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01/07/2012

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MARINA

Clicca per Ingrandire Non era bella, non era avvenente, non era prosperosa; era solo simpatica, molto simpatica, Marina. Non era laureata e neppure diplomata. Aveva conseguito solo la licenza media inferiore, ma aveva una cultura generale superiore a molti, molti diplomati (e perfino a qualche laureato): si era ‘fatta da sé’, con la lettura, con l’attiva e fattiva partecipazione al mondo sociale, in generale, ed al mondo del lavoro, in particolare. A ventiquattro anni compiuti, in verità, nel piccolo paese di provincia, a picco sul mare, posti di lavoro Marina non ne aveva trovati; faceva la collaboratrice familiare, la colf - come adesso si dice.

E non soltanto questo. Godendo della fiducia dei suoi datori di lavoro, entrambi professori di liceo, e grazie proprio alla sua cultura, aveva innanzitutto l’incarico di accudire la nidiata di bambini della coppia. In seno a questa famiglia, veniva trattata bene, con stima, rispetto e perfino con amicizia, anzi, familiarità. Tant’è che, a chiunque entrasse in quella casa, non veniva mai presentata come ‘colf’ o come sorvegliante di bambini - detta, per pigrizia o per praticità, con termine anglosassone, ‘babysitter’, - ma semplicemente come ‘Marina’, senz’alcuna qualifica.

Era gioviale, affabile e non c’era quasi argomento di conversazione in cui avesse difficoltà ad intervenire. Se capitava, talvolta, che si ritenesse proprio tagliata fuori, taceva ed apprendeva, sì che, alla fine, anche lei era in grado di dire eventualmente la sua. Brava, Marina. Ma la sua intelligenza doveva veder la luce in altro luogo, non nella famiglia di origine, che non possedeva abbastanza per permettere a tutti i figli di studiare e di collocarsi diversamente nel mondo del lavoro. Ed aveva sognato, Marina, di potersi rendere autonoma e di poter raggiungere una grande città del nord, dove eventualmente riprendere gli studi, da privatista, e proseguire fino alla laurea: le piacevano le discipline umanistiche, ma avrebbe volentieri frequentato medicina, per laurearsi in Ostetricia e Ginecologia.

Sogni. Sogni di un’età più verde, di un’età in cui le prospettive le potevano apparire più rosee. La realtà fu il muro contro cui cozzò, e si dovette accontentare del minimo. Infatti, sempre pronta a sorridere, non si lamentava del suo stato, anche quando, gli occhi illuminati, sentendo parlare di Milano, di Torino, di Firenze, non poteva non rivivere quei suoi sogni irrealizzati. Guardandola, in quei momenti, potevi notare le palpebre chiuse e, sotto, i globi oculari che roteavano alla ricerca di qualcosa lassù, forse nel cielo, lontano.

Nonostante il suo brio nelle conversazioni, nonostante le sue buone maniere, la sua cultura, la sua simpatia, giunta alla detta età, non era stata mai fidanzata, non aveva nemmeno avuto dei corteggiatori. Forse intimidiva, nonostante che non fosse una bellezza mozzafiato, di quelle che mettono in soggezione gli uomini e finiscono per rimanere, paradossalmente, zitelle. Lei doveva essere più abbordabile, non facendo parte di quest’ultima categoria di femmine; invece, nulla: zitella come le più brutte, zitella come le più belle!

Eppure, era stata innamorata. Era stata innamorata di un ragazzo di alcuni anni più grande di lei. Solo che se lo era fatto sfuggire. Pippo (da Filippo), come tutti lo chiamavano in paese, conseguita la licenza media, era partito a cercar lavoro lontano e, dopo alcuni anni, si era fatto vivo con indosso una divisa azzurra, con tanto di aquila d’oro spiccante sul petto, e con una bella fanciulla bionda per mano. Si era arruolato in Aeronautica Militare, vi aveva conseguito il brevetto di pilota, era anche diventato ‘combat ready’, cioè pilota ‘pronto al combattimento’, e si era fidanzato. “Addio, Pippo!” - gli aveva mentalmente detto Marina.

Non la impensieriva la divisa azzurra “aquilata”, ma sentiva che non avrebbe mai potuto competere con la bionda, una bionda con tutti gli attributi, a lei mancanti, per essere un ghiotto bocconcino. Come avrebbe potuto, lei, che era rimasta pelle ed ossa, con un petto quasi piatto, per via di quelle mezze pere che si ritrovava come seni, non necessitanti di un qualsivoglia indumento che glieli reggesse, con gli zigomi pronunciati, le orbite oculari alquanto infossate, i denti molto evidenti sotto le esili labbra, come avrebbe potuto avere la meglio in una tenzone contro la rivale? Li lasciò tranquilli, ripose il suo sogno nel cassetto, insieme a tanti altri, e proseguì per la strada detta, fino a giungere nella casa dei professori.

Un giorno - era d’estate - la sorpresa. Quando giunse sulla spiaggia, con i bambini da lei accuditi, per raggiungere i genitori di questi ultimi, pur non potendo credere ai propri occhi, dovette ammettere che, con loro, c’era anche Pippo. “Pippo redivivo o l’anima di Pippo?” - si chiese Marina, non sapendo con quale tono condire le sue domande. “E la bionda, dov’è?” - aggiunse, non avendola ancora notata. “Sarà morta o è temporaneamente assente?” Cristina era ‘temporaneamente assente’: si era recata al bar per un bicchiere d’acqua.

“Ricordi Marina?” chiese il professore all’amico Filippo, che era stato suo compagno d’infanzia e di scuola, appunto fino alla licenza media. “Ricordo una bambina pelleossa con i capelli riccioluti, ma non so se corrisponda a questa Marina” - rispose il Pilota. “E quella bimba, per quanto me ne ricordi io, veniva chiamata Rina, non Marina”. “E’ esattamente la stessa cosa” - intervenne la presentata. “La Marina di adesso non è altri che la Rina di allora, di quando tu… oh, mi scusi!, lei era in quinta elementare ed io in prima”.

“Ne sono contento, ma non c’è bisogno di formalità tra di noi: non solo siamo quasi coetanei, ma siamo anche compaesani e, come sappiamo, nessuno, qui, usa il ‘lei’: dunque ‘tu’ per me, ‘tu’ per te. E non farti impressionare dal fatto che magari sai che sono un pilota, perché, in realtà, non lo sono più: ho fatto un brutto atterraggio di fortuna, dopo un addestramento di tiro aereo e le conseguenze sono state che non sono più risultato idoneo al volo. Adesso sono addirittura un giovane pensionato, perché l’incidente è stato riconosciuto per cause tecniche e la mia infermità come dipendente da cause di servizio. Oh, ecco che ritorna mia moglie… Marina… Cristina…”.

Marina fece buon viso a cattivo gioco e dischiuse le sue esili labbra in un sorriso che avrebbe abbagliato Cristina, se i suoi occhi non fossero stati protetti da buone lenti antisole. “La sbrano?” - si domandò Marina. “No” - si rispose - “lasciala vivere, lascia che sia felice” e, a voce alta: “Avete bambini? Quanti?” “Nessuno” - fu la risposta corale di tutti, Pippo, Cristina, Carmen e Luca. “Non ne sono venuti, anche se li abbiamo cercati” - aggiunse Cristina. “Volevamo adottarne uno, dopo aver definitivamente constatato che non posso averne, ma ci siamo fermati davanti all’incidente di Pippo. Forse abbiamo sbagliato, forse ci ripenseremo: siamo ancora giovani per poterlo fare. Vedremo” - concluse.

“So che può apparire frase fatta, ma sinceramente dico che mi dispiace. Io sono nubile, ma nel mio stesso stato, amerei avere un figlio. Solo che la legge non me lo consente. Ovvero, alla legge non importa nulla se io voglia o non voglia un figlio, un figlio che partorisca io; non mi consente di adottarne! Peccato!”.

