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04/10/2011

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ROSA, UNA SERA DI MAGGIO…

Clicca per Ingrandire Com’era bella, Rosa, mollemente adagiata sul suo letto di rose e di morte. Sembrava perfino più bella di quando era viva. Pareva che l’acme del suo fulgore glielo avesse fatto raggiungere la Morte, come contropartita all’anima che le aveva preso. Anche la coperta di raso rosa faceva il paio con il colore delle sue guance. Guardandola, avresti detto che dormiva. Chi muore, per lo più, muore a occhi aperti perché, come si dice e si ritiene, morendo si cerca di catturare un’ultima scintilla di luce da portare con sé lungo il buio cammino dell’eterno riposo. Ma Rosa fu trovata con gli occhi chiusi, sorridente. Quale conquista aveva fatto, un attimo prima che volasse giù dal dirupo? Cosa aveva visto, chi aveva visto? Forse aveva visto Lino, il suo Lino. E, nel suo slancio, forse pensava che, finalmente, lo stava raggiungendo, finalmente sarebbe stato suo, finalmente sarebbe stata sua!

Sì, Lino, o don Lino, come sarebbe più esatto dire, ogni sabato sera, al termine delle confessioni, era solito fare una passeggiata distensiva fuori paese, per un sentiero che si snodava attraverso il bosco e a tratti rasentava dirupi rocciosi, allo scoperto. Meditava sui peccati confessatigli dalle sue pecorelle, chiedeva ancora al Signore, a tu per tu, di essere generoso e rimetterli a chi li aveva commessi. Anche quel sabato (era una tiepida sera di maggio) don Lino era partito per la sua escursioncella che da un po’ di tempo era diventata anche escursione meditativa. Aveva bisogno di riflettere, aveva bisogno di decidere. E non si trattava di dubbi circa un segreto confessionale, si trattava di mettere un punto fermo a una storia che stava, non vivendo, ma subendo proprio a causa di Rosa.

Rosa era innamorata di Lino, lo era stata fin dalle elementari, quando lui frequentava la quinta e lei era in quarta, perché di un anno più giovane. Solo che lei non sapeva cosa significasse quell’attrazione che sentiva per il ragazzo e non riteneva di dovergliela confidare. Era felice di sentirlo suo. Lo aspettava all’angolo della scuola, quando aveva la fortuna di uscire prima, usciva presto di casa per vederlo arrivare, cercava di entrare nel gruppetto dei maschi, quando Lino giocava con i coetanei. Stravedeva e sognava. Sognava perfino quando camminava per la strada! Andava in estasi o, come usa dire adesso, con espressione ormai internazionalizzata o “globalizzata”, in trance. “Rosina - diceva sua madre, - vedi che gli occhi li devi tenere bassi, altrimenti non vedi dove metti i piedi e qualche giorno ti ritroverai in un fosso con la testa e le gambe rotte!”

Ma Rosa non dava retta a nessuno e viveva il suo sogno a modo suo. Mai una parola con nessuno, mai una confidenza alla mamma, che le era più amica di tutte le possibili amiche; aspettava di essere diventata grande per poterlo dire a Lino. Lino, da parte sua, pur avendo notato certe stranezze della ragazzina, ragazzo lui stesso, non riusciva a immaginare quel che correva nel cuore e nella mente della fanciulla. Lei sorrideva, lui contraccambiava e, il più delle volte, rideva. Ridere gli riusciva irrefrenabile. Ma Rosa non gli contestava nulla: quello che faceva Lino era ben fatto, ben accetto, anzi se ne sentiva lusingata, perfino orgogliosa.

Finito l’anno scolastico, passata l’estate, Lino sparì dalla circolazione. Rosa pensava che il ragazzo pendolasse tra il loro paesino, molto piccolo, e il centro più grande a una buona decina di chilometri, per frequentarvi la scuola media. Ma di mattina non poteva verificarlo, in quanto la corriera partiva troppo presto, e di pomeriggio nemmeno, perché all’ora del rientro era a tavola per il pranzo e non aveva il coraggio d’inventare scuse per uscire. Era in preda alla disperazione ma, un poco alla volta, riuscì a rasserenarsi, convincendosi che Lino non pendolava. “Avrà qualche parente che lo ospita, quindi non torna a casa. Pazienza, lo vedrò alle feste, lo vedrò quest’estate”. Ma né alle vacanze di Natale né a quelle di Pasqua lo vide. E meno che meno durante le vacanze estive. Avrebbe voluto chiedere notizie ai genitori di Lino, avrebbe voluto rivolgersi a qualche conoscente, a qualche amico del ragazzo. Ma la vergogna era più forte di lei. Finì per chiudersi in sé e per chiudersi anche in casa. Avrebbe potuto proseguire gli studi, i genitori se lo sarebbero potuto permettere, dal punto di vista finanziario, lei ne aveva le capacità; ma disse di non essere portata per la scuola e i genitori dovettero mettersi l’anima in pace.

Lino non era ospite di nessuno, Lino non frequentava le medie al vicino paese: Lino era entrato in seminario. I suoi genitori erano poveri, la sua famiglia era famiglia “proletaