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01/02/2012

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CRONACA DI UN INCONTRO CASUALE

Clicca per Ingrandire Finito di cenare, Paolo e Francesca stavano vuotando l’ultimo bicchiere di spumante, allorchè l’uomo si accorse che la compagna erano divenuta improvvisamente seria, pensierosa, distante, assente. Stava per richiamarne l’attenzione, ma proprio allora uno scoppio di risata lo fece rimanere a bocca aperta, con la frase pronta ad uscire, ma bloccata prima che sulla punta della lingua, sulla soglia della mente. Sicchè, anziché chiederle il perchè dell’improvvisa tristezza, dovette trasformare la sua domanda: “Perché ridi, così, senza un’apparente ragione? Lo fai perché sei felice, o perché ti senti felice in questo momento?” – chiese e lei, con la risposta pronta: “Rido perché sono contenta in questo momento, sì, ma rido anche perché mai avrei immaginato che mi sarei trovata con uno sconosciuto, in poche ore di tempo, a consumare una cena a lume di candela ed a tracannare spensieratamente spumante. Quanto ad essere felice, non credo di esserlo. Non so più dire, forse non l’ho mai realmente saputo, che cosa sia la felicità. Non penso che la felicità possa riguardare momenti sporadici ed isolati della vita; per essere felicità, deve rapportarsi assolutamente a tutto il decorso dell’esistenza o, almeno, ad un grande arco di essa. E la mia esistenza – scusa questa mia gratuita confidenza – la mia esistenza è costellata più di macchie nere che di quelle rosa o di quelle verdi, del colore, cioè, che contrassegna una speranza, un’aspettativa. Scusa” – completò Francesca e tornò nel silenzio da cui era partita.

“Non c’è alcun bisogno che ti scusi: sono convinto – e non credo che ciò sia per presunzione – sono convinto che in me tu hai trovato un amico, una persona con cui poterti sfogare, con cui poterti aprire completamente, perché – mi pare di poter dire – tu sembri il mio fedele specchio” – furono le parole di Paolo che, dopo qualche momento di pausa – forse riflessiva o forse solo per prendere fiato, riprese e proseguì: “Non credo che ci sia bisogno che ti assicuri della veridicità di quel che sto per confidarti (ma so che così generalmente avviene: si raccontano frottole per impietosire il prossimo e per trarne, poi, personale vantaggio), ma se lo ritenessi necessario, io te lo giurerei. A me è cominciato male fin dall’inizio. Non mi riferisco a tutta la mia vita; mi riferisco alla mia vita matrimoniale. La vita può cominciare con un’infanzia tribolata, tra fame e stenti, ma, se si è adulti, vuol dire che il negativo è stato superato. Il lavoro può essere bello o brutto, appagante o non appagante, eccetera, ma, quando hai finito di lavorare e sei a casa, circondato dagli affetti più cari, tutto è diverso: il lavoro è lontano, non conta, non ti dà pensieri. E’ la vita di coppia che può decidere della felicità o dell’infelicità di un’esistenza… Ti annoio?...”, s’interruppe Paolo.

“No, parla pure” lo rassicurò la donna.

“Dicevo, dunque: la mia vita matrimoniale… è iniziata subito male, a partire dalla prima notte. Dopo un lungo fidanzamento svoltosi più per corrispondenza che con incontri personali (pochi e…infruttuosi – sotto l’aspetto dei rapporti intimi pre-matrimoniali), la prima notte mi mandò in bianco, pretendendo di dormire con la testa poggiata nell’incavo tra la mia spalla ed il petto – senza tener conto che la sua sola vicinanza, il suo solo odore, sarebbe stato – e lo fu! - un vero supplizio per me che, come si dice, non potevo non essere allupato, dopo un periodo di astinenza così lungo da fare concorrenza al più ligio dei chierichetti. Per averla – sì, so che il verbo è bruttissimo, ma, in questo momento, non me ne vengono di più idonei, alle labbra – dovetti attendere l’indomani. E mi costò molta fatica. Non a causa delle sua verginità fisica, ma per la sua sciocca riluttanza ad assaporare, finalmente, il dolce frutto dell’amore che, almeno a me, aveva causato tante di quelle acquoline in bocca che non ti dico!... Avevo avuto maggiore soddisfazione perfino al casino – scusa la crudezza del mio linguaggio -, un luogo che avevo frequentato sporadicamente con amici più anziani di me, una volta raggiunta la maggiorità, e con i dovuti accorgimenti igienico-profilattici. Scusami: dovrei forse vergognarmi di questo…” – s’interruppe nuovamente Paolo, in attesa che la donna esprimesse la propria opinione.

