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25/09/2012

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“VENTI DI GRECALE”: Le feste peschiciane negli Anni Quaranta - 4° cap. (4)

Clicca per Ingrandire Il lunedì che segue il lunedì dell’Angelo a Peschici si festeggia la ‘Madonna di Loreto’.

«‘A Madònn’Urèitë jè pòurë jessë ‘a patràunë dë Peskëcë, nzàimë a Sandë Mattàjë, ma sembë dopp’a Sand’Alèjë prufètë, u prèimë patràunë!»

Un santuario, a Lei dedicato, è nei pressi del paese, sulla via del cimitero, oltre il cimitero. “Il santuario è del secolo scorso - mi ha raccontato zio Raffaele. - Le sue origini sono legate a un evento che i nostri nonni raccontano. Una nave, che portava pellegrini da Bari diretti al Santuario di Loreto vicino ad Ancona, fu gettata da una violenta tempesta su queste coste. Durante il naufragio il capitano fu guidato da un puntino luminoso che compariva sulla costa. I pellegrini si salvarono. Il capitano si mise allora alla ricerca del puntino luminoso e trovò nella pineta una grotta, e nella grotta un eremita, e all’ingresso una lampada a olio con una fiammella, dinanzi a un’immaginetta della Madonna di Loreto. I pellegrini decisero allora di erigere il santuario, dedicandolo alla Madonna”.

La processione della Madonna di Loreto, con destinazione il santuario, parte da Sant’Elia di prima mattina. In testa c’è la statua della Madonna, sorretta da giovani dell’Azione Cattolica, seguono poi Don Michele e qualche chierichetto, poi tanta, tanta gente, con tanti, tanti bimbi e ragazzi. Seguo la processione in compagnia di Ettore. C’è pure Mariolina con la sua famiglia. Quasi tutti portano borse o cestini in fibra vegetale, o fazzolettoni bianchi legati per gli angoli opposti a due a due, evidentemente ricolmi. “Dopo la Messa, si mangia lì, nella pineta!” Il clima è allegro, festoso. La processione procede lentamente per il sentiero in salita. Don Michele inizia a recitare il rosario, ricordando i misteri gaudiosi, accompagnato dal coro di alcune donne. I ragazzini giocano a nascondino tra la gente. «‘A pràitë ‘a Madònnë!» prendono a gridare a un tratto eccitati alcuni dei ragazzini. La ‘pietra della Madonna’ è un masso enorme di pietra calcarea, rosata, in parte spianato, posto sul lato destro del sentiero nei pressi del cimitero, grosso modo a metà strada dal Santuario. La processione si ferma intorno alla pietra e i portatori vi appoggiano con grande cautela il loro carico: la sosta consente di riprendere fiato e iniziare un secondo rosario guidato dai misteri luminosi. Nuovi portatori si offrono per il cambio. La processione riparte per il Santuario, seguendo il sentiero.

Il Santuario è una chiesetta bianca, sormontata da un timpano con campana, immersa all’interno di una pineta lussureggiante a qualche centinaia di metri sul livello del mare, che pure si vede, azzurro, al di là del verde dei pini. L’interno del Santuario con le pareti bianche appare completamente spoglio, a meno di qualche decina di ex voto pendenti dal catino absidale: fotografie più o meno sbiadite, quadretti, navi in miniatura, chiesine in legno, mazzetti di capelli, un remo, fiori secchi... “Sono ex voto di marinai, scampati a pericoli, o di peschiciani, emigrati in terre lontane, o di giovani spose, desiderose di un figlio, ed esaudite. Sai «‘a Madònn’Urèitë» è entrata nella vita quotidiana della gente: pensa che molti genitori, quando nasce un fratellino nuovo, dicono ai bimbi che vanno a comprarlo «a’ Madònn’Urèitë», spiega zio Raffaele. Dopo la Messa la gente si sparpaglia nella pineta, stende in terra teli di iuta e si accoccola a gustare i dolci: i bambini con gli occhi ridenti affondano le gote nei taralli dorati alla ricerca dell’uovo lesso, nascosto all’interno. Gli uomini dopo il dolce bevono vino. Giovani e meno giovani prendono a chiacchierare, a ridere, a cantare; Ettore e Mariolina cantano insieme. Al calar della sera si riforma la processione, che riaccompagna la Madonna nella chiesa madre. Qualcuno, sbronzo, continua a cantare. “Prima della guerra - mi ricorda Ettore - ci stava pure la banda e la sera i fuochi d’artificio”.

“In estate - mi dice Lisetta, illustrandomi alcune sezioni del suo calendarietto - i contadini iniziano finalmente a raccogliere i frutti del loro lavoro e i pescatori fanno le pesche più ricche soprattutto durante le fasi di luna piena. In paese poi c’è un po’ di gente in più: gli studenti tornano, qualche emigrato viene a trovare la famiglia. Qualcuno va sulla spiaggia, e fa anche qualche bagno, qualcuno va in giro per rivedere i posti. La raccolta dei frutti della terra, Biancù, la raccolta dei pomodori, la mietitura e la trebbiatura del grano, la vendemmia, la raccolta delle olive, sono sempre fatti vissuti in comune, fatti condivisi fra tanti”.