La conversazione proseguì con altri argomenti. Si parlò dell’atavica abulia dei compaesani, della loro mancanza di iniziative, del loro antico aspettarsi la manna dal cielo, del loro vivere alla giornata, magari di espedienti che spesso rasentavano l’illiceità. Si parlò del mare, di come era un tempo, di quando, cioè, loro erano di pochi anni ed il mare era tanto cristallino e pulito che gli anziani erano soliti intingerci un limone spaccato con le mani per poi succhiarne il succo intriso d’acqua salata. Che tempi!

“E vi ricordate - esordì Luca - di quando, in agosto, in pieno temporale, ci facevamo il bagno, da veri incoscienti? Ed i fichi freschi che mangiavamo, quando si faceva sera, oltre il crepuscolo? Che buoni! Mai più mangiati così. Ed i fioroni neri, ve li ricordate? Forse perché le nostre erano mani di ragazzi, ma a me quei fioroni sembravano grandi come lampadine da cento watt, succosi, mielosi: ne bastava uno per sostituire una cena! Eh, sì, bei tempi… bei tempi…”.

Si parlava di questo e di altro, sulla spiaggia. Si parlava, forse, innanzitutto e soprattutto di sport. Pippo sapeva tutto di tutti: di tutti i giocatori, di tutte le squadre, di allenatori, di presidenti, di arbitri, insomma, veramente di tutto e di tutti! E non limitatamente alla prima serie del campionato, ma anche alle serie minori. Quando si trattava questo argomento, le tre donne tacevano. In particolare, taceva Marina che, se avesse potuto, avrebbe mandato squadre e giocatori in soffitta, per non sentirne più parlare. Le piaceva, invece, quando Pippo parlava dei libri che leggeva, perché spesso gli succedeva di riferirsi a libri che anche lei aveva letto.

Ed allora diventava un dialogo a due, un dialogo che continuava anche quando gli altri entravano in mare per una nuotata o quando facevano lunghe passeggiate per la spiaggia e si facevano seguire dai bambini. Era bello: a vicenda pendevano l’uno dalle labbra dell’altra. La simpatia crebbe, Marina si sentì ritornare addosso la fiamma dell’adolescenza, si re-innamorò di Pippo, in Pippo cominciò a farsi strada un sentimento nuovo, che non si aspettava che potesse nascere in lui.

“Quella diavola di pelleossa mi sta mandando in crisi! E’ possibile che, mezza racchia com’è, possa attirare il mio interesse? Fosse ‘bbona’ almeno la metà di Cristina, lo capirei. Ma questa non ha nulla di mia moglie, nulla! E’ forse la curiosità, lo spirito di Ulisse, che agisce in me? O si tratta proprio della parlantina di questa ragazza, dei suoi modi, della sua capacità di attirarsi addosso simpatia? Non lo so, non lo so…”.

Ma, intanto, inventando delle buone scuse (aveva in comune con l’amico Luca non solo l’interesse per lo sport, ma anche quello per la caccia e per la raccolta dei funghi - che conosceva in gran numero, anche se era un ‘porcinista ad oltranza’ e, degli altri funghi, non raccoglieva che una diecina di specie in tutto), si recava a casa dell’amico più spesso di quanto non avesse mai fatto nei giorni del suo arrivo in paese (dove contava di trasferirsi definitivamente da Grosseto, di cui era originaria la stessa Cristina, rimasta, nel frattempo, orfana di entrambi i genitori e con pochi parenti nemmeno tanto stretti). E lo faceva sicuro che, assenti i padroni di casa, avrebbe trovato Marina alle prese con i bambini, che simpatizzavano molto con lui, essendo, dei due maschietti, il padrino di battesimo.