“No, non è il caso. Sono adulta e vaccinata e so che le esigenze dei maschi sono diverse e più impellenti di quelle delle femmine, che hanno più possibilità di resistere, non grazie alla propria forza psicologica od a qualcosa di spirituale, ma grazie proprio alla loro conformazione fisiologica. Prosegui, sta tranquillo” – lo incoraggiò la collega (“collega”, per il solo fatto di essere entrambi poeti, mentre, quanto a professione, ciascuno di loro praticava un’attività diversa).

E Paolo riprese: “Niente. Il resto del matrimonio – rimasto peraltro senza figli – non è praticamente quasi più cambiato da quella prima mattina. Tra le mestruazioni, le cefalee e tutti gli altri problemi che l’affliggevano – ed ancora l’affliggono – in vent’anni di vita di coppia, mi potrei ricordare, con pochissimo sforzo, di tutte le volte – delle poche volte! - che mia moglie mi ha concesso di fare l’amore. Devo solo aggiungere, per il mio innato senso della franchezza, che anche la mia vita di lavoro ha il suo pizzico di colpa: la ditta dalla quale dipendo, che ha sede principale a Napoli, non solo non mi ha mai voluto trasferire a Roma, obbligandomi ad una vita da pendolare, ma, quando ne ha avuto necessità, mi ha anche inviato spesso in giro per tutta l’Italia. Mi sono scoperto poeta proprio viaggiando. Leggevo e pensavo, pensavo e leggevo, fino a quando non mi decisi a mettere nero su bianco i miei pensieri. E’ l’unica bella soddisfazione della mia vita, anche perché, ad onta dei pochi premi vinti, la gioia goduta non l’ho mai dovuta dividere con nessuno, tanto meno con mia moglie… Ma non è di questo che volevo e che devo parlare, anche se è proprio questo a farmi sopportare quello… Insomma, superfluo aggiungere altro: intelligentibus, pauca – ed io ho detto già tanto che, se non sei ormai morta di tedio, sarà sicuramente perché hai una notevole forza di sopportazione” – concluse Paolo.

“No” – fu la volta di Francesca che, in realtà, era rimasta in silenzio quasi religioso a guardare come si muovevano le labbra di Paolo – “non è questione di forza o di spirito di sopportazione, che comunque non mi manca; è che ciò che racconti fortifica la mia simpatia, proprio nel senso di sofferenza con qualcuno, nei tuoi riguardi, anche se la mia storia matrimoniale è alquanto diversa dalla tua. Per me, nessun problema di prima notte, nessun problema di mancanza d’interesse e/o d’intesa sessuale, nessun problema di emicranie ricorrenti e di cicli mestruali (che, devo dire, con altrettanta franchezza, non mi hanno mai dato fastidio più di tanto e, quando abbiamo voluto, non ci hanno nemmeno impedito di avere rapporti). In me non c’è assolutamente nulla che non funzioni o che non abbia funzionato. Mi sono sposata per amore, ci trovavamo bene anche nei rapporti intimi, fin dal fidanzamento, il mio lui anche mi amava… Ma qualcosa è venuto a rompere il nostro lungo idillio – abbiamo anche due figli, una femminuccia, una signorinella, in verità, ed un maschietto più piccolo – un qualcosa che non so veramente cosa sia. So solo che mio marito, ad un certo punto, ha smesso, improvvisamente, di avere appetito di me, si è fatto sommergere dai suoi impegni forensi e, quando ci vedevamo, alla fine della giornata, era sempre molto stanco e privo di qualsiasi forma di attenzione e di libido. Io, dura e dura, alla fine mi sono stancata ed ho ceduto. Cioè, non ho dato più peso a ciò che avveniva, non mi sono più preoccupata dei suoi ritardi, delle sue frequenti assenze notturne, della sua apatia e della sua abulia. Ho reagito con la poesia. Perché, in realtà, la mia professione di insegnante non mi basta a tenermi distratta. Oh, per carità, non voglio dire che non mi gratifichi per i sacrifici che quotidianamente affronto anche per tenermi aggiornata, ma non è sufficiente per farmi… evadere. E la mia evasione – aggiungo – si completa proprio in modo materiale, con le assenze da casa, i viaggi per raggiungere le sedi delle cerimonie di premiazione, alle quali non manco nemmeno quando, per me, non c’è da ritirare se non un semplice diploma per una banale segnalazione. Non ho mai tradito mio marito – anche se fortissimo è il dubbio che lui non lo faccia – e non ho nemmeno la minima intenzione di farlo, nonostante le insistenti pressioni esercitate sul mio essere dalla natura. Per il momento, mi basta la poesia, poi… anche se il poi potrebbe essere un poi posizionato troppo in là nella mia vita, nella mia età…” – concluse Francesca, lasciando incompiuta la frase, inesplicato il concetto.

Questa volta, a star zitto, come un muto dalla nascita, era Paolo. Pensava più alla spigliatezza nell’esposizione resa dalla neo-amica, che non realmente al contenuto di essa, ai fatti. Un’unica frase gli si era stampata in mente, facendogli morire sul nascere la speranza di arrivare a qualcosa di intimo, per quanto inizialmente non preventivato: ‘non ho nemmeno la minima intenzione di farlo’. Però, resosi conto dell’assurdità della sua pretesa, subito rimosse la frase e pensò che – se era destino che qualcosa dovesse succedere – questa cosa sarebbe avvenuta indipendentemente dalle parole dette. “Verba volant” – pensò “i fatti sono quelli che contano e che si realizzano contro ogni teorizzazione”.

Il cameriere, da lontano, fece capire che si era fatto molto tardi. Paolo lo invitò ad avvicinarsi con il conto, pagò, da antico gentiluomo, aiutò la propria dama ad alzarsi e, offrendole il braccio, si avviò all’uscita. Non presero subito per l’albergo; si diressero di nuovo verso la spiaggia: entrambi avevano bisogno di aria fresca. Quella del mare, avrebbe loro giovato sicuramente di più. Passeggiando, entrambi assunsero l’atteggiamento dei poeti: in silenzio, guardavano le stelle. In verità, entrambi pensavano a come erano arrivati fin là.

Si erano conosciuti, solo da poche ore, alla cerimonia di premiazione di un concorso di poesia in un paesino interno dell’Abruzzo. Vi si trovavano in quanto condividevano un primo premio. Lei, intorno ai trentacinque anni, capelli castani appena mossi, occhi chiari, slanciata, ben tornita, ma senza un grammo di superfluo, tranquilla, proveniente dal Veneto; lui, intorno ai cinquanta, circa settanta chili di peso, magro rispetto ai suoi centosettantacinque centimetri di altezza, capelli crespi, scuri, con qualche filino d’argento, occhi dolci, di mandorla matura, abbronzato, proveniente dalla Capitale, pur se lavorava a Napoli.