All’inizio dell’estate le donne del paese sono tutte prese a trattare i prodotti dei campi, melanzane, peperoni, cipolle, lampascioni, pomodori, tanti, per conservarli per il resto dell’anno: un mare di pomodori, rosso tra le case bianche, è essiccato al sole, altre verdure sono conservate crude o cotte sott’olio o sott’aceto. Le donne lavorano all’aperto nelle stradine o, se lavorano in casa, lasciano aperte le porte di casa. Per tutto il paese si diffonde un odore intenso di salsa. Tanti in paese fanno la salsa. Gli orti intorno a Peschici ne producono tanti di pomodori. Angelantonio al Renazzo riserva ai pomodori una metà dell’orto: centinaia di piantine di pomodori tondi, arrampicate su tutori alti poco più di un metro, sono disposti in filari ordinati paralleli, distanziati tra loro di circa una metrata. Durante la raccolta riempie sporte su sporte insieme con Nunziatina e Annuccia. I pomodori arrivano a casa in grandi ceste di vimini a dorso di mulo. E a casa Mammà sovrintende alla produzione della salsa, un evento condiviso da tutta la famiglia.

La salsa viene fatta in cucina, dove viene predisposto tutto il necessario: dalle bottiglie, ai tappi, al setaccio, ai pentoloni di rame, ai cucchiaioni di legno, ai mestoli, ai colini, alle brocche, al basilico. Mammà guida tutte le fasi del lavoro: dalla cernita - i pomodori meno buoni vengono eliminati - alla mondatura - foglie e peduncoli vengono eliminati, - al lavaggio - i pomodori immersi in un pentolone vengono sciacquati e risciacquati, - alla scottatura - i pomodori vengono immersi in un pentolone disposto su un treppiede nel focolare, a metà pieno d’acqua, portata all’ebollizione per qualche minuto, fin quando la buccia non può essere separata facilmente dalla polpa, - alla scolatura - i pomodori vengono prelevati con il colino e posti in recipienti forati, che consentono l’eliminazione dell’acqua, - alla spremitura - la polpa viene separata da semi e bucce per mezzo di una coclea, azionata in un setaccio cilindrico, forato, nel quale la polpa viene sospinta attraverso un imbuto, - alla pastorizzazione - la salsa finalmente nasce dalla polpa, portata all’ebollizione e aggiustata di sale, mentre viene mescolata continuamente per una mezz’oretta con un cucchiaione di legno, - all’imbottigliamento - la salsa viene prelevata calda dal pentolone con un mestolo, versata prima in una brocca avente il musetto appuntito, poi da questa nelle bottiglie preventivamente lavate, asciugate, e fasciate di panni, aggiungendo un paio di foglie di basilico. Le bottiglie vengono tappate con un tappa-bottiglie in legno, condizionate - riposte in un pentolone, protette da una coperta, ritornano gradatamente alla temperatura ambiente, e riposano per qualche giorno - e conservate in cantina. Imbottigliamento e condizionamento sono vissuti in silenzio con grande trepidazione: schizzi di salsa bollente potrebbero provocare ustioni, e le bottiglie, passando successivamente da freddo a caldo a freddo, potrebbero spaccarsi, con la conseguente perdita del contenuto, o addirittura scoppiare, proiettando salsa dappertutto.

«Pinzë, Bëjanġù» m’ha raccontato Teresa «ke zë Luìggë a’ fàurë sòujë, a Sfënalë, tàinë kjù dë n’ettërë sumëndàtë a pëmmëdàurë. E fa kuàsë cënġuànda kundàlë dë pëmmëdàurë. Cë vonnë na dëcèinë dë krëstëjanë pë rrëkoġġjëlë; vannë ka varkë, akkušì ‘i ponnë purtà a Peskëcë.»

A Croce, per la raccolta del grano, ci vanno una dozzina di persone. Della raccolta si interessa Ettore: quando c’è Ettore di mezzo, Mammà è tranquilla, lo lascia fare. Ettore durante la raccolta fa avanti e indietro con Croce quasi ogni giorno a dorso di mulo. “Mi piace tanto il grano, Biancù: tenere i chicchi tra le mani, così piccoli, indifesi, pensando che loro diventano pane, cibo nostro, mi commuove. Mi commuove il grano. E mi emoziona vederlo crescere così biondo, e ondeggiare al vento, assecondando le folate. Ogni tanto - pensa! - mi accovaccio in un campo di grano nel vento e mi metto a suonare il mandolino. M’è sembrato una volta di sognare, di essere fuori dal mondo: io giocavo con Vivaldi, ‘la Primavera’, e c’era Mariolina, anche lei bionda come il grano, con i capelli sciolti al vento come il grano, con gli occhi ridenti, che sorrideva come un sole!”

