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01/03/2012

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COME L”ASINO DI BURIDANO

Clicca per Ingrandire Come noto (e chi non lo sa sta per apprenderlo adesso) l’Asino di Buridano* era un asino che, combattuto tra due cibi egualmente appetibili, non essendo stato capace di decidersi per uno dei due, finì per morire di fame. A me, sebbene non sia morto di fame, poiché il mio problema era un altro, è andata perfino peggio, anche se io, essendo uomo e nel fiore degli anni, potrei ancora trovare, per così dire, una strada di salvazione. Ma veniamo ai fatti.

Sono un bravo avvocato, non perché lo creda io, ma perché risulto ben accreditato presso la gente, che mi chiama, per questo, “principe del foro”. Forse è un tantino esagerato, ma io non ho ragione di lamentarmi di me stesso, dei risultati e dei successi ottenuti in carriera. L’unico vero mio problema (ed è sicuramente un errore di scelta, una delle tante scelte che l’uomo è obbligato a compiere durante la sua vita) è l’avere sposato, per amore e/o per stima, per ammirazione - ormai non lo so più - una giovane collega, una che, femminismo in voga, ha un’unica mira: essere donna in carriera, e non da semplice principessa, ma da “regina” del foro!

Ci trovammo, un giorno, schierati su due fronti opposti, a patrocinare due clienti in una causa civile. L’avevo vista (“adocchiata”, sarebbe più corretto dire) per i corridoi del tribunale, immaginando, sì, che potesse essere una collega, ma non sapevo chi era, come si chiamava, da quale scuola proveniva. Non sapevo null’altro tranne che era una bella donna, un bocconcino appetitoso, di ottima costituzione fisica, per non dire fisiologica, idonea per la maternità. Mi ero informato, prima che ci “scontrassimo”: si chiamava Amelia e veniva dall’università “La Sapienza” dell’Urbe, da cui provenivo anch’io, essendoci passato un po’ di anni prima di lei. Qualcosa in comune, oltre alla professione, l’avevamo: al di là degli argomenti relativi a eventuali cause, avremmo potuto parlare della Minerva, dei possibili docenti avuti in comune, delle aule, della sala di lettura ‘Del Vecchio’, della biblioteca della facoltà, della biblioteca ‘Alessandrina’, del bar del porticato dove sicuramente avevamo consumato caffè, tramezzini e toast a colazione o in attesa di qualche lezione.

E ne abbiamo poi parlato. Ma, prima dello ‘scontro’ (se di reali scontri si può parlare tra colleghi avvocati!) ci limitammo a pre-trattare gli argomenti della causa in ballo. Non sto a raccontarvi chi vinse, anche perché non vinse nessuno, in quanto facemmo in modo che le controparti addivenissero a civili accordi e si separassero da ‘amici’. L’occasione era stata comunque propizia per scambiarci saluti e sorrisi, prima, per offrirci vicendevolmente il caffè, per farci incontrare a cena, per andare insieme a teatro, per frequentare comuni amici, per incominciare a farci confidenze, dopo. Fino a portare me alla dichiarazione d’amore, lei all’accettazione e al contraccambio.

Seguì un fidanzamento-lampo, una cerimonia nuziale fulminea: non vedevamo l’ora di sposarci, di stare insieme... sempre. Si trasferì nel mio studio legale, iniziammo a patrocinare insieme determinate cause, si stava insieme davvero molto. E le notti, le notti erano di fuoco! Eravamo fatti, dal punto di vista sessuale, veramente l’uno per l’altra, e viceversa. C’era un’intesa che nemmeno in tribunale esisteva. Solo, non parlavamo di figli. Io non davo importanza a questo particolare: pensavo che i figli fossero parte del programma di matrimonio, pensavo che tutto sarebbe venuto da sé. E, notando che mestruazioni non se ne verificavano, mi ero convinto che la prima gravidanza fosse già in corso dai primi rapporti.

