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14/10/2011

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ARMANDO, UN RAGAZZONE GIÀ VECCHIO

Clicca per Ingrandire Armando è un ragazzone sulla trentina, ma sembra già vecchio. Sarà per quella zazzera tutta arruffata e sporca che non conosce pettine da tempo immemorabile; oppure per quella andatura sbilenca che ha quando cammina, con il collo proteso in avanti e le spalle leggermente ricurve in atteggiamento di difesa. Sì, perché Armando è stato pugile molto tempo fa e di questo sport ora gli restano le stimmate: una gobba sul naso e l'abitudine inveterata alla postura che i pugili assumono quando si chiudono all'avversario per ripararsi dai colpi. Ma a far sembrare Armando un vecchio sono soprattutto i vestiti che indossa, sempre quelli: una giacchetta striminzita troppo corta di maniche e di spalle, e con le pezze ai gomiti; un paio di pantaloni grigi allacciati sotto la pancia prominente, tenuti su da una cintura penzolante, sui quali troneggiano patacche di dimensioni e natura varie: un alone scuro intorno al sedere, macchie di sugo e di urina, qualche strisciata di cenere cacciata in fretta con mano pesante.

Eggià, perché Armando fuma in continuazione, e della sigaretta si fuma tutto: perfino l'inizio del filtro. Per questo ha l'indice e il medio della mano destra tutti bruciacchiati, e le due unghie corrispondenti completamente ingiallite dalle incrostazioni di nicotina. Però il culmine dell'abiezione di Armando, per quanto riguarda l'abbigliamento, sono le calzature: ai suoi piedi un paio di scarpe, nere in origine, ora tutte stinte e scalcagnate che lui calza a mo' di ciabatte, lasciando fuori i talloni coperti da calzini grigio-beige, che un tempo furono bianchi. Così, quando deambula, questo pugile decaduto strascica i piedi con quel rumore inconfondibile che annuncia all'orecchio, prima ancora che agli occhi, il suo arrivo.

C'è da dire inoltre che Armando è matto. Un matto vero. Però, la follia di Armando non è gentile e simpatica come capita a certi matti. La sua pazzia è sorda e cattiva, talvolta violenta. Del resto lo capisci subito, basta incrociarne lo sguardo: gli occhi di Armando non sono affabili e gentili, ma freddi e carichi di ostilità, pronti alla battaglia. Sono occhi insostenibili, insomma. Ed è proprio dagli occhi che talvolta scatta il primo segnale di violenza che può in un nonnulla degenerare, per poi esplodere nel corpo e trasformarsi in azione pazza e folle. Se ne incroci lo sguardo ti trovi immediatamente trascinato nello spaventevole gorgo della sua malattia mentale, in preda ai suoi orribili fantasmi. Di colpo, senza volerlo, sei lì a rivestire il ruolo del nemico. Forse sei diventato per Armando il pugile avversario da abbattere. E poi gli occhi di Armando hanno poco di umano (mai vidi, osservandoli di nascosto, un bagliore di dolcezza né un lampo di tenerezza nei confronti di niente, e di nessuno). Sono occhi insensibili, che mai sorridono, e che forse il sorriso è a loro sconosciuto.

Armando è uno di quei malati dell'anima fatti uscire con la legge 180 dai manicomi che, nella stessa occasione, cambiarono nome diventando eufemisticamente ‘ospedali psichiatrici’. Così Armando è tornato a casa dall’anziana madre e per tenersi tranquillo si imbottisce di psicofarmaci, o perlomeno qualcuno lo infarcisce di tranquillanti in quanto è davvero improbabile che possa autogestirsi le cure da solo. Ma Armando, forse, a volte dimentica di prendere le pillole, oppure le getta nello scarico del wc perché è stufo di sentirsi mezzo addormentato da mattina a sera e così la sua violenza, fino al quel momento rimasta in sordina, sbotta di nuovo e allora prende a picchiare la sua ‘vecchia’ con quel modo che ha imparato parecchi anni prima, cioè coi pugni.