La mietitura è fatta a fine giugno. “Quest’anno di grano non ce n’è tanto! Anche se Giulietto ha fatto tutto quello che si doveva fare. L’anno passato ha fatto una concimazione ricca e una bella aratura, e ha seminato al tempo giusto. Mietere e trebbiare sono lavori pesanti, sì, ma pure allegri. Lo facciamo tutti insieme, uomini e donne, ragazzi e ragazze! Beh il lavoro certo è duro. Il grano lo tagliamo con la falce in due passate. I mietitori prima tagliano le spighe a metà, dopo recidono le stoppie, stando attenti a non farsi male, e le spigolatrici che li seguono recuperano le spighe cadute fra le stoppie, poi radunano le spighe in mazzi piccoli e i mazzi in fascine più grandi, le gregne, e le gregne vengono portate a spalla o con i muli sull’aia davanti alla casetta. E lì, ai margini dell’aia, formiamo i covoni ammucchiando le gregne con le spighe orientate verso l’interno, tenendole insieme con canne infilate nei covoni, per proteggerle dalla pioggia ed evitare che si disperdano con il vento”.

Una mattina - verso le cinque, noi ci eravamo appena svegliate - Ettore torna a casa. “Ieri abbiamo finito di mietere e abbiamo fatto gli ultimi covoni. Adesso le spighe devono restare per qualche giorno a essiccare. Ieri sera poi - che tempo bello che c’era! - siamo rimasti lì sull’aia in mezzo ai covoni, alla luce della lampada a petrolio e della luna, e abbiamo mangiato pane e pomodoro, e abbiamo scherzato, e ballato, e cantato - canti e stornelli - con il mandolino e con l’organetto. Mariolina c’era. Biancù, quanto è bella!” Si confida Ettore, così giovane, con me: mi fa un piacere enorme! Penso che anche Paolo un giorno vorrà confidarsi.

La trebbiatura inizia qualche giorno dopo. “Oggi abbiamo cominciato a trebbiare. Quando siamo arrivati a Croce abbiamo trovato l’aia davanti la casetta già preparata. Giulietto l’aveva già pulita, bagnata - aveva portato acqua con i muli da Vico, - lisciata e battuta con il pietrone piatto, pesante, trainato dal mulo, e aveva già tirato fuori dalla casetta gli attrezzi da lavoro: tridenti e pale di legno, vaglio, teloni di iuta. Così abbiamo potuto spargere subito le gregne sull’aia in cerchio, con le spighe orientate verso l’interno del cerchio, e abbiamo potuto iniziare sul presto la battitura con i bastoni correggiati, cominciando dal centro del cerchio e proseguendo verso l’esterno. E i culmi hanno iniziato a triturarsi, e i chicchi a separarsi, e poi abbiamo rimescolato con i tridenti i culmi, e abbiamo continuato a battere. Per ore! Sotto il sole caldo, caldissimo! Finché Giulietto ha detto: «Uaññòu, mo à mënì u ġràikë!» Allora abbiamo ammonticchiato quello che avevamo battuto nell’angolo dell’aia opposto alla direzione del grecale. La brezza di grecale è arrivata puntuale al primo pomeriggio e abbiamo potuto ventilare, per separare i chicchi dalla paglia e dalla pula, prima buttando il battuto in alto con il tridente - la paglia, che è più leggera, il vento se la porta via, il resto ricade lì, - dopo - Giulietto aveva steso un telo sopra la corda tesa a un paio di metri di altezza - gettando quel che resta con la pala controvento in alto sopra il telo, dalla parte opposta del telo: la pula, che è più leggera, resta lì. Perché del grano, Biancù tu lo sai, non si butta niente, neanche la paglia che finisce a foraggio o nei materassi, e la pula che finisce nei pollai. Le ragazze poi hanno dato con il vaglio la setacciata finale al grano. Ora i chicchi, che debbono ancora seccarsi, possono godersi sull’aia finalmente qualche giornata di sole”.

“Oggi è passato a Croce Elia il Mugnaio. Il mulino sta lì vicino verso Vico. Elia è venuto con cinque muli e ha preso i sacchi che avevamo preparato, più o meno la metà del raccolto. Perché non la facciamo la farina tutta insieme, se no, dopo qualche tempo, diventa cattiva. Il resto dei chicchi lo abbiamo conservato nelle botti di legno, come quelle del vino: l’altra farina la faremo più in là”.

Ettore è giovane; ma è già maturo. Mammà e Papà lo sanno.