Passa il primo, passa il secondo, passa il terzo mese. Io la tratto con particolare attenzione, lei mi sorride puntualmente, come per mostrare gratitudine, ma la pancia non cresce. Le parlo, non le parlo, che faccio? Mi pare di disturbare la sua sfera privata: mi astengo. Mi astengo per un mese ancora, poi mi decido e affronto l’argomento, una sera, subito dopo l’ennesimo rapporto, probabilmente bello come sempre per lei, sempre meno bello per me, che non sapevo come comportarmi verso una donna che supponevo in istato interessante.

“Meli - le dissi, - scusa, ma ho qualcosa qui, alla bocca dello stomaco: la devo mettere fuori, altrimenti finisco per stare male veramente”.

“Dimmi, parla, tesoro: che c’è che ti affligge?”.

“Mi affligge immaginare che tu possa essere incinta mentre i miei occhi non si riempiono di adeguate rotondità. A quattro mesi dalla prima notte, senza che ci sia stato un solo flusso, non dovresti avere una bella pancia così? Come mai non vedo questo segno positivo?”

Seguì un lungo silenzio, durante il quale dovetti stringere forte le labbra, nello spasimo dell’attesa.

“Non vedi pancia, non vedi segno positivo, perché segno positivo, come tu lo chiami, non può esserci. Io non sono incinta. Non potrei mai esserlo, dal momento che assumo puntualmente la pillola. Come si fa a rimanere incinte, con il nostro lavoro, con il nostro impegno, con la mia carriera! Rimanere incinta significherebbe rinunciare a tutti i miei progetti, ai miei sogni, sogni così lungamente accarezzati. Tanto valeva non studiare, non andare all’università, non iniziare questa carriera forense. Rimanevo a casa a imparare le faccende domestiche, andavo alle Magistrali, imparavo pedagogia e puericultura, facevo tutto quello che era opportuno fare per prepararsi alla maternità, alla crescita e all’educazione dei figli. Scusami. Noi non abbiamo mai parlato di questo, ma io davo per scontato che tu, impegnato come me, capissi qual era la nostra missione, la mia missione!”

No, io non potevo capire nulla di ciò, non sopportavo l’idea che una coppia fosse (o facesse) coppia solo per fare sesso o badare alla carriera; la coppia, per me, era la base della società, una società che non si poteva perpetuare se non attraverso la paternità e la maternità di figli che ci avrebbero sostituiti per eternare la specie. Tutto a prescindere dalla provenienza dell’umanità, a prescindere dalla missione finale di essa, dai fini stessi, nascosti chissadove e in chissachì.

Cominciai a diradare i rapporti, cominciai a saltare qualche pranzo, qualche cena. Dicevo: “C’è quel caso, c’è quell’altro. Tu lo sai”. Anche lei, dopo un certo tempo, prese ad andare a letto, possibilmente prima di me, e si faceva trovare sempre a dormire. Non solo. Quando le mie esigenze diventavano impellenti (la natura del maschio, per sua sfortuna, non è come quella della femmina: questa può anche rinunciare al sesso per tutta la vita, il maschio no: se non ha rapporti con l’altro sesso ha due strade possibili: provvedere da sé o aspettare che la natura abbia il suo corso, durante un rapporto puramente onirico) e io la cercavo, lei mi diceva puntualmente di essere indisposta, di essere stanca, di essere in preda a una tremenda emicrania. Poteva andare avanti così? Ci rinunciai definitivamente. E, per non correre il rischio di essere vinto dalla tentazione (cosa non difficile a verificarsi, atteso che l’odore di lei mi penetrava nei più reconditi meandri del corpo e della mente), modificammo la logistica della casa, talchè ciascuno dei due avesse il proprio angolo intangibile da parte dell’altro. Rimanemmo colleghi ancora per un po’, poi lei ritenne opportuno allontanarsi dal nostro studio per andare a lavorare con altri colleghi.

Tenevamo salvo il matrimonio, la facciata, ma tra le mura domestiche c’era il vuoto. Io, in verità, pur di sentirmi vivo, avrei preferito che ci fosse l’inferno, che litigassimo, che le acque si muovessero perché non divenissero putride come quelle delle marane o, peggio, degli acquitrini. Ma nulla ci smuoveva. Il putridume ci avrebbe attaccati, si sarebbe impadronito di noi! E mi stavo lasciando cadere nel fango, volevo sparire. Fino a quando non presi coscienza della stupidaggine che stavo accarezzando. Dovevo reagire, invece! Ma, in che modo?