Prima di essere chiamati sul palco, erano rimasti seduti, fianco a fianco, in una delle ultime file di sedie della solita sala cinematografica che ospitava la cerimonia. Paolo, giuntovi dopo, aveva salutato, con un lieve movimento del capo ed abbozzando un quasi timido sorriso, la giovane donna, senza presumere che fosse una collega; lei aveva risposto con un appena percettibile battito di ciglia, seria, senza increspature nella dolce linea delle labbra, anche lei ignara di chi fosse il sopravvenuto. Avevano seguito tutta la parte introduttiva della cerimonia, senza guardarsi o, almeno, senza farlo intenzionalmente; ma si erano trovati ad applaudire con pari calore, pur senza eccessivo trasporto, senza sbracciarsi, le liriche classificatesi al secondo posto ex-aequo (le altre in concorso erano tutte appaiate al terzo: per desiderio del presidente, lui stesso poeta, non erano concepibili poesie oltre il terzo gradino a scendere: quelle che non eccellevano e che non meritavano il primo premio, scivolavano, per così dire, in seconda od in terza posizione; nessuna lirica, secondo la sua filosofia, una volta riconosciuta ed accettata come tale, poteva meritare un posto inferiore al terzo e così otteneva due bei risultati: premiava la POESIA e dava onore al merito di chi vi si dedicava).

Terminata la lettura delle poesie seconde classificate, il segretario si era alzato, aveva raggiunto nuovamente il centro del palco, davanti al tavolo della giuria ed aveva letto: “Per il primo premio, si sono classificati ex-aequo la poetessa Francesca Le Valli ed il poeta Paolo Grecco, rispettivamente con LUNA PIENA e con SPERANZA, che saranno ora lette dal bravo attore Aldino Frisi”. Paolo si era alzato, per far passare la sua vicina e poi l’aveva seguita verso il palco. Erano stati accolti, con tutte le cerimonie del caso, dal sindaco in persona e dal presidente del concorso. Ricevuti i premi, avevano posato per la foto-ricordo ed avevano poi atteso la lettura delle due poesie, applauditissime da tutto il pubblico presente. Alla fine, si erano congratulati a vicenda e, accomiatati dalle dette autorità, avevano fatto ritorno ai propri posti.

L’indifferenza di prima, il silenzio, improvvisamente si erano dileguati: pareva che solo in quel momento si fossero incontrati e sembravano entrambi completamente trasformati. Rinnovandosi le congratulazioni, si erano felicitati, si erano presentati (anche se non ce ne sarebbe stato bisogno) ed avevano manifestato un gran desiderio di parlare. Aveva cominciato proprio lei, a dispetto del fatto che pareva la più introversa dei due. “Bellissima, la tua SPERANZA. E’ accorata, piena di sentimento, di calore, di elevato lirismo. Se il tuo auspicio fosse auspicio di tutti, ma specialmente dei grandi della terra, la tua speranza sarebbe realizzata, le lotte avrebbero termine, si morirebbe solo di vecchiaia e di quelle sole malattie che la scienza non fosse ancora stato in grado di arginare e sconfiggere. Bravo!”.

“E che dire della tua LUNA PIENA? Piena – scusa la ripetizione – piena di freschezza, piena di luce, piena di quella levità che solo la sensibilità femminile riesce ad attingere bene. E’ una lirica straordinaria” – le aveva detto, in risposta, Paolo, ed aveva subito aggiunto: “Non trovi notevole il fatto che, ancora una volta, nella vita, ci sia un incontro tra una Francesca ed un Paolo, anche se noi non siamo sicuramente nelle condizioni dei due amanti danteschi?”. “E’ vero, non ci avevo pensato. E’ notevole, ma non credo che noi rappresentiamo l’unico caso dopo la famosa coppia: chissà quanti Paoli e quante Francesche si incontrano quotidianamente al mondo. Però, mi piace che questo sia avvenuto anche per noi” – gli aveva fatto riscontro la poetessa, che, da quando si erano riseduti, non riusciva più a trovare una posizione che la facesse sentire comoda: pareva che, in sua assenza, le avessero imbottito il sedile di acuminati spilli. Paolo se ne era accorto, ma aveva finto indifferenza; gli stava troppo a cuore mettere a segno la palla che aveva presa al balzo continuando il gioco di 'Paolo e Francesca'. Perciò aveva proseguito sul filo del proprio discorso, come se la donna non avesse parlato. “Siamo, in qualche modo, strettamente collegati a questi personaggi, a causa dei nostri nomi…”. “Ma noi non siamo sicuramente amanti” lo contrastò Francesca. “No, non lo siamo” – riconobbe il poeta, ma presto si affrettò ad aggiungere, sorridendo: “Non lo siamo sicuramente; ma non bisogna mai affrettarsi a dire mai: chi può dire che non lo potremmo essere in futuro?” e, dopo una brevissima pausa, ancora: “Scherzo, naturalmente. Io sono geneticamente un 'garzoncello scherzoso', ad onta della mia età matura. Mi piace farlo e, ovviamente, lo faccio con piacere quando mi trovo in compagnia di amici o, comunque, di persone che mi possano capire. Come in questo caso, ritengo. Non prendermi però per uno sfacciato, anzi: il più delle volte mi comporto così proprio per reagire alla mia timidezza”. “Non ti preoccupare” – aveva preso a tranquillizzarlo Francesca: - con te, posso fare il paio: di timidezza sono impastata anch’io ed anch’io cerco di reagire al modo tuo. Mi pare che il mio dialogare te lo abbia già fatto capire. Ti dispiace se usciamo? Temo che stiamo disturbando il prosieguo della cerimonia, anche se qui ci troviamo abbastanza lontano dal palco”.

