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15/09/2012

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ECHI DI UN FORUM

Clicca per Ingrandire A margine, molto a margine, di un convegno sui dialetti garganici tenuto il 17 luglio scorso, registriamo due annotazioni, una ("I verbi di «Sandalèjë»") dei tre autori della “Ġrammàtëka Pëskëciànë” (Paolo Labombarda-Rocco Tedeschi-Patrizia 'Patty' Ugolotti) e una di un certo… Sancho Panza ("Ho incontrato don Chisciotte")


ANNOTAZIONE n. 1 = ("I verbi di «Sandalèjë» hanno 4 coniugazioni" - di Paolo-Rocco-Patty)

- /E/ muta, ha detto al forum il professore di Foggia… /e/ muta! - Sinella ripete sconsolata.
- Sai che Cenzino, alle mie spalle, nel frattempo digrignava a bassa voce: “E la /a/ muta”… la /u/ muta?” - cerco di aizzarla. Mi piace sentire Sinella divagare di fatti linguistici, soprattutto quando un qualche argomento la appassiona.

Il 1° Forum sui dialetti garganici, al quale il 17 luglio abbiamo assistito nella Sala consiliare del Comune di Peschici, ne ha generate di discussioni! Sinella, Lina e io siamo seduti a un tavolino del Caffè su Corso Garibaldi di Peschici. La serata è calda. «“u strèišë» - le due correnti umane che fluiscono in senso contrario, una verso «u Spassiatòurë», l’altra verso «‘a Port’u Pondë» - appare popolato, eccome! Beh, il triduo di Sant’Elia (19-21 luglio; ndr) è iniziato. E si vede!

- /E/ muta! /A/ muta! /U/ muta! - Sinella s’appassiona. - Ma, dico io, se un suono vocalico è muto, che senso ha dire che è una /e/ muta, o una /a/ muta, o una /u/ muta? Che senso può avere distinguere una vocale muta da un’altra vocale muta!
- Su su, gente! - Lina appare sorridente e tranquilla come sempre. - Stiamo riscoprendo l’acqua calda! Stiamo riscoprendo il suono della vocale neutra, che i linguisti conoscono benissimo.
- E certo! - Sinella si scalda - La lingua inglese ne è strapiena, la lingua francese ne fa un simbolo nazionale, i dialetti meridionali ci sguazzano…
- … e nel dialetto peschiciano il suono è frequentissimo - gongolo.
- … com’è sottolineato «jind’a Ġrammàtëka Pëskëciànë!»* - Lina sorride furba.

Mi stanno prendendo in giro. Graziosamente. Scoppiamo a ridere.

- Il fatto è - tenta di razionalizzare Sinella - che nella lingua italiana il suono della vocale neutra non esiste. E così noi italiani, con la vocale neutra, non è che c’abbiamo a che fare più di tanto!
- Beh, neanche nella lingua latina, la lingua madre, esiste - mi avventuro, lo so, in un campo di discussioni per me minato: Sinella insegna italiano e latino, Lina insegna storia e filosofia.
- Vero, verissimo! Ci sono suoni nelle lingue neolatine che la lingua latina non utilizza - Sinella adora il latino, - anche se è una lingua ricchissima, quella latina.
- Ricchissima? - incalzo.
- Ricchissima, sì, oltre che regolata da costruzioni di una precisione matematica.
- Ricchissima… precisione matematica… Che vuoi dire? - in matematica mi sento di rischiare.
- Ma sì! Pensa alla grammatica latina, alla sintassi… Pensa ai sei casi dei nomi latini, alle cinque declinazioni, alle tre classi degli aggettivi, alle quattro coniugazioni dei verbi… - Sinella sembra commuoversi.

Un lampo mi folgora.

- Le quattro… le quattro coniugazioni dei verbi latini?
- Sì, certo, sono quattro: ‘lavare’, ‘vidēre’, ‘legĕre’, ‘audire’… ricordi?
- Sì sì, ricordo. Ma l’italiano di coniugazioni ne ha tre, e lo spagnolo pure, e il francese…
- Le lingue neolatine, te lo dicevo, non presentano sempre la ricchezza della lingua madre.

Il lampo si ripete.

- Ma il dialetto peschiciano? I peschiciani dicono ‘lavà’, ‘vëdè’, ‘leggë’, ‘sëndì’!
- Che vuoi dire tu, adesso!? - Sinella sembra eccitata.
- Voglio dire che… Mi sembra che possa dirsi che il dialetto peschiciano presenta quattro coniugazioni, come il latino non come l’italiano. - La scoperta eccita anche me.

Lina scatta in piedi, battendo le mani. Tommasina, Patty e Rocco, che navigano nella corrente che scorre verso «‘a Port’u Pondë», la notano, si avvicinano.

