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01/04/2012

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IL FIGLIO PRODIGO

Clicca per Ingrandire Cera una volta, tanto tempo fa, una famiglia composta da padre, madre e un figlio piccolino che era rimasto solo perch, dopo di lui, non ne erano venuti pi. La mamma svolgeva il ruolo di donna di casa, il padre si premurava di portare avanti gli interessi della famiglia occupandosi delle propriet che aveva, sia di proprio che da parte della moglie. Possedevano case, magazzini e, pi di altro, oliveti e parecchie campagne di limoni e aranci. Il padre (tanto per dargli un nome lo chiameremo Giuseppe), pure se si faceva aiutare da altri a zappare, raccogliere, potare, era sempre il primo a rimboccarsi le maniche per dare lesempio, qualunque cosa ci fosse da fare. A badare alla casa e al bambino pensava la moglie (che chiameremo Maria), una donna veramente attiva, risparmiatrice e di buona famiglia. A quei tempi, per esempio, anche se potevano benissimo acquistare il pane come compravano altri generi, lei preferiva alzarsi nella notte per impastarlo e mandarlo al forno.

Il bambino (gli diamo il nome di Giosino, piccolo Giosu) cresceva. Cresceva - come si dice - nella bambagia, bello e rotondetto, tutto latte e miele. Le migliori leccornie, la miglior carne, i migliori pesci, le migliori scarpe, i migliori vestiti, proprio il meglio dogni cosa, insomma. E beneficiava anche di una bella ragazza (quella che oggi si dice, con parola straniera, baby sitter) che badava a lui quando la madre usciva per la spesa o per altre commissioni di casa. In due parole, insomma, era trattato come un principino, anzi, come un dio! E, dal momento che, sia la madre che la baby sitter erano abbastanza istruite, per Giosino pensarono che non cera nemmeno la necessit di mandarlo allasilo per farlo giocare con altri bimbi. E, quando fu il momento di mandarlo alle elementari, preferirono pagare un pedagogo che glinsegnava quel che gli doveva insegnare direttamente a casa. Dalla scuola media fino alle superiori, poi, lo mandarono in collegio.

E, fino a quel momento, le cose parevano andare proprio bene. I guai cominciarono dopo! Volendolo far diventare avvocato, lo mandarono a Napoli, dove gli presero in affitto una cameretta presso una famiglia che avrebbe provveduto sia per il vitto sia per le pulizie, cos che Giosino potesse pensare solamente agli studi. Ma il giovane, che non era abituato a stare con gli altri giovani, si trov un poco a mal partito: prima si tenne lontano e poi, quando volle avvicinarsi, nessuno voleva fargli compagnia. Allora, cosa pens Giosino, che era comunque intelligente? I soldi non gli mancavano e cos cominci a invitarli una volta a mangiare la pizza, una volta al cinema, una volta al teatro e, alla fine, si fece una bella cerchia di compagni che Giosino, ingenuo comera, chiamava amici. Il piacere che gli dava la vita era dolce, tanto dolce che, invece dimpiegarci quattro anni per laurearsi, ci impieg il doppio! Mai a pensare, Giuseppe e Maria, per quale ragione questo figlio, che non aveva mai perso un anno di studi, proprio alla fine ci aveva impiegato il doppio del tempo per diventare avvocato. Ingenui comerano anchessi, pensavano che la colpa fosse della citt e della lontananza che non permetteva loro di fargli la stessa quantit di visite che gli facevano quando stava in collegio.

Sia come sia, Giosino torn al paese con la laurea che volevano i genitori che, senza fare i conti con il pensiero del figlio, subito comprarono un appartamento e lo fecero trasformare in un bello studio legale. Ma, a Giosino, non andava proprio gi di darsi da fare: la vita, come aveva imparato a Napoli, era troppo bella per perderne un solo momento lavorando, sia pure come avvocato! Il dolce che gli poteva dare la libert non cera nulla che glielo potesse dare! E cos, sapendo ormai come si procedeva per farsi gli amici, cominci unaltra volta a pagare le spese a tutti per potersi sollazzare. E spendi oggi, spendi domani, le propriet di Giuseppe e Maria, sempre pronti a pagare i debiti del figlio per non fargli fare brutta figura, un poco alla volta si assottigliavano sempre di pi. Vendi questa campagna, vendi questa casa, tutta quella ricchezza stava facendo la fine della cappa di don Saverio (persona caritatevole che, per coprire gli altri dal freddo, fin per rimanere senza il suo mantello).

