazione, elenchiamo i link delle puntate precedenti relativi ai capitoli del romanzo gią pubblicati (coi titoli originali) e da pubblicare.

Cap.1 - Rifugio a Peschici - Gino e io. Italia in guerra. Gargano. Arrivo a Peschici. (18.06.1940)
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5363
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5369
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5410
(4) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5435

CAP. 2 - La Famiglia - La casa. La famiglia. La giornata. Primi incontri. (23.06.1940)
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5487
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5523
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5559
(4) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5628
(5) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5656

CAP. 3 - Il Paese - Peschici. Guerra in Africa. Gino prigioniero. (21.04.1941)
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5709
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5734
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5751
(4) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5779
(5) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5811

CAP. 4 - Echi di guerra - Guerra in Italia. Gino in India. Ciclo delle stagioni. Brani di vita. (29.09.1943)
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5851
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5882
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5919
(4) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5962
(5) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5992

CAP. 5 - Echi di caos - Caos in Italia. Gino sull’Himalaya. Brani di vita. (29.06.45)
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=6017
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=6054
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=6079
(4) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=6102
(5) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=6113

CAP. 6 – Ritorni - Pace in Italia. Gino a casa. Brani di vita. Partenza da Peschici. (19.05.46)

CAP. 7 – Tra le stelle


NB2. Si puņ facilitare la lettura dei periodi idiomatici tenendo a portata di mano la tabella dell’Alfabeto Peschiciano scaricabile da www.puntodistella.it/public/file/periodici/alfabeto_pds.doc


 Redazione

 

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  Commenti dei Lettori:

-- 12/01/2013 -- 17:39:24 -- vincenzo

Non posso immaginare il contenuto del 7° capitolo, che presumo essere quello della chiusura di questa saga, narrata con passione, con accoramento, con tratti di penna che paiono di abile pennello sopra ad una tela; ma, ne son certo, questo mi rimarrą pił impresso di tutti gli altri, se non per altro, per l'acme al quale il narratore (per bocca di Bianca) ha saputo sollevare il lettore. Grazie, Paolo!

 
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