* * * * *

Il mare d’estate è generalmente tranquillo. E i pescatori sono sempre molto prudenti. L’anno scorso però, a giugno, è accaduta una tragedia che ha colpito tutto il paese, una tragedia che nessuno può dimenticare. Una mareggiata di grecale furiosa, improvvisa, si abbatte sul promontorio nella tarda serata di una giornata sostanzialmente tranquilla. La barca ‘Adelina prima’ di «‘Lejë e Giuuànnë i Cianciòusë», con a bordo i due fratelli, a notte inoltrata non è ancora tornata. Adelina, la moglie di «‘Lejë» - sono sposati da poco e Adelina è incinta - non stando più in sé per l’ansia, sveglia verso l’una di notte il Brigadiere. Scendono in spiaggia, Adelina con il pancione, due Carabinieri e Mastro Giacomino. È buio pesto, non è possibile fare niente. E’ possibile solo attendere e pregare. Il mattino dopo la mareggiata si placa rapidamente, come è iniziata. Mastro Giacomino prende i due carabinieri a bordo di uno dei pescherecci di Papà ed esce alla ricerca nella direzione di Vieste. La ‘Adelina prima’ è avvistata arenata e disastrata alla Cala di Mastro Agostino.

«‘U sapàivë ji ke l’avèmma truà ‘kkuà» dice Mastro Giacomino, mentre cerca di avvicinarsi il più possibile a terra. Un carabiniere si getta a nuoto e sale a bordo. Giovanni è lì ferito, sanguinante, infreddolito, incastrato sotto due travi… ma vivo! Racconta, Giovanni, di aver visto Elia, mentre era al timone, volare fuori della barca in mare, spazzato da un’onda enorme che, superato il mascone, si era infranta sul ponte. Era buio pesto, non si vedeva niente; il fragore della tempesta copriva ogni altro suono; la barca faceva acqua. Non aveva potuto fare nulla, era stremato. Pensa di essere svenuto. Giacomino continua a fare le ricerche di Elia per tutto il giorno, e il giorno dopo, e il giorno dopo ancora. Adelina intanto sembra essere impazzita per il dolore, per l’incertezza del futuro, suo e del frutto del ventre suo. Passa le giornate a mezza costa tra la Curva di Mastro Matteo e il molo, sul dirupo a picco sul mare, a scrutare l’orizzonte, pregando, piangendo e imprecando. Qualche giorno dopo il naufragio, Mastro Giacomino, che cerca ancora Elia, trova, riverso su una roccia sotto lo Scalandrone, il corpo di Adelina. Teme il peggio, ma Adelina non è morta. Racconta poi che voleva farla finita e si era gettata giù dal dirupo, ma aveva gonne belle larghe che ne hanno ritardato la caduta e attutito l’impatto con l’acqua. E mentre cadeva aveva capito che stava sbagliando, che stava uccidendo Elia una seconda volta, e aveva cominciato a pregare, e quando era arrivata in acqua aveva chiuso occhi e bocca per tanto tempo, ed era tornata a galla, e un’onda l’aveva sospinta sulla roccia. Qualche mese dopo è nato il figlio di Adelina e di Elia: Adelina lo ha chiamato Elia, come il papà. Quest’anno Adelina e Giovanni si sono sposati.

* * * * *

I ragazzi d’estate stanno spesso in spiaggia, i ragazzi maschi. Le femmine molto raramente. I maschi vestiti di mutande e camicia, le femmine, quando ci sono, vestite di sottoveste lunga, nera, spessa, a celare mutandoni e maglietta. Restano quasi sempre alla Marina: fanno soprattutto chiacchiere, accovacciati sulle palanche all’ombra di una barca inclinata per il calafataggio, davanti ai magazzini. O giocano sul bagnasciuga a «mazz’e zippë» o a nascondino, o nell’acqua bassa a fare capriole, e a spruzzarsi, o fanno chiacchiera con i pescatori agli spasari o ai magazzini, o curiosano intorno alle carbonaie, o pescano, o vedono pescare con i coppi sulla testata del molo, o fanno scorpacciate di fichidindia catturati dagli orti vicini della piana, o di cozze estirpate dalle pareti del Monaco. Chi sa nuotare - sono in pochi - si tuffa dalle bitte della banchina, i più spericolati dal Monaco o dalla barriera frangiflutti del molo, dalla parte del mare aperto dove l’acqua è più profonda. Il bagno alla Marina lo fanno spesso anche cavalli, muli, maiali, pecore. Sono guidati per lavarsi alla scaletta, aperta verso la metà della banchina per agevolare le barche più piccole nelle operazioni di carico e scarico. Lì scendono in acqua e si immergono tranquilli tra le barche e la gente. Il resto della spiaggia lunga, dorata, resta solitario.