E quando il padre e la madre, prendendo coraggio, domandavano al giovane il perch di quella situazione, lui rispondeva sempre che non era per colpa sua se non lavorava: anche se si era laureato con un bel voto, anche se teneva un bello studio, nessuno gli faceva visita per affidargli una qualche causa! Che doveva fare, doveva suicidarsi? Eh, s, figlio mio, questo proprio quello che devi fare quando propriet non ce ne saranno pi e io e tua madre, che gi sta soffrendo di malattia di cuore, saremo morti! Per dirti la verit, io ti ho gi preparato un cappio appeso alla trave centrale della casetta dellultima campagna rimastaci e che spero di non vendere fino alla morte! Quando sar, quella la via che devi prendere! Quel che aveva detto Giuseppe al figlio non era una bugia, era proprio la sacrosanta verit. Una cosa sola non gli aveva detto e non poteva dirgli: che, quando fosse andato ad impiccarsi, avrebbe trovato una bella sorpresa!

Non pass tempo che quella povera Maria mor, come si pensava, proprio di crepacuore! E, dopo qualche mese, anche Giuseppe and a prendersi la propria pace. Per Giosino, invece, pareva che non fosse cambiato niente. E, fin quando gli rimase una lira da spendere, non si trattenne nemmeno un poco dallo spenderla. E fece pure di pi! E di peggio! Dopo aver venduto studio e casa, con laccordo che avrebbe potuto abitarci ancora per un anno, vendette anche lultima campagna con la casetta, lasciandosi il diritto di consegnarne le chiavi dopo un certo tempo, e si dette ai bagordi peggio di sempre! In pochi mesi, il danaro stava per finire e cos incominci a ridurre gli inviti. Con la conseguenza che quelli che egli credeva amici un poco alla volta si allontanarono, lasciandolo sempre pi solo! A quel punto cominci a rammentare le parole che tante volte gli aveva ripetuto il padre: Quando saranno finiti i soldi, saranno finite anche le feste e le amicizie. Ricordatene, figlio! Lamico vero non quello che ti sfrutta come un limone e poi ti butta nella spazzatura; , invece, quello che sa condividere con te il pane duro, che sa mangiare ammorbidito con la saliva, senza pensare ad altri companatici!

Uno solo ce nera, di giusti, e io non lho saputo apprezzare. E cos, adesso, non mi resta altro da fare se non quello che mi ha detto: andare a impiccarmi al cappio che lui personalmente mi ha preparato! E, la sera stessa, dopo aver consegnato la chiave della casa, che, tanto, non gli serviva pi, prese la strada della campagna convinto che quella era la sola che poteva prendere. Giunto alla casetta, apre, accende un fiammifero, vede dove si trova il cappio, sale sopra la sediolina che vi sta sotto, infila la testa nella corda, stringe un poco, spinge la seggiola e cade per terra come una pera secca! Un momento dopo, vicino a lui, il rumore di una giara che si era rotta cadendo e un suono di marenghi doro che si sparpagliavano per tutto il pavimento!

Non credeva ai propri occhi che nel frattempo si erano abituati al buio, non sapeva che pensare, non sapeva che fare. Lunica cosa che gli riusc fu di mettersi a piangere, cosa che era la prima volta che faceva in vita sua! E piangendo piangendo, si addorment l per terra e dorm fino a quando un gallo nella vicina campagna non lo svegli la mattina dopo!

Il messaggio del padre, alla fine, fu recepito!