Le conversazioni presero a versare sul personale, sull’intimo. Il passo successivo, il primo bacio, fu messo con assoluta facilità. E con piena soddisfazione di entrambi, anche se dovette essere superficiale e di breve durata, a causa del possibile ingresso di qualche bambino nel soggiorno. Si rese necessario incontrarsi altrove, approfittando della relativa autonomia della coppia, di cui ciascun membro faceva uso con piena libertà d’incontrare chi volesse. Non che fosse una coppia “aperta” nel senso che ciascuno era autorizzato a tradire l’altro, ma neppure si cercavano quando non si vedevano a passeggio, convinti entrambi della reciproca fedeltà.

Perciò, Pippo suggerì a Marina d’incontrarsi in un certo alberghetto fuori paese, gestito da un amico fidatissimo. Strano, in tutto questo intrallazzare, Pippo non si sentiva fedifrago. Amava la moglie e nessun appunto le aveva mai mosso per la sua infertilità. Così come sapeva di esserne adeguatamente riamato, senza che mai l’uno fosse rimasto insoddisfatto dell’altra, né sentimentalmente, né sessualmente. Non c’era nessuna ragione apparente perché se ne andasse ad amoreggiare con Marina. Ma, sebbene accompagnato da questi fantasmi, il luogo fu raggiunto e, poco dopo, arrivò anche Marina, alla quale fu semplicemente detto un numero, il numero della camera, senz’alcun altro commento. Massima discrezione, insomma. E nessuno, per tutta la durata dei loro rapporti, ne ebbe il minimo sentore. Le “trombe” del paese non funzionarono!

“Mi dispiace per tua moglie” - disse Marina, al primo appuntamento intimo, il primo appuntamento galante in assoluto della sua vita, l’appuntamento in cui andò ad immolare la sua verginità sull’altare dell’amore. “E’ una donna veramente bella e non meriterebbe che tu la tradissi con una racchietta come me. Inoltre, da quel che si nota dall’esterno, tra voi non manca il giusto affiatamento di coppia e mi pare anche di aver capito che ti ama con tutto trasporto e sincerità. Anche se non lo dimostra sfacciatamente”. “E’ vero, non lo meriterebbe, ma io non riesco più a vivere col pensiero di non amare anche te. Non è moralmente corretto, non è giusto, non è bello… ma adesso non ne parliamo più. Ho troppa curiosità di vedere se, dallo sfregamento dei nostri corpi, verranno fuori le scintille che, in genere, vengono fuori dalle pietre focaie, secche come te” - disse Pippo, ridendo ed attirandola a sé.

Baciandola, la sollevò di peso e la mise a sedere sopra un tavolino della camera, dove, in un secchiello di ghiaccio, aspettava una bottiglia di prosecco. Aprì la bottiglia, riempì due bicchieri a calice, ne porse uno a Marina e, con un sonoro tocco, brindarono. Lasciati i bicchieri, riprese i contatti. Le tolse la camicetta, si trovò davanti a due “mezze pere”, che lo lasciarono di stucco. Stava per scoppiare a ridere, si trattenne a stento e, per fingere indifferenza, anzi interesse e piacere, prese ad accarezzarne le punte, ad avvicinarci le labbra, a lavorarci come uno scultore quando leviga i suoi modelli di terracotta. “Però - distraendosi per un attimo, disse - anche così piccoli, sono gustosi. Chi l’avrebbe mai detto? E sei calda, nonostante la notevole presenza di queste costole… antiestetiche, più simili a fanoni di balena che ad ossa umane!”.

Le sfilò del tutto la camicetta, la riprese in braccio e la portò sul letto, adagiandovela di traverso. Le sbottonò i jeans, glieli tolse, si tolse la camicia, si mise completamente a nudo, si sdraiò al fianco della ragazza e riprese a baciarla sulle scarne labbra, per poi spostarsi al collo, alle “mezze pere”, alla pancia, al ventre che, con una mano, aveva preso a liberare dalle profumate mutandine. Si attardò a lungo vicino alle porte del divino inferno, le accarezzò, le scrutò, le baciò, poi tornò su, piano piano, verso la bocca e, giuntovi, dolcemente ghermendola con la propria, fece scivolare l’essere suo tra le turgide ninfe irrorate della ragazza, fino a penetrarla completamente.