Aldo ed Ettore scendono spesso in spiaggia. “C’è gente là - dice Ettore - e poi ci stanno gli amici! Non nei giorni di festa però … le domeniche, Sant’Elia, l’assunzione, San Matteo … perché le feste bisogna santificarle: bisogna andare a messa! E molti poi sono pure superstiziosi! E Don Michele ricorda sempre nel corso della predica: statevi attenti, i giorni di festa sono ‘punti di stella’: possono essere giorni sfortunati, per quelli che fanno peccati”. Ogni tanto Teresa e io ci aggreghiamo con Paolo a Aldo e Ettore quando scendono in spiaggia. Seguiamo a piedi la solita stradina che arriva alla Porta del Castello, scende alla Curva di Mastro Matteo e poi alla Marina. Aldo, o Ettore, si carica Paolo, felice, a cavalcioni sulle spalle. In spiaggia Paolo resta al centro delle attenzioni di tutti. Aldo ed Ettore ricavano un luogo d’ombra, gettando un telone di barca sugli spasari più alti, e scelgono le palanche più pulite per avere appoggi sui quali sedersi. Teresa gli insegna a modellare castelli di sabbia e lo accompagna a sguazzare ai limiti del bagnasciuga. Teresa e io ci svestiamo in uno dei magazzini: restiamo in sottoveste. Facciamo il bagno legando la sottoveste sotto le ginocchia, bene perché non si sollevi, camminiamo lentamente, un po’ timorose - né lei né io sappiamo nuotare - fin quando l’acqua ci arriva all’inguine. Lì ci facciamo il segno della croce e ci caliamo nell’acqua: ci inginocchiamo sulla sabbia con l’acqua che arriva al seno, ci bagniamo il viso, ci spruzziamo acqua sui capelli, ci bagniamo vicendevolmente la schiena, e chiacchieriamo. La risalita a casa verso l’una - Papà nelle giornate di spiaggia acconsente a ritardare l’ora del pranzo - con il sole a picco è proprio faticosa!

Mammà al mare non ha proprio voglia di andarci. «Na’ më në tàaainë» dice sempre. Così pure Angela: lei non si allontana mai troppo dalle Chiese. Ma un giorno c’è stato, memorabile, nel quale Aldo ed Ettore sono riusciti a convincerle ad andare al mare: il giorno del cinquantesimo compleanno di Mammà, l’anno scorso a luglio. Anche perché Mammà, un giorno o l’altro, doveva passare al Renazzo. Quel giorno hanno detto di sì. E hanno acconsentito addirittura ad andare fino al Jalillo. «Ja’, po passàmë o’ Rënazzë» aveva incoraggiato Ettore. Siamo andati Mammà, Angela, Teresa, Aldo, Ettore, Paolo e io. Papà naturalmente non è venuto: «Uaññòu, ji tenġë ke ffà!» Rosalba deve incontrarsi con Antonio. Ci lasciamo alle spalle la solita discesa. Mammà ha trotterellato velocissima, Angela è stata molto prudente. Appena arrivati in spiaggia, Ettore propone: «Ja’, Mammà, mo t’è pëġġjà ‘nġollë!»

«Kamèinë vattìnnë, Ettorù! Na’ dëcennë fëssarèjë!» Mammà si schermisce. Ma Ettore non ne vuol sapere di desistere: Mammà se lo deve ricordare il suo cinquantesimo compleanno! Ed è Mammà, che desiste.

La carovana prende a percorrere la spiaggia: Ettore con Mammà a cavalcioni sulle spalle, Aldo con Paolo a cavalcioni sulle spalle, Angela con una corona di rosario tra le mani, Teresa e io con un fagotto appeso a un bastone sostenuto con una mano su una spalla, tutti scalzi - le scarpe ammucchiate in un fagotto, - ciangottando sul bagnasciuga. Mammà e Paolo ridono per tutta la spiaggia. A una cinquantina di metri dal Jalillo, Ettore si mette a correre con Mammà che gli ballonzola sulle spalle, Aldo pure con Paolo si mette a correre, Angela esterrefatta prega: «Gesù! Giasëkrìstë mejë!» Mammà scende da cavalcioni con l’aiuto di una roccia emergente dalla sabbia. Ettore riprende fiato: «Mo v’ata spuġġëjà!» Durante il percorso sulla spiaggia non abbiamo incontrato nessuno. Qui non c’è nessuno, non c’è traccia di esseri viventi. Niente! Ma le donne sono a disagio, e i ragazzi lo sanno, e sanno anche come metterle a loro agio: «Ja, mënèitë akkuà!» Al limite del bagnasciuga due massi enormi, alti sui tre metri, si affacciano l’uno di fronte all’altro, con pareti praticamente parallele, a delimitare una sorta di corridoio largo non più di un metro. «Akkuà cë spoġġjënë i femënë» sorride Aldo. Mentre Teresa e io alle due estremità del corridoio manteniamo due teli allargati per impedire la vista dell’interno, Mammà e Angela nel corridoio si spogliano. Poi ci scambiamo le parti e ci spogliamo Teresa e io. Mentre ci spogliamo sento dall’alto la risata di Aldo. «V’è vistë! V’è vistë!» Alziamo la testa: il viso di Aldo, stagliandosi nel cielo, ride divertito! «U mòooupë! Kamèinë vattìnnë» si arrabbia Teresa. E il viso di Aldo scompare. “Adesso - dice Ettore, dopo che tutti ci siamo spogliati - possiamo andare dall’altra parte «du Jalìllë»”. Per andare dall’altra parte, assicurano, si deve passare in acqua profonda qualche decina di centimetri intorno a grossi massi che sporgono dalla terraferma verso il mare. Lasciamo i vestiti appesi a rami di pino che spuntano dalla roccia. Aldo riprende Paolo sulle spalle. Nessuna di noi donne sa nuotare: non siamo proprio tranquille! Ci diamo tutti una mano, facendo una catena: Ettore è davanti a tutti, Aldo con Paolo è dietro. Superiamo un primo masso sporgente: l’acqua ci arriva alle ginocchia, le sottovesti di Mammà e Angela si allargano sulla superficie dell’acqua. Angela implora «Ggesù!» Siamo su una spiaggetta lunga una decina di metri, larga un paio di metri. Nel fondo, una caverna si insinua nella parete rocciosa di Monte Pucci. Dalla caverna esce un rigagnolo d’acqua che scorre fino al mare nel solco scavato nella sabbia. Ci metto un piede.