Un lunedì di latterie chiuse questa vedova venne a comprare il latte nel bar in cui lavoravo: portava occhiali da sole malgrado la giornata uggiosa. Mentre la servivo scorsi dietro le lenti l’occhio pesto e provai grande pena per questa donna che sopportava per amore materno di essere battuta da colui che aveva messo al mondo. Anche Armando frequentava il bar. A volte gironzolava un po' intorno alla piazza adiacente al locale prima di entrarvi, altre volte arrivava direttamente, con passo più spedito, come se per lui fosse un momento di estrema lucidità da sfruttare appieno. In quei momenti Armando aveva le idee chiare e la sua mente obbediva a logiche meno imprecise.

Quando entrava, solitamente si avvicinava al bancone per ordinare. Quando mi toccava servirlo, tremavo interiormente e prendevo l’ordinazione con brevissimi e fugaci sguardi, per poi eseguire il servizio con tutta la rapidità di cui ero capace. Avevo paura, ma facevo del mio meglio per non darlo a vedere perché i matti (non ci credereste) talvolta sono capaci di una sensibilità estrema e basta dunque un niente per trovarsi invischiati in una situazione pericolosa. Del resto, servirlo in fretta era facile dato che Armando chiedeva praticamente sempre la stessa cosa: una spuma rossa. Beveva quanto esisteva di più economico e non aveva diritto alle bevande alcoliche.

Il pomeriggio in cui accadde il fatto Armando è teso, più teso del solito. Ordina la solita spuma e chiede che gli si cambi la moneta in gettoni per giocare ai videogiochi. Mi rendo conto che è nervoso, impaziente, che deve assolvere subito al suo bisogno impellente di giocare. Nell'angolo del bar adibito a sala giochi solo lo ‘Space Invaders’ è occupato: un ragazzino di dodici o tredici anni ci sta spendendo la sua paghetta settimanale. Ma ‘Space Invaders’ è pure il gioco che vuole fare Armando. E subito. Allora si mette dietro al giovane giocatore e dice al bambino: “Voglio giocare: levati!” Ma quello non si sposta e risponde che vuole finire la partita, che sta vincendo contro gli alieni, che Armando deve aspettare un po'. Forse il giovanissimo avventore non conosce Armando, oppure lo conosce ma la voglia di terminare il quadro è troppo forte, e questo lo rende temerario e non molla, e continua la partita. Allora Armando si accende una sigaretta, poi ripete una seconda volta, con tono identico, la stessa frase: “Voglio giocare: levati!”

E' un attimo. Poi parte il colpo: un pugno, proprio al centro della schiena, e il ragazzino stramazza a terra. E' un pugno calcolato, un colpo da professionista quale è stato Armando, una castagna che ha per scopo di mettere a tappeto l'avversario. Osservo impietrito la scena: il bambino a terra non riesce a respirare per il colpo subito, lo sento rantolare nel cercare di far entrare un po' d'aria in quei polmoni paralizzati dallo choc. Armando lo scavalca, tranquillamente, e prende posto davanti allo ‘Space Invaders’. Mette il gettone e comincia la partita, mentre la sigaretta gli si consuma fra le dita. Qualcuno accorre per soccorrere il ragazzino che stenta ancora a riprendere fiato. Armando continua imperterrito ad ammazzare omini verdi e non si accorge dei due poliziotti che si stanno avvicinando. Non hanno nemmeno bisogno di usare la forza per portarlo via: gli parlano gentilmente, poi aspettano pazienti che finisca la partita.

Così, dopo aver ucciso l'ultimo marziano, docile e soddisfatto Armando accetta di seguire gli agenti che lo accompagnano fuori tenendolo sottobraccio. Sale nell'Alfetta e prende posto dietro, fra i suoi angeli custodi. In un lampo di umana lucidità chiede loro se può fumare: sì, può fumare. Allora si accende un'altra sigaretta mentre la macchina si allontana.

Fu quella l'ultima volta che lo vidi.

Luigi Scarabino

 Redazione

 

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