Da quando ci eravamo separati in casa, presi più frequentemente a provvedere per mio conto alla spesa. Mi recavo in un supermercato vicino casa, dove prestava servizio come cassiera una bella ragazza, quindici e forse più anni meno di me. Nonostante il mio inferno interiore, conservavo una certa affabilità con il mio prossimo. Ero faceto, scherzoso. E ciò non solo faceva bene agli altri, ma serviva anche a far tacere i miei diavoli. Una bella castana quasi bionda, la mia giovane “amica”. Aveva frequentato ragioneria e se ne era diplomata. Aveva quindi una certa cultura, anche se non classica e umanistica. Lacuna che però da un pezzo, in qualche modo, stava cercando di colmare con la lettura di libri di poesie e racconti e/o romanzi. Non pareva originaria di quella città; pareva venire dal centro Italia, dall’Umbria, più verosimilmente. Non aveva accenti particolari, non aveva strascichi di sorta. E quando mi disse di essere mia concittadina di nascita e di radici, rimasi a bocca aperta. Era una falsa magra, con un volto sfinato, gli occhi castani, più scuri dei capelli, gambe lunghe a compasso, che copriva quasi sempre con attillati jeans, sovrastati da camicette leggere prevalentemente bianche o di colori comunque chiari, che avevano il difetto di non mettere sufficientemente in risalto il suo carnato altrettanto chiaro, quasi diafano. Più che vederla come ‘cassiera’, la vedevo come ‘modella’, di fotografo, di pittore o come indossatrice: ne aveva i numeri!

Me ne innamorai. Ma non glielo dichiarai. Non glielo avrei mai dichiarato. Non gliel’ho mai dichiarato. Mi comportavo da innamorato, lei stava apparentemente al gioco, ma tutto in ambito platonico. Io la sognavo, ma non ho mai saputo se lei abbia qualche volta sognato me. Probabilmente no. E’ chiaro che questo rapporto puramente platonico non mi poteva bastare, avevo bisogno di ben altro: non potevo andare avanti aspettando che la natura provvedesse da sola a fare quel che non facevo con l’altro sesso. Rosina (o, come io la chiamavo, Rosy) era troppo giovane, troppo tenera: il mio pensiero, il mio timore era che avere rapporti con lei potesse darmi la sensazione di mangiare carne di capretto appena venuto al mondo. Oltre al fatto che, pur non avendo figli, mi pareva che tali eventuali rapporti potessero avere il sapore dell’incesto: sarei mai potuto andare a letto con mia figlia? Assurdo. Oltre che sconcio. Filosoficamente pensavo che in un sol caso un rapporto incestuoso potesse essere giustificato: il caso di necessità di far sopravvivere la specie, essendo ultimi viventi della terra, perché sopravvissuti a una catastrofe universale. Una sorta di missione, insomma, un ritorno all’inizio del mondo. Ma, in 'questo' mondo, ancora vivo e vegeto, nonostante le sofferenze inflittegli, dove le femmine sono preponderanti rispetto ai maschi, nessuna ragione di rapporti incestuosi.

Così cominciai a pensare a un’altra persona. Anche questa era giovane, rispetto a me, ma non c’era quella evidente differenza che c’era con Rosy. L’impedimento (perché un impedimento c’era, in questo caso) era la sua condizione sociale, ovvero, il suo “status”. Tina (da Assuntina o da Concettina, non l’ho mai saputo, non avendo mai indagato) era sposata. E non solo era sposata, ma era anche mamma. Come avrebbe mai potuto convincersi a essere mia, se era del marito? Forse una ragione poteva spingerla a me: il marito, non si sapeva perché, dopo il matrimonio aveva preso una brutta strada, quella dell’alcolismo, prima, della droga, poi. Forse aveva anche lei bisogno di qualcuno, proprio come me. Bisogno di sfogarsi spiritualmente, bisogno di confidarsi, bisogno di una spalla su cui versare lacrime, bisogno anche di rapporti più materiali, come amavo (o mi faceva comodo) presumere.