Si alza, si lava con lacqua fredda del pozzo, raccoglie i marenghi, pulisce la stanza, chiude la casetta e torna in paese. La prima cosa che fa, va dal barbiere, si fa radere la barba, tagliare e lavare i capelli, poi va a comprarsi un bel vestito con una bella camicia e una cravatta, scarpe nuove e calze, torna alla casetta, si spoglia di quella roba che ormai diventata a ecce homo! e a mezzogiorno si presenta nel ristorante dove tante volte era stato con i compagni a far bagordi. Il proprietario, in verit, non vorrebbe farlo sedere, ma Giosino cosa fa, prende un marengo e lo getta sul bancone! A questa visione, il ristoratore chiama subito i camerieri e dice loro di servire allavvocato tutto quello che vuole. Entro pochi giorni tutto il paese venne a sapere la novit e tutti i compagni di bagordi che si erano allontanati perch non cera nullaltro da mungere, volevano riavvicinarsi.

Ma Giosino era gi cambiato, era unaltra persona. A ciascuno di loro ripet le parole del padre, a proposito dellamicizia, si fece accettare in uno studio legale e dopo poco tempo si fece un buon nome, tanto da divenire subito socio dello stesso studio, restitu il danaro della casetta, che non poteva perdere per nessuna ragione al mondo, acquist un appartamento, si fidanz con una brava figlia di famiglia, si spos, anche se gi di oltre quarantanni, e cominci pure a conoscere qualche vero amico, di quelli che si possono scrivere con la maiuscola!

Enzo Campobasso


(Il presente aneddoto, ispirato alla parabola del biblico Figliol prodigo, stato da me rimaneggiato e ampliato rispetto alla breve e nuda versione riferitami nelladolescenza da mio padre Domenico)


VERSIONE IN RODIANO

U SCIALAQQUN (Il figlio prodigo)

C stv na vvt, tanta temp fa, na famgghjə chmpost da nu ptr, na mamm e nnu fgghjə pccnnn che jv rumst sul pcch, dop d jiss, no nn jvn vnt cchj. A mamm facv a fmn d chs, u ptr pnzv purt nnanz i nterss da famgghjə ccupannc dī propjt che ttnv, sjə dlla prta sόjə che dlla part da mgghjr. Tnvn chs, majazzn e, cchj d tutt, campagn d uulv e pparcchjə jardn d chmn e portajll. U ptr (tant p ddarl nu nόm, u chjamm Ggspp), pr se cc facv jut dē crstjn zapp, rrcgghjə, spruu, jv smp u prm ffruttcrc i mnch p dd lesmpjə, qualnqua cόs c stv da fa. bbad lla chs e crjatr, c pnzv a mgghjr (che chjamm Marjə), che jv na fmn veramnt attv, sparagnόs e d bbona famgghjə. quiddi temp, presmpjə, pr se u pn ciu putvn ccatt cm ciaccattvn vti cs, jss prfrv javzrc a ntt p trmprl e p mmannrl frn.

U uagliόn (l dm u nόm d Ggiosn) crscv. Crscv cm c dic - nta vammc, bbll e ttnn, latt e mml. I mgghjə cannarutzjə, a mgghja carn, i mgghjə psc, i mgghjə scarp, i mgghjə vstt, u mgghjə mgghjə dogneccόs, nzmm. E ttnv pr na bblla uaggliόn (qudd che jjə c dc, p nna parόla ggiargians, na bbbi stte) chu bbadv quann a mamm scv p ffa a sps o p vti sruvzjə da chs). Nzmm, nta ddjə parόl, jv trattt cm nnu prncpn, anz, cm nnu ddjə! E dd mumnt che sjə a mamm che a bbbi stte jvn tutteddόjə bbastnz struut, p Ggiosn ănna pnzt che no nc stv manch nncsst d mmannrl alla scόl du magn, p ffarlu juc p jjvti crijatr. E, quann j stt u mumnt d mmannarl alla scόla lementr, anna prfrt paj nu majstr che l mparv quidd che lavva mpar drettamnt alla chs. Dalla scόla mdjə fn scόl superjόr, pu, lanna mmannt collgg.

E ffn cuddu mumnt, i cόs parv che jvn prpjə bbn. I ujə snn ccumnzt dόp! Vulnnlu fa dvnt vvucht, lanna mannt Nnapl, ddov lănna ffttt na stanztt da na famgghjə che pruvvdv sjə pu magn che pā pulzzjə, ccusc che Ggiosn putv pnz sulamnt studjə. Ma u ggivn, che no ngnv bbtut sta mmzz ddavti ggivn, c j truut nu pόch mmelpartt: prm c j tnt luntn e ppu, quann c j vvlt ucn, nscin u vulv fa cumpagnjə. Allόr ch pnzt Ggiosn, che jv comnch ntelliggnt? I slt no ll mancavn e ccusc l ccumnzt mmt na vvt magn na pzz, na vvt cnmatgrf, na vvt trjt e, alla fin, c j fatt nu bbll crchjə d cumpgn, che Ggiosn, ngnuuə cm jv, chjamv amc. U piacr che l dv a vt jv dvc, tanta dvc che, mmc d mpiejrc quattann pgghjrc a lur, ci mpijt u dppjə! Mjə ppnz, Ggspp e Marjə, p qulla raggiόn stu fgghjə, che no nnavva prs mjə nann d stdjə, alltm alltm ciavva mpiejt u doppjə dū tmp p ddvnt vvucht. Ngnuə cm pr lόr jvn, pnzvn che a clp jv sulamnt dā ct e ddā luntannz che no lli prmttv d farl a stssa quantt d vst che l facvn quann stv ncollgg.

Sjə cm sjə, Ggiosn trn pajs pā lur che vvulvn i ggenitόr, che, snza fa i cunt pū pnzr dū figghjə, sbbt ănna ccattt na chs e lănna fatt strafurm nta nu bbll stdjə d vvucht. Ma, Ggiosn, no ll nguzzv prpjə d fa nnt: a vt, cm avva mpart Nnapl, jv trppa bbll p pprdc nu sl mumnt d jss ffatj, sjə pr cm vvucht! U dvc che l putv d a libbert no nc stv nnt che ciū putv d! E ccusc, sapnn oramjə accm c facv p ffarc lamc, ccumnzt nvta vvt ppaj i sps d ttt p pputrc sullazz. E spnn jjə, spnn crjə, i propjet d Ggspp e Mmarjə, smp prnt ppaj i dbbt dū fgghjə p no nfarlu fa brutta fjr, nu pch alla vvt c ssuttgghjvn smp d cchj. Vnn stu jardn, vnn sta chs, tutt dda rcchzz stv facnn a fn dā capp d d nZavrjə.

E qquann u ptr e a mamm, facnnc curgg, ddummannvn ggivn u pcch d qudda stuazjόn, jss rspunnv smp che no ngnv clpa sόjə se no nfatjv: pr se cc jv laurejt p nnu bbll vόt, pr s ttnv nu bbll stdjə, nsscin u jv ttruu p ffdrl qulche ccus! Chavva fa, ciavva ccd? E ssc, fgghjə mjə, cst j pprpjə cdd ch fa, quann propjet nc n stann cchj e jji e mmamt, che ggi sta suffrnn d malatjə d cόr, sm mrt! Ji, p ddrt a vrt, t prpart ggi nu chjpp apps alla catn da casdd dū lutm jardn che c j rrumst e cche spr d no vvnn fin alla mrt! Quann sarr, qudd j a vjə ch pgghj!. Cdd chavva dttt Ggspp fgghjə no ngnv na bbuscjə, jv prpjə a sacrosnta vrt! Na cόsa sl no llavva ditt e ncia putv dc: che, quann jv mpccrc, avva truu na bblla sorprs!