La gioia fu unica, per entrambi. Parve loro di avere conquistato la vetta dell’Himalaya, di essere saliti in paradiso o forse qualche gradino più su. Altro che scintille! Altro che pelleossa! Le iniziative passarono da lui a lei e da quel vulcano tenuto chiuso per tanti lunghi anni, apertone finalmente il cratere, gli fece vomitare lava e lapilli e sprigionare fuoco e fiamme tali che il povero Pippo si sentì come un tizzo ardente.

Stando sdraiati l’uno al fianco dell’altra, Marina, ad un certo punto, ruppe il silenzio. “Come farai, adesso con tua moglie? Avendo rapporti con me, voglio dire, come farai ad averne anche con lei?” “Ah, ah, ah!” - rise Pippo. “La sai quella dello stallone e del capitano di cavalleria? Noo! Beh, forse è un pochino spinta, ma te la racconto lo stesso… Una sera, la moglie di un capitano di cavalleria scese nelle stalle a cercare il marito. Ci trovò, invece, lo stalliere, che stava strigliando un cavallo, uno stallone. Avvicinatasi per chiedere del marito, la signora avvertì dei colpi secchi, sordi, ritmati provenire da una provenienza non ben definita, indistinta. Incuriosita, chiese al giovane se sapeva di cosa potesse trattarsi. Il giovane, con le gote un pochino imporporate, disse semplicemente: ‘E’ il cavallo’.

La signora non capì, o finse di non capire, ma, automaticamente, portò il proprio sguardo nella direzione da cui le era parso provenissero i battiti. Così notò che la bestia, ritmicamente, batteva il membro, completamente sguainato ed eretto contro la propria pancia, come fosse un battaglio contro i bordi interni di una campana. Se la pancia fosse stata di bronzo, tutti sarebbero rimasti assordati. ‘Perché lo fa?’ - chiese allo stalliere la signora. Ed il militare, pronto, rispose che lo faceva perché era “ancora” eccitato. ‘Che significa “ancora”?’ - facendosi coraggio, la signora incalzò. ‘Significa che evidentemente non è soddisfatto della monta fatta’ - rispose, angelicamente, lo stalliere. ‘Oh, Dio, e quante monte fa?’ Il giovane, per nulla impacciato, questa volta, rispose: ‘Due, tre, anche quattro’.

‘Al mese, alla settimana, ogni quanto tempo?’ chiese di chiarire. ‘Al giorno, signora, al giorno!’ E quella, ormai incurante del luogo e della presenza di estranei, per nulla timorosa di essere sentita, commentò, a voce alta: ‘Mio marito dice di essere uno stallone, però, con me, ha sì e no un rapporto a settimana: che stallone è mai?’ Un attimo prima era entrato il capitano, che non si era perso una sola delle ultime parole della moglie e, rivolto allo stalliere, disse: ‘Riferisci, però, alla signora, se lo stallone monta tante volte sempre la stessa cavalla’. ‘No - disse prontamente il militare, - la cavalla è sempre diversa’. Così, anche se adesso, tornato a casa, mia moglie volesse fare all’amore con me, io sarei di nuovo pronto. E viceversa. Capito?” e riprese a ridere, accompagnato, questa volta, dalla stessa Marina.

I rituali si ripeterono, con voluta, programmata ‘irregolarità’, per tutta la permanenza di Pippo e Cristina al paese. Poi questi partirono, per preparare il trasloco, che avvenne all’inizio dell’autunno. Superfluo dire che gli incontri ripresero. Ripresero gli incontri, si ripresero i due amanti, ma continuarono a farlo con assoluta discrezione sì che nessuno venne mai a saperne niente, nessuno venne mai a sospettarne. E si incontravano, le due donne, i due amori (possiamo agevolmente dire) di Pippo.