In silenzio, questa volta, lasciatala passare, Paolo l’aveva seguita fuori e, con pochi passi, avevano raggiunto il parcheggio, anche se Francesca lo aveva fatto d’istinto e, comunque, solo per seguire l’uomo. “Dov’è parcheggiata la tua auto?” aveva chiesto Paolo e la risposta era stata che lei non possedeva un’auto, non aveva nemmeno la patente; vi era giunta in autobus, per l’ultimo tratto, dopo aver viaggiato in treno per i quattro quinti e più del viaggio. Aveva preso alloggio in un albergo di Pescara e vi avrebbe pernottato anche quella notte. Arrivando con il mezzo pubblico, aveva fatto appena in tempo a raggiungere il cinema prima che iniziasse la cerimonia. Non aveva nemmeno avuto il tempo di visitare la cittadina. “E tu?” – aveva chiesto Francesca – “E’ questa la tua auto? Sei venuto solo, immagino, dal momento che nessuno ti era seduto vicino. Riparti subito per Roma o rientri direttamente al lavoro, a Napoli?”. “Sì, per i due terzi delle tue domande; no, per l’ultima” – aveva risposto Paolo ed aveva proseguito: “Non ho alcuna voglia di ripartire adesso, non solo perché tra poco sarà notte e non amo molto viaggiare con il buio, ma anche perché ho voglia di festeggiare. D’altronde, non devo andare al lavoro domani: ho chiesto un giorno di ferie, come di consueto faccio quelle poche volte che mi capita di partecipare ad una cerimonia di premiazione. E, se tu devi andare a Pescara, vada per Pescara: ci vengo anch’io. Ti do un passaggio, andiamo a cena e poi ce ne andiamo a riposare. Che ne pensi: ti va l’idea?”. La risposta non si era fatta attendere molto ed era stata non solo positiva, ma addirittura entusiastica. “L’idea, più che semplicemente 'andarmi', devo dire che mi piace, mi piace molto. Innanzitutto mi risparmio di attendere l’ultima corsa dell’autobus per Pescara, poi non devo prendere mezzi pubblici per andare dalla stazione ferroviaria all’albergo e, alla fine, anch’io voglio ardentemente festeggiare questo evento: ti devo dire francamente che non mi capita spesso di trovare giurie alle quali piacciono le mie poesie. E, quando, di tanto in tanto, me ne capita una, riesco a riprendere fiducia in me stessa e trovo il coraggio di proseguire”.