- Che succede? V’ha morso la tarantola? - chiede Tommasina, mentre si siedono con noi.
- È che c’è appena capitato di capire che in peschiciano le coniugazioni sono quattro - Sinella appare quasi commossa.
- Ma dai! – Patty, anglofona, non riesce a mascherare vagoni di dubbi.
- Sì, sì! - insisto, per convincere anche me stesso. - Ricordi Rocco, qualche dubbio ce l’avevamo no?
- E sì che ce l’avevamo! - Rocco sembra contento della notizia. - A «Sandalèjë» (Sant’Elia; ndr) tre coniugazioni gli vanno strette.
- Bene! I verbi di «Sandalèjë» allora appartengono a quattro coniugazioni, come quelli di Cicerone - sostengo atteggiandomi ‘ex cathedra’ - non a tre come quelli di Dante!
- L’avevo detto io, che qualcosa non funzionava «jind’a Ġrammàtëka Pëskëciànë!» - ammonisce Tommasina trionfante. “Solo qualcosa?” penso fra me e me, mentre sento brividini a fior di pelle.
- Meh Pupì, ce lo porti un espressino? A tutti! - chiede Tommasina al cameriere, ridendo di gusto. - Si brinda!


***

* La prima edizione di «‘A Ġrammàtëka Pëskëciànë» ha preso la luce un annetto fa. Gli Autori sono ben consci del fatto che molte possono essere ingenuità e inesattezze in essa contenute; ma sanno anche che è molto meno difficile correggere l’esistente che creare dal nulla. Le discussioni scaturite dalla pubblicazione potranno apportare certamente dei miglioramenti. Il “1° Forum dei dialetti garganici”, organizzato da ‘Punto di Stella’, ha attivato una qualche discussione. Come questa riportata. E la seconda edizione riterrà che i verbi regolari peschiciani appartengono a quattro coniugazioni diverse (non a tre, come ritenuto nella prima edizione).


ANNOTAZIONE n. 2 = ("A Peschici ho incontrato don Chisciotte, non de la Mancha ma de… la Chianca" - di Sancho Panza)

Sono di passaggio a Peschici per assistere alla festa del patrono Sant’Elia. La cittadina è gremita di turisti, di peschiciani venuti dall’estero e da diverse città italiane per festeggiare il santo. Tutto è pronto: la luminaria, la banda dei bambini delle medie che offrono un magnifico concerto di musica sinfonica e folkloristica, i venditori ambulanti che attrezzano i loro banchetti mettendo in mostra la mercanzia, ceci e fave secche, semi di zucca, frutta essiccata, olive, i portatori delle statue dei santi - Sant’Elia e San Rocco - che si avvicendano dalla chiesa madre alla Porta del Ponte e giù fino alla Porta di Basso per verificare il percorso della processione.

In mezzo a questo frenetico andirivieni mi imbatto in uno strano personaggio che definirei il ‘Don Chisciotte della situazione’: un uomo di mezza età, di corporatura media, dai capelli bianchi che ricoprono un capoccione fuori misura e dall’incedere sicuro e spavaldo. Si presenta, “mi chiamo Paolo”, mi dice sorridendo. Gli sorrido, mi presento a mia volta, cominciamo a parlare della festa del paese. Tutto a un tratto mi racconta di avere intenzione di rivoluzionare la cultura del luogo, di voler stimolare i paesani a ripensare all’origine del loro dialetto, di voler scrivere delle regole così che tutti, compresi gli stranieri o i peschiciani emigrati, possano scrivere esattamente nello stesso modo e comprendersi. Penso di dirgli, molto sommessamente, che il tutto mi suona strano, ambizioso e quasi provocatorio, ma tant’è… lo lascio farneticare!

Il nostro Don Chisciotte si è documentato con molta precisione e, oserei dire, quasi con puntiglio sull’origine del dialetto peschiciano: ha esaminato gli scritti dialettali peschiciani trovando una serie di incongruità fra uno scritto e l’altro perché nessuno degli autori ha applicato delle regole, perché hanno tutti attinto all’alfabeto italiano che, secondo Paolo, presenta una serie di anomalie e incongruenze. “Nessuno” asserisce Paolo “ha pensato finora di trascrivere semplici grafemi applicabili a fonemi tipicamente locali”. Insomma, il nostro Don Chisciotte - me lo confessa - ha formulato un alfabeto e ha scritto la grammatica peschiciana. Fantastico!

Cosa c’è di donchisciottesco in tutto questo, direte voi? Forse nulla, se il nostro Paolo non si fosse cacciato in mente di far adottare la sua grammatica e il suo alfabeto alle scuole, se non avesse cercato di convincere l’intellighentia locale della validità del suo lavoro, se non avesse fatto opera di divulgazione del proprio scritto. Ancora più fantastico! Forse Paolo vuole entrare nel Guinness dei primati per le cose da pazzi? Io, intanto, continuo a scuotere la testa sconsolatamente, senza avere il coraggio di provare a dissuaderlo dal suo proposito cultural-linguistico. Povero Don Chisciotte, che illusione cambiare la mentalità di un paese che da sempre scrive come mangia!




 Redazione

 

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  Commenti dei Lettori:

-- 16/09/2012 -- 15:44:42 -- vincenzo

1. Chi è l'anonimo/a Autore/trice di questo piacevolissimo "articolo"? Bravissimo/a! - Quando si dice che non c'è solo la /e/ muta, ma anche la /i/ la /o/e perfino la /u/ (almeno in un caso che – chiedo venia – adesso mi sfugge: non ho tempo e voglia di sfogliare tutto il mio vocabolario), non si vuole dire che QUESTE sono VOCALI mute; si vuol far solo capire che, posti a confronto grafemi simili [ma smettiamola di dire che i dialetti sono lingue diverse dall'italiano! La differenza non la possono fare certo le poche parole di origine greca o spagnola o slava, ecc], tra italiano e dialetto/i, quelli del dialetto non presentano espresse le stesse vocali : Maria/Marìjə (il suono di jə sostituisce quello della /a/ italiana); Luigi/Luuìgg’ (il suono di gg’ [dolce]

-- 16/09/2012 -- 16:46:42 -- vincenzo

2. ….sostituisce quello della desinenza /i/); cornuto/ch’rnút’ [il suono aspro-neutro di ch’ prende il posto di quello della /o/… ). Per il resto, si potrebbe correttamente dire che in certe parole dialettali ci sono, non delle vocali MUTE, ma dei SUONI neutri. Sarebbe la soluzione per la buona pace di tutti!. Le coniugazioni. In latino sono quattro perché si distingue la /e-lunga/ dalla /e-breve/: amāre, manēre, lègĕre, audīre; in italiano si riducono a tre perché non si fa distinzione tra la /e-lunga/ e la /e-breve/. In dialetto, almeno in quelli nostri, ancora appellandoci alle /e/, lunga e breve, tornano ad essere quattro (perché ne vogliamo vedere quattro; non è certo un delitto): parlà (parlare), v’dè (vedére), lègg’ (lèggere), s’ntì (sentíre)….

-- 16/09/2012 -- 16:47:31 -- vincenzo

3…. Vogliamo contarne tre come tre ne hanno contate in italiano i signori grammatici della crusca? Contiamone tre! Solo che il vero problema non sta nella distinzione delle coniugazioni in base alle desinenze degli infiniti; il vero problema (almeno per me che l’ho affrontato – anzi, sarebbe più corretto dire che lo sto ancora affrontando -) sta nelle forme verbali che - rodiane o peschiciane, poco cambia -, rispetto a quelle italiane, sono eminentemente irregolari o difettive. Ed io, per tagliare la testa al toro, ovvero, per non creare troppo imbarazzo e troppi sforzi ai mie futuri lettori, in una SECONDA PARTE del vocabolario, le riporto tutte, tranne quelle che somigliano ad altre riportate in precedenza.

-- 23/09/2012 -- 11:32:08 -- Paolo

è indubbio, Vincenzo, che molte delle parole dialettali abbiano origine dalla lingua italia: ciò che trovo intrigante è che ogni dialetto le rielabora in base a suoni propri, alla musicalità propria. Sulle coniugazioni: certo la penultima 'e' di vedere è lunga, mentre la penultima 'e' di leggere è breve. A me non pare un fatto secondario; tant'è che vedere è parola piana, mentre leggere è parola sdrucciola.

-- 23/09/2012 -- 12:14:28 -- vincenzo

... Ed è per questo, caro Paolo, che non esiste, per es, un DIALETTO GARGANICO, come qualcuno insiste a ritenere; esistono tanti dialetti quante sono le realtà locali, con la loro cultura,le loro tradizioni, i loro costumi, ecc.ecc. Ovviamente, non sono solo le parole ITALIANE ad essere adattate; sono anche quelle slave, quelle francesi, spagnole, ecc.ecc. Su questo possiamo essere d'accordo. Ne consegue quello che ho sempre sostenuto; che io non posso dir nulla a te, tu non puoi dir nulla a me, circa l'interpretazione del dialetto di cui ciascuno di noi si sta interessando. Quanto ai verbi - pareva che fossi stato chiaro - non ritengo che ci sia tanto da discutere: in ITALIANO ci sono tre coniugazioni, in RODIANO, come in LATINO, ce ne sono quattro. Quante ce ne sono in peschiciano? Da come sottolinei le due terminazioni in e-breve ed e-lunga, anche in quest'ultimo caso le coniugazioni dovrebbero essere quattro. Questione che, per me, rimane di LANA CAPRINA.

-- 24/09/2012 -- 21:45:08 -- Teresa

Studiare, divulgare, anche tentare imprese donchisciottesche significa credere in ciò che si fa. L'hidalgo ebbe il coraggio di dare ascolto ai propri sogni. Occorrono tenacia e creatività. Ora la grammatica c'è. Aspettiamo nuovi racconti, nuove storie ... perché ci piace sognare, caro Paolo!

-- 28/09/2012 -- 08:43:43 -- Paolo

Certo, Teresa! E' improbabile che una grammatica faccia sognare. Forse ogni tanto potrebbe far sorridere (essendo comportamento 'inconscio' - mi riferisco alla 'gente', non alla Crusca - dell'umano)

 
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