No mpass temp che qudda pvra Marjə mόr, cm c pnzv, prpjə d crpacόr! E, ddόp qqulche mms, pr Ggspp c va rrctt. P Ggiosn, mmc, parv che no ngnv cagnt prpjə nnt! E, fn qquann l j rrmast na ir da spnn, no nc j trattnt manch nu pόch da spnnl! E fatt pr d cchj! E dd pjə! Dόp chavva vnnt u stdjə e a chs, pū patt che c putv jabbt ancόr p nnann, vnnt pr u ltm jardn pā casdd, lassnnc u drtt d cunzgn i chjv dā casdd dp nu crt tmp, e c jj ddt bbajrd pjə d smp! Nta ppch ms, i slt c stvn funnn e ccusc ccumnzt raddc i mmt. Pā conzegunz che ttt quidd che jiss crdv amc, nu pόch p vvvt, c snn lluntant, lassnnl smp cchj sl! cddu pnt ccumnzt rrcurdrc i parόl che tanta vvt lavva dtt u ptr: quann sarrnn fnt i slt, sarrnn fnt pr i fst e i mczjə. Rcrdt, fgghjə mjə! U vr amch no ngn cdd che t sftt cm nnu chmn e pp t jtt nta mmunnzz; j, mmc, cdd che c sp spart p tte u pn tst, che ciu sp magn spunzt pū sputt, snza pnz jjvti cumpantch!.

Jn sl c n stv d jst e jji no lle sapt pprzz. E ccusc mo no mm rumn da fa javt che qudd che m dditt: jrm mpcc chjapp che jss stss m pprpart! E a sra stss, dpp cunzgnt a chjv dā chs che, tant, no ll srvv cchj, pgghjt a strt du jardn cummnt che qedd jv a sl che pputv pgghj. Rruut alla casdd, grp, ppcc nu zufardd, vd addόv c trόv u chjpp, nchjn sόp a sggtdd che stv stt, nfl a chp nta crd, strgn nu pόch, vtt a sggiόl e cchd p ntrr cm nna prascch! Nu mumnt dόp, uucn gghjss, u rmόr d na ggirl che c jv rtt cadnn e nnu sόn d marngh dόr che c spatrjvn p tttt u lstrch!

No ncrdv ddcchjə prpjə che, tramnt, c jvn bbtut scrd, no nzapv che ppnz, no nzapv che ffa. Lunca cόs che l j rjəscit, j stt d mttc cchjagn, cόs che jv a prima vvt che facv nta vita sόjə! E cchjagnnn chjagnnn, c j ddrmt p ntrra stss fn quann nu uadd nta nu jardn uucn no ll ruspgghjt a matna dόp!

U messgg du ptr jv stt capt, alla fn!

C jvz, c lv p ddcqua frdd dū pzz, rrcgghjə i marngh, pulzz a stanz, chid a casdd e ttrn pajs. A prima cόs che ffa, v d varvr, c fa tagghj varv e ccapdd, p c v ccatt nu bbll vstt p nna bblla cams e nna gravatt, scarp nόv e cavztt, trn alla casdd, c spgghjə d qudda rrbb che ormjə c jv fatt cciajόm e mezzjrn ciapprsnt ristornt addόv tnta vvt jv stt pī cumpgn ffa bajrd. U patrn, pā vrt, no nnu vulv fa sstt, ma Ggiosn, che ffa?, pgghjə na marngh e a jtt sόp bbancόn! vvd ccusc, u patrn sbbt chjm i cammerir e l dc d srv allavvucht tutt qudd che vvo. Nta ppόch jrn, tutt u pajs sapv a nuvt e ttt i cumpgn d bajrd che c jvn lluntant pcch nc stv nnt cchj da mgn, c vulvn vvucn nvta vvt.

Ma Ggiosn jv ggi cagnt, jv navtu crstjn. ognen d lόr rrptt i parόl dū ptr, appropst d llamzjə, c j ffatt pgghj nta nu stdjə d vvucht e dόp pόch tmp c j fatt nu bbόn nόm, tant da dvnt sbbt sc du stss stdjə, ddt ndrt i slt dā casdd, che no mputv prd p nnsscina raggiόn mnn, ci ccattt na chs, ci ttruut na bbona fgghjə d mamm, c j spust, pr se jjv ggi di cchj d quarantnn, e ccumnzt pr ccansc qulche vvr amch, d qudd che c pnn scrv pā ja majschl!
Enzo Campobasso

 Redazione

 

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  Commenti dei Lettori:

-- 06/04/2012 -- 23:22:18 -- Paolo

pennellata delicata, Enzo. L'ho letta volentieri.

 
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