“È freddissima!” - avverto.
“Sì, certo, è acqua sorgiva. Ed è buona, buonissima da bere! - Ettore si inginocchia sulla sabbia lasciandosi scorrere il rigagnolo tra le ginocchia, spalle al mare, si china, fino a sfiorare l’acqua con le labbra, e sugge.
“Quanto è buona! Ma come fa quest’acqua, a essere così buona?”

Lo imitiamo. Paolo si diverte tanto. Superiamo il secondo masso sporgente, più alto del precedente. L’acqua ci arriva alle gambe. Le sottovesti di Mammà e Angela si allargano di nuovo sulla superficie dell’acqua. Angela implora ancora: «Ggesù! Ggesù! Ggesù!» Adesso si apre una spiaggia lunga un centinaio di metri, larga una trentina di metri, di sabbia finissima, dorata, addossata alle pendici di Monte Pucci, rocciose, bianche, ricoperte di pini - è il limitare della pineta - che si spingono fino al terreno sabbioso. Non c’è nessuno, si ode solo lo sciacquio di un’ondina che arriva pigra dal mare celeste, e qualche strillo di gabbiano. Odori di resina, di mirto, di salmastro!

‘Io un posto così, così bello, non l’ho visto mai!’ penso, e mormoro sottovoce.

Arriviamo alla fine della spiaggetta. Ci fermiamo tra una serie di rocce emergenti dalla sabbia. Facciamo il bagno. Mammà, Angela e Paolo si accoccolano appena l’acqua raggiunge la profondità di venti centimetri, Teresa e io, quando l’acqua ci arriva all’inguine, ci inginocchiamo, come ci piace fare. Aldo ed Ettore si spingono più in fuori costeggiando le pendici di Monte Pucci, poi scompaiono.

«Uaññòu, na’ facèitë i mòupë!» urla Mammà.

Passa qualche minuto e i ragazzi ricompaiono, facendo ampi cenni con le braccia, come a dire: “Venite!” Tornano verso riva. Ettore dice infatti: “Venite, «jamë a’ Ġrott’i Meñë» (denominazione popolare della Grotta dovuta alle stalattiti che pendono dal soffitto; nda). Vieni, Biancù, che si tocca sempre”.
“Tu tocchi, che sei alto! E sai nuotare! Io, io sono tappetta. E non so nuotare”.
“«Ja’», ci stiamo «Dëddèinë» e io. Andiamo! Andiamo costa costa!”
Teresa si rifiuta. «Ji ‘a ġrottë ‘a kanòššë.»

Decido di andare. Do una mano ad Aldo e l’altra a Ettore. Aldo con l’altra mano accarezza le pendici del monte, Ettore più alto resta verso l’esterno. Camminiamo. L’acqua poco a poco diventa più profonda, mi arriva al seno. “Ragazzi, torniamo? Io tengo Paolo!” A Ettore l’acqua arriva alla cintura: “Biancù, stai tranquilla. A Paolo vogliamo bene pure noi!” L’acqua diventa più profonda: “Non tocco più”, mi terrorizzo. “Poi il fondale si rialza - mi tranquillizza Ettore. - Resta così alto solo per una decina di metri. Tu metti una mano sulla spalla «dë Dëddèinë» e l’altra sulla spalla mia, e lasciati galleggiare. Non ti preoccupare se con i piedi la sabbia non la tocchi”. L’acqua si alza fino alle ascelle di Ettore. Io non tocco più, mi faccio trascinare dalle spalle dei ragazzi, sento di muovere le gambe come una ranocchia impazzita. Ettore continua sempre a camminare, Aldo per qualche metro deve nuotare. Poi l’acqua riprende ad abbassarsi. La cavità appare enorme dietro uno spuntone di roccia. Ci avviciniamo, il livello dell’acqua si abbassa, risento la sabbia sotto i piedi. Compare sulla destra un altro ingresso della grotta. Tra un ingresso e l’altro decine di scogli affioranti, dal soffitto decine di stalattiti, a livello del mare sulla roccia migliaia di cozze, sul fondo una spiaggetta minuscola con un’ulteriore cavità alle spalle, scura. Sciacquii. Garriti di rondoni.