“Mi sento nella stessa barca” si era affrettato a dire Paolo. “A me capita come a te. Io dico che forse dovrei cambiare passatempo: invece di comporre versi che non piacciono a nessuno, dovrei darmi a coltivare l’orticello. Poi, non ho il coraggio di farlo (e comunque non potrei nemmeno farlo, per mancanza di un orticello da coltivare) e mi scappa ancora di comporre delle poesie e di inviarle ai concorsi. Insomma, mi succede come al lupo che perde il pelo ma non il vizio. Viva le giurie intelligenti! Vabbè, diciamo un evviva! per le giurie che ci capiscono e partiamo”. E, così dicendo, aveva fatto accomodare la giovane, l’aveva aiutata ad allacciare la cintura (e non era una banale e puerile scusa per poterla sfiorare; era – almeno in quel momento - proprio impacciata), aveva preso posto lui stesso al volante ed era partito, tutto in preda all’euforia, ma ben attento a guidare con la dovuta prudenza.

Avevano parlato di tante cose, durante il viaggio, ma nessuno dei due aveva preso l’iniziativa di chiedere notizie personali sull’altro. Sicchè, se dovevano dare retta alla mancanza di segni apparenti alle mani, sia di Paolo che di Francesca, ciascuno dei due poteva dedurre che l’altro era libero. Ma il problema, almeno dichiaratamente, non se lo erano posto e, sempre rimanendo strettamente legati all’argomento poesie e giurie, avevano raggiunto la città (della quale nessuno dei due, in verità, era pratico) ed erano riusciti a ritrovare l’albergo dove alloggiava la poetessa.

Fatta scendere Francesca, Paolo era andato a parcheggiare l’auto in un parcheggio adocchiato lì nei pressi. Raggiuntala, le aveva chiesto se le dispiacesse che chiedesse una camera nello stesso albergo. “Perché dovrebbe?” – era stata la pronta risposta della donna. “Bene!” – aveva detto, come per approvazione, Francesco – “Avrò la fortuna di trovarne una? Speriamo! Così ci rinfreschiamo e poi usciamo”. Entrati nella hall, Francesca gli aveva ceduto il passo, per consentirgli di andare alla ricezione. E, sebbene non si fosse ancora tornati in bassa stagione di fine estate, Paolo era stato molto fortunato ad ottenere, per quella notte, la necessaria ospitalità. Solo che - ma senza troppo dispiacersene, anche se non aveva ancora in mente alcun chiaro progetto per quella notte - aveva dovuto accettare una matrimoniale, che era, poi, l’unica camera disponibile.

Dopo circa mezz’ora, come preventivato e stabilito, i due poeti si erano ritrovati nell’atrio e presto avevano guadagnato i verdi viali della città, illuminati quasi a giorno, e poi il lungomare. Dopo un breve giro, avevano convenuto che era ora di mettere qualcosa nello stomaco, per farne calmare i crampi. Anche qui, un pizzico di fortuna: presto si erano imbattuti in quel ristorantino niente male, ben adatto alle coppie di innamorati od a chi avesse bisogno di una particolare atmosfera, come i nostri due poeti, che volevano festeggiare la loro piccola vittoria nell’agone poetico.

Erano stati bene insieme ed ora si sentivano quasi parte l’uno dell’altra, avvinghiati com’erano, con le mani brucianti, non sicuramente solo per il caldo della ancor tiepida serata. Ad un certo punto, dopo non molte centinaia di metri, si trovarono, senz’alcuna manifestata intenzione, di nuovo sulla strada dell’albergo. Lo raggiunsero, entrarono, si diressero alla ricezione, ritirarono le rispettive chiavi e, per nulla impensieriti dagli sguardi dei clienti che ancora si attardavano nell’atrio, si diressero decisamente verso la matrimoniale.

L’indomani, nella singola, non ci fu alcun bisogno di rifare il lettino, ma il lettone dell’altra camera pareva essere stato il campo di battaglia di orde selvagge!

Enzo Campobasso

 Redazione

 

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  Commenti dei Lettori:

-- 02/02/2012 -- 08:42:04 -- vincenzo

da cinque mesi a questa parte, sto notando, con viva soddisfazione, che, contrariamente a come si pensa, abbiamo un bel numero di lettori di racconti. Non solo quelli miei, ovviamente, ma - almeno in questo periodo - anche e soprattutto di Luigi Scarabino. Insomma, chi si affaccia alla "letteratura" non fa parte proprio di uno sparuto numero elitario. Bravi tutti!

 
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