Erano anni che la incontravo. Ci incontravamo come i perfetti sconosciuti che eravamo. Non sapevo nulla di lei, se non ciò che appariva. Era alta, bruna di carnagione, nera di capelli ondulati liberi al vento, lunghi fin oltre gli omeri, occhi scuri vispissimi, bocca mediamente carnosa, labbra dal cinabro quasi vinaceo sempre atteggiate al sorriso. Un certo giorno, fingendo di essere distratto, le urtai una spalla. “Oh, mi scusi, mi scusi, proprio non l’avevo vista!”. “Prego”, mi rispose, “nessun danno… per fortuna. Arrivederla”. “Grazie, ma mi scusi lo stesso. E’ imperdonabile non vedere una persona come lei, una bella signora, poi! Una signora che, comunque, sono già anni che incontro, pur senza sapere chi sia”, finii per azzardare.

La lenza fu lanciata bene, l’esca all’amo fece la sua preda. ”Mi chiamo Tina, anch’io ricordo di averla incontrata una prima volta diversi anni fa… quattro anni fa, per l’esattezza. Io venivo a trovare mia sorella, che abita nella sua stessa strada, qualche isolato oltre casa sua… La scuso, non si preoccupi, sono cose che capitano... So anche che si chiama Franco e che fa l’avvocato: lei è molto conosciuto, io no. Mi conoscono solo le mie clienti: faccio la manicure e la parrucchiera a domicilio. Per il resto, faccio vita ritirata, da casalinga… Bene, arrivederla, di nuovo”.
Dall’indomani, tutte le volte che la incontravo, abbozzando il migliore dei miei sorrisi, la salutavo. Lei mi ricambiava. Salutandola, venendo contraccambiato, un giorno la incontrai con una bella bimba al fianco. Una bimba? Una signorinella! Mi fermai, la salutai, chiesi: “Chi è mai questa signorina? E’ forse sua sorella?”. “No, è mia figlia”. “Bella, congratulazioni! Le somiglia moltissimo, ecco perché ho pensato che fosse sua sorella. In genere le figlie somigliano più ai papà che alle mamme. Questa sembra aver preso veramente tutto da lei: la faccia, i capelli, la sua corporatura, il sorriso, mi pare, anche. Bene, bene! Ciao. Arrivederci”. Pochi giorni dopo, un nuovo incontro. “Buongiorno!” mi uscì naturale e spontaneo dalla bocca. “Ciao!” mi rispose. E ne fui così piacevolmente sorpreso che temevo di non poter profferire altre parole. “Bella giornata!” dissi, non sapendo che altro dire e, dopo un interminabile lasso di tempo (così mi parve, ma probabilmente non lo era), aggiunsi, subito adeguandomi al suo ‘ciao’: “Non vedo la signorinella. Dov’è? Sta bene? E tu, come stai?”. “Sì, veramente bella. Luisa sta a scuola. Sta bene. L’altro giorno, anche se non era domenica, non vi è andata perché era il suo compleanno: mia sorella l'ha voluta a casa sua per festeggiarla. A casa nostra, non era il caso”.

Registrai 'non era il caso', ma non posi domande. “Auguri posticipati, allora. Quanti anni ha compiuto?”. “Dieci”, rispose (ma, a occhio, ne mostrava qualcuno di più: avevo ragione di ritenere che, in definitiva, aveva preso tutto dalla madre, che era tale da provocare desideri in qualunque elemento maschile). “Congratulazioni, a doppio! Innanzitutto per le bellezze prese dalla mamma!”. La donna si vide un poco imbarazzata, ma sorrise, giusto per fingere indifferenza. Dio, che sensualità mise a nudo in quel momento! E come l’avrei abbracciata, come l’avrei stretta a me, come l’avrei posseduta e mi sarei fatto possedere! Ma era un sogno. Un sogno sognato nella pubblica strada, sopra un pubblico marciapiede, non del tutto deserto, oltre la nostra presenza. La mia voglia di parlare, di dirle che la desideravo, di dirle che la volevo tutta per me, mi invadeva, mi attanagliava, mi ottenebrava. Ma come dirglielo? Con quali parole? Con quali rischi! Che mi avrebbe risposto!