‘Un’altra dimensione del mondo!’ penso.

“Biancù, vedi quella cavità scura dietro la spiaggetta? Dicono che là c’è l’uscita di un tunnel sotterraneo che parte dall’Abbazia di Calena e serviva ai monaci per squagliarsela quando arrivavano i saraceni”.

È tutto fantastico! Io però in alto mare, così, non ci vado più.

* * * * *

I ragazzi, quando tornano a Peschici d’estate, fanno sempre il giro dei posti ai quali si sentono legati: il Renazzo, Croce, il Jalillo, la torre di Monte Pucci, la torre di Calalunga - alle torri adesso si può andare solo se si ha il permesso del comando delle guarnigioni, - il Santuario della Madonna di Loreto, l’Abbazia di Calena, ed Ettore mi racconta sempre dei posti che visita. Quando mi ha parlato di Calena, non ci ero ancora andata. L’Abbazia è nella Valle degli Olivi, sulla strada per Vieste, non lontana da Peschici: ci si può andare a piedi. Ho chiesto a zio Raffaele di accompagnarmi. L’Abbazia, circondata da olivi maestosi che svettano da un terreno calcareo, rossiccio, grasso, è misteriosa, affascinante. È disabitata e decisamente malridotta e questo contribuisce ad aumentarne il fascino. Si avvolge intorno a un cortile, con al centro un pozzo quadrato, il secchio sostenuto da un passante infilato in due pilastri anch’essi quadrati con terminali piramidali. Intorno al cortile il monastero, una Chiesa, una seconda Chiesa e un muro di cinta in pietra, a secco, sui tre metri. Non capisco molto di architettura, ma c’è qui qualcosa che ti prende: il disordine apparente delle strutture, il comignolo maestoso del monastero, il campanile a vela, l’abside minuscola, le arcate cieche, i conci squadrati lungo i muri, gli elementi scultorei, le decorazioni.

“Il monastero, voluto da monaci benedettini - mi istruisce zio Raffaele - è più antico ancora di Peschici: risale, sembra, all’epoca dei longobardi. Le due chiese, molto diverse, sono successive: una ha stile tipico locale, l’altra ripete motivi importati, sembra, dalla Terra Santa”.

I ragazzi ci tengono a mantenere buoni rapporti con Gesù, e con Don Michele, e con Angela. Partecipano sempre alle processioni: a quella di Sant’Elia il 20 luglio, a quella dell’Assunta il 15 agosto, a quella di San Matteo il 21 settembre, e si offrono sempre come portatori. Le festività di Sant’Elia profeta, il patrono di Peschici, il 20 luglio coinvolgono emotivamente tutto il paese, dai più anziani ai più giovani. Don Pasqualino fa di tutto per raggranellare quel po’ di soldini che consentano di organizzare quel tanto che possa contribuire a un momento collettivo di serenità. Anche se le rimesse degli emigrati sono ridotte al lumicino. I pochi locali in grado di contribuire - Papà Paolo, zio Luigi, Don Vito, zio Raffaele, Don Elia Darrigo, qualche altro - vengono cooptati da Don Pasqualino nel Comitato organizzativo. La comunità entra in stato di eccitazione fin dai primi giorni di luglio: le pie donne prendono ad abbellire la chiesa, tappezzando le pareti e disponendo decorazioni e addobbi multicolore; mamme e nonne sono indaffarate a confezionare, per quanto possibile, abiti per le ragazze; lungo il corso vengono issati i lampioni, con ceri all’interno, per l’illuminazione; nei giardini di fronte al Comune viene montato il palchetto per l’orchestra; dinanzi al palchetto viene sistemato il tavolo del Comitato per la improbabile raccolta di fondi.

Le feste iniziano con nove giorni di anticipo rispetto alla ricorrenza. Al mattino del primo giorno, verso le nove, le campane suonando a festa annunciano che la statua del profeta sta per essere portata sul piedistallo dietro l’altare maggiore. Uomini e donne si precipitano in chiesa. Sotto lo sguardo di Don Michele, attento e preoccupato, gli uomini - tanti - spostano la statua, le donne - tante - la puliscono coi loro fazzoletti, sistemandole intorno gli ex voto; il tutto in un’atmosfera di grande disordinata agitazione, al limite della rissa. “Perché tutti, tutti, tutti, vogliono toccare il santo - mi spiega zio Raffaele. - Le donne conservano quei fazzoletti come reliquie e spesso vi ricorrono come fossero dispensatori di guarigione. Ogni tanto, Biancù, sembra difficile distinguere la fede dall’idolatria!” Durante la messa che segue, Don Michele richiama alla memoria la figura del profeta: la storia della sua adozione come patrono fin dalla fondazione del paese, i suoi miracoli, la liberazione del paese da una terribile invasione di bruchi enormi, grandi come cavallette, la profezia del suo ritorno sulla terra in occasione del giudizio finale.

Nel pomeriggio inizia la novena: «Cë kjamë akkušì pëkkè ‘a Madonnë kë l’Apostëlë anna prëjatë nàuë jurnë affëlàtë doppë ke Gesù cë në jè jjòutë ‘ngiàilë, fèis’a kkuànnë propëjë doppë nàuë jurnë jè kumbarsë ‘a Pentekòstë, jè ššindë ‘nderrë u Spirëtë Sandë.»

La chiesa è gremita: fa molto caldo, si suda, si respira con qualche fatica, si avvertono odori non proprio gradevoli, ma la partecipazione della gente è palpabile: tutti presenti, tutti attenti, donne e fanciulle coperte col velo, uomini e ragazzi disposti persino a cantare. Messa e novena - e sudate - vengono reiterate in tutti i giorni a seguire. I tre giorni della festa vera e propria iniziano il 19: le cinghie del controllo si allentano, pur sempre in regime di libertà controllata, una qualche concessione è tollerata, persino per la cura dell’estetica - le ragazze aspirano, se possono, a vestire tre abiti diversi nelle tre giornate: - è la festa mondana di Peschici. Al mattino arriva la banda: una ventina di elementi, provenienti da Carpino, accoccolati fra i loro strumenti su tre «traìnë». La banda annuncia la sua presenza sfilando per il corso e la Via del Castello, preceduta da frotte di ragazzini, fermandosi qua e là a eseguire qualche ritornello. Sale poi sul palco, allestito di fronte al Comune, per la presentazione al paese. I paesani, soprattutto gli anziani, iniziano a sistemare intorno al palco le loro sedie, portate a mano da casa; e le legano tra loro, per limitare il rischio di non ritrovarle: si riservano il posto per le prossime esibizioni. La prima di queste avviene la sera stessa, e dura fino alla mezzanotte. Anche lo striscio sul corso - che si forma, data la moltitudine dei presenti, in due flussi opposti, uno verso la Curva del Frantoio, l’altro verso la Porta del Ponte - si protrae fino alla mezzanotte; consentendo alle coppie più audaci qualche rapida fuga nei vicoletti, o magari allo Spassiaturo. “Piace tantissimo a noi giovani quando ci sta la banda - mi confida Ettore, - non perché ci piace proprio la banda, ma perché «u strèišë» può durare fino a tardi. E così ogni tanto, Biancù, nella confusione ci scappa pure qualche fuga d’amore!”

Il 20 è il giorno della ricorrenza. La messa solenne è celebrata dal Vescovo, venuto da Manfredonia; partecipa il Pretore, venuto da Foggia. Il pranzo nelle case è quello delle grandi occasioni, con le famiglie tutte riunite. La processione al tramonto è affollatissima: le statue dei santi al completo, con Sant’Elia in testa, affiancato dal palio, seguito dalla Madonna e San Matteo, e poi dagli altri: il Vescovo, il Pretore, Don Michele, Don Pasqualino, i membri del Comitato, il brigadiere Lovoglio, le due confraternite, chierichetti, seminaristi, monaci e sacerdoti di paesi vicini, e fedeli, tantissimi. La processione scorta i santi fino allo spiazzo, lungo la via del cimitero, dove sono predisposti i fuochi d’artificio, innescati non appena il consesso dei santi è ben schierato al gran completo per ammirarli. Lo striscio e la banda replicano. Il giorno seguente la festa assume un carattere esclusivamente mondano. Lo striscio e la banda replicano ancora fino a sera inoltrata.


(4.5 cont.)


NB1. Per seguire meglio la narrazione, elenchiamo di seguito i link delle puntate precedenti.

Cap.1
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5363
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5369
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5410
(4) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5435

CAP. 2
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5487
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5523
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5559
(4) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5628
(5) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5656

CAP. 3
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5709
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5734
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5751
(4) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5779
(5) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5811

CAP. 4
(1) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5851
(2) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5882
(3) http://www.puntodistella.it/news.asp?id=5919

NB2. Si può facilitare la lettura dei periodi idiomatici tenendo a portata di mano la tabella dell’Alfabeto Peschiciano scaricabile da www.puntodistella.it/public/file/periodici/alfabeto_pds.doc

 Redazione

 

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  Commenti dei Lettori:

-- 25/09/2012 -- 18:53:15 -- vincenzo

Una carrellata di eventi, descritti con meticolosità, folklore, ... suspense! Abbiamo temuto che la narratrice potesse sprofondare nell'acqua alta, lungo la traversata del mare - anche se sapevamo che nulla le sarebbe successo, dal momento che ha poi raccontato! Sorprendente, Paolo!

 
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