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14/07/2012

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UN RACCONTO ANTICO, SENZA PAROLE SENZA ORNAMENTO (1)

Clicca per Ingrandire “Non crucciatevi troppo se non potrete portare
fiori sulla mia tomba. Se di là potrò vedervi, sarà
più facile per me farvi visita.
Il culto dei morti serve più facilmente ai vivi;
serve per continuare a vivere anche quando sembra
che non ci sia ragione alcuna per farlo (...)”.
(Giuseppe Scarabino, Milano, 16 aprile 1973)


Quando ripenso a Lesina, adesso, a distanza di anni, la prima cosa che mi viene in mente è l'alba invernale. Sopra, il cielo violaceo-madreperla, carico, luce fredda in pioggia di spade scagliate oblique nella laguna blu cobalto. Sotto, l'acqua senza onde increspata di Maestrale, superficie lacustre frantumata, miriadi di frammenti dorati e scintillanti. Il fondale vegeto e calmo. Assopite sullo sfondo, montagne radici legno terra, il Gargano, in secoli di letargo brullo e desolato.

Poco oltre la riva, pali ficcati in acqua, arrotondati da tempo e salsedine, anneriti d'alghe e molluschi. Funi e corde. E barche di pece, piedi piatti a sfiorare il salmastro, macchie scure sdraiate leggere in galleggio danzante. Tutt'attorno, fertile di pescato da pescare - anguilla e cefalo, pane e sudore, - e mucchi di reti accatastate o tese in filari e paranze. Forme levigate immobili rilucono e confondono, nere, riflesse in controluce. Odori forti e quiete, rotta: un gracchiare lontano di gabbiani e folaghe.

Da non so dove un mormorio, querulo, petulante. Persiste. Sciabordio solitario, dapprima indistinto, via via più preciso. Malinconico. Orecchie tese, ché qualcosa s'oppone contrappone sovrappone: tintinnio infantile metallico, catenelle e ormeggi. Ma forse non è guerra di frequenze, solo giocosa alternanza. Giri di eco in cadenza imperfetta, astrusa, intrigante. Gira in sotto. Giù. Vortice binario che conduce a ritroso in un tempo altro. Tempo d'Altri, che non mi appartiene (non mi appartiene?). Quasi fosse canto di sirene ipnotico, incantatore, prende per mano, a coglierne il sussurro di un invito.

“Vieni, seguimi, devo dirti una cosa...”
“Sì, vengo, ti seguo... ti prego, raccontami storie di padri, sono qui, ascolto...”.

Porta aperta, gorgo spalancato, l'oscurità di una stanza: ecco, giunge un racconto antico, senza parole né ornamento, fatto di sguardi e silenzio in un letto di ospedale.

* * *

Il riflesso argenteo filtrava dal finestrone disegnando quadrati di luce sul pavimento. I muri del camerone, intrisi di penombra lunare, ingigantivano d'ombre in contorni imprecisi e sfumati. Seduto, un po' curvo in avanti, poggiavi il braccio sulla coperta in un contatto di mani. A compagnia, il brusio di un respiro a tratti lieve, a tratti sincopato. Fiato notturno, flebile, senza mattino in prospettiva. Non parlavi, e neppure lui diceva niente. A che servono parole quando è il momento di andare? Lui lo sapeva ma anche tu lo sapevi, perciò non domandasti nulla. Solo un sussurrare di occhi in silenziosa eloquenza, abbastanza per capire un racconto che, in fondo, conoscevi già perché pure tu ne facevi parte, così come tutti ne avevano fatto parte, anche se magari loro non lo sapevano.

Ma tu sì, lo sapevi, e lui sapeva che tu, presente al capezzale paterno, capivi le cose che raccontava senza parlare. Linguaggio doloroso e semplice, e occhi di pianto trattenuto: lui parlava a te coi suoi, febbricitanti e morenti ma non tristi, poiché tristezza è lusso che ci si può permettere solo quando resta tempo. Il lasso di una storia racchiuso tra confini concessi a scadenza determinata e imminente, simile a soffio pesante, o bolla di vapore denso evaporata. Lo spazio di niente.

… Rughe e madore, fronte che imperla, fatica dell'esistenza. Un calesse tirato. Il cavallo sfinito nel tramonto infuocato e incurante, che infiammava il selciato e i campi di grano gravidi di messi. L'ultima salita - la più dura, - prima di entrare in paese. Poi buia frescura di tufo nello stanzone imbiancato a calce, unico per tutti. Un tondo di pane, spezzato e condiviso, su tavolaccio di briciole e legno scuro intorno. A sera, il riposo, corto e pesante, al calore di corpi e braci spente, consumate in un focarile. E fuori, blu, la notte: specchi di stelle e luna, acqua e firmamento. Più in là, il guizzo di un pesce, cerchio concentrico richiuso di silenzio... Cose. Che voleva dire a te. Forse. Che avresti detto a me, come lui, senza parlare, ne avessi avuto il tempo. Che io avrei detto a te, ora, ma ora non è più tempo.

Già da un po' il bisbiglio è aumentato d'intensità, a sbalzo, diventando suono. Sobbalzo, come fosse tuono. Un battito di ciglia mette a fuoco la sagoma color seppia nell'inquadratura del rettangolo ingiallito: camicia bianca e pantaloni scuri, in piedi sul tetto del monastero sommerso San Clemente, da tempo isola in mezzo a ‘Pantano’. Dalla piattaforma di pietra sorridi e fai cenni con la mano: davvero vuoi che venga fin laggiù?

Luigi Scarabino


(1.6 cont.)

 Redazione

 

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  Commenti dei Lettori:

-- 14/07/2012 -- 19:25:24 -- vincenzo

Mi farà molto piacere leggere il seguito!

-- 15/07/2012 -- 00:15:36 -- Fiorenzo

Profonda e con semplice profondità ti entra dentro. E´questa forse la caratteristica di noi Garganici. Nel vivere la credenza del culto dei cari defunti che da lassù sbirciano quello che di bello abbiamo. Proteggimi tu Caro Amico che del Gargano eri e lo sei ancora adesso più di allora INNAMORATO. (Grazie... Rosaria, che me l'hai segnalato!)

 
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