Tacqui. E nulla dissi nei giorni seguenti, nulla dissi per settimane, per mesi! Anche perché, quando pareva che fossi pronto a parlare, a liberarmi l’anima, un impedimento mi si presentava: Rosy. Rosy che non volevo toccare, Rosy che, però, non riuscivo a mettere fuori dalla mia vita, dalla mia mente, dal mio cuore, dal mio sangue. Mi era penetrata così nell’intimo, che mi pareva far parte di me in modo inscindibile: staccarla da me, pareva voler significare disfarmi di una parte di me. E quale parte, poi? Un braccio, una gamba, un dito, una mano, che cosa Ma come facevo a rinunciare a Tina, adesso che mi pareva fosse già mia? Cosa mancava perché lo fosse veramente? Dipendeva, sicuramente, solo da me. Per quanto riguardava lei, ne ero certo, lei si sentiva già mia. Mia! Mi-a!

E in me, l’inferno all’inferno. Le immaginavo di giorno, le sognavo di notte. Le sognavo entrambe, e mi adiravo di non sognare Rosy, se sognavo Tina, di non sognare Tina, se sognavo Rosy. Era una vera tragedia. Sempre diviso tra di loro, sempre indeciso per chi votarmi. Altro che amletici dubbi! Amleto poteva decidere se vivere o togliersi la vita: io non riuscivo, non potevo decidere tra le due donne, due amori insopprimibili, due amori, in sostanza, di eguale valore. Vedevo l’una, incontravo l’altra, amavo l’una, amavo l’altra. Insieme, tenevano mia moglie assente dalla mia mente. Ma che sofferenza! Non per mia moglie, non me ne fregava più niente, di lei: lei mi aveva deluso, non meritava né attenzione, né pensiero, non meritava nulla: lei aveva decretato la mia morte sociale; mi fregava di Rosy, mi fregava di Tina. Questa sicuramente calda, procace, sensuale, quella più angelica, pura, tenera. Entrambe, però - amavo pensare - bisognose di tenerezze, di affetto, di amore. Più Tina, in verità, di cui nel frattempo ero venuto a conoscenza della tragedia familiare, a proposito del marito. In favore di questa, dunque, giocava anche un mio atteggiamento di pietà; in favore di quella, più semplicemente di tenerezza.

I mesi passavano e io ero sempre preda, sempre prigioniero dei miei dubbi, della mia indecisione. Una sera andai al supermercato, feci la spesa e, con tremore nel cuore, mi diressi alla cassa dove sapevo che avrei trovato Rosy. Giuntovi, ritardando quanto più possibile il momento, notai che Rosy non c’era. Al suo posto, un’altra ragazza, più giovane, molto meno carina, un po’ troppo carnosa, anche, per i miei gusti. Mi feci coraggio, chiesi di Rosy. Dalla vicina cassa, l’altra ragazza che pure conoscevo da prima che conoscessi Rosy, ma che nessun sentimento, nessun desiderio aveva svegliato in me, mi rispose che Rosy si era sposata due giorni prima e aveva seguito suo marito a Torino. Che stilettata! Per fortuna non ci fu sangue: lo stiletto doveva essere di ghiaccio, o di ghiaccio doveva essersi fatto il mio cuore, in modo improvviso. Pur con tutta la voglia possibile, non mi sarebbe riuscito di lacrimare: lacrime non ne volevano uscire dai miei occhi; imprecazioni, dalla mia mente, tante!

Venuto meno l’ostacolo, per così dire, di Rosy, avrei avuto via libera per dedicarmi pienamente a Tina. Ma ormai tutto mi era crollato addosso: sentivo il mondo sulla mia schiena, un mondo che mi schiacciava, non mi faceva respirare, non mi faceva più vivere! Rinunciai anche a Tina. L’asino di Buridano era morto, almeno spiritualmente, una seconda volta! Questa volta, accompagnato dalla mia anima!

Enzo Campobasso


(*) Argomento alluso da Dante, Paradiso IV, 1-3, che erroneamente si vorrebbe far risalire al filosofo Jean Buridan.

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