Si salutavano, prendevano il caffè assieme, conversavano, parlando, ciascuna a modo proprio, anche del loro amato. Presero a volersi bene, ad essere care amiche. Cristina, d’altra parte, non aveva che Marina con cui stare insieme, dato che Carmen era impegnata con la scuola, di mattina, con i figli, di pomeriggio. Qualche volta si facevano compagnia anche quando Marina badava ai bambini dei professori. Mai una parola fuori posto da parte di questa, mai un sospetto da parte di quella.

Passarono circa tre anni di idillio. Marina non sollecitava mai un incontro; a stabilirli era Pippo (che non aveva cessato i propri rapporti coniugali con la moglie): le dava un ‘corto’ preavviso, assumendo un’espressione del viso nota solo alla ragazza e che non avrebbe mai potuto essere capito da alcun altro: lo poteva fare in presenza di tutti, anche di Cristina. Per amore di lui, Marina assumeva la pillola, poi se ne stancò. Per un poco andò bene, nessuna gravidanza, poi, l’evento si verificò. Ma Marina nulla disse a Pippo e Pippo non l’avrebbe mai più saputo.

Perché Pippo, come un cielo azzurro e sereno colpito da fulmine, nella vigoria dei suoi poco meno di quarant’anni, fu colto, improvvisamente, senza nessun sintomo, senz’alcun segno di preavviso, da un infarto mortale che lo portò direttamente alla città dei cipressi. Marina ne pianse la morte apertamente, come amica di Cristina, in apparenza; come amante e madre del figlio di Pippo, nella realtà. E, per non rimanere al paese in quelle condizioni - cosa che avrebbe comportato spiegazioni, con necessarie bugie all’amica - sollecitò ospitalità presso una sorella residente a Torino e, nel giro di pochi giorni, partì, per non tornare mai più al paesello. Dove però rimase Cristina, fedele compagna di Pippo, fino a quando non lo raggiunse, alcuni anni più tardi, nella stessa tomba, cui perveniva, per molti giorni dell’anno, il fragore del mare in tempesta o, in giorni di calma, il lieve fruscio della sua risacca.

Enzo Campobasso

 Redazione

 

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  Commenti dei Lettori:

-- 03/07/2012 -- 17:10:43 -- Paolo

gradevole, Cenzì, leggera come una favola

-- 03/07/2012 -- 18:57:05 -- vincenzo

Scusami, Paolo: MARINA non è "leggera"; è lieve nella narrazione, ma è drammatica, anche se la sua drammaticità non è né evidenziata, né dichiarata. I personaggi tutti sono prigionieri di un gioco che conducono o da cui son condotti, senza possibilità di agire diversamente. Fatalismo? Io non sono fatalista, ma certe volte non posso non pensarci!

-- 05/07/2012 -- 18:00:09 -- Paolo

Il mio parere, Cenzì, è che nessuno scritto 'è' in qualche maniera. 'Appare', piuttosto, in qualche maniera. 'Appare', naturalmente, al Lettore. Tanti Lettori, tante maniere di 'apparire'

-- 07/07/2012 -- 11:33:43 -- vincenzo

Certo, Paolo: l' ESSERE è il racconto; l'APPARIRE è ciò che un autore riesce a far vedere del racconto. E, più fa avvicinare il lettore all'essere, più è vicino alla sua missione. Se i miei lettori rimangono lontano dall'essere, vuol dire che io ho fallito,non ho saputo passare il messaggio. Con te, non ci sono riuscito. Per fortuna, pare che con Camilla Tavaglione, io mi sia di più avvicinato al mio scopo. TOT CAPITA TOT SENTENTIAE - come tu stesso hai detto. Bella la diversità, la varietà dei pensieri! Altrimenti, sarebbe tutta una piattezza (io direi PIATTITUDINE - rende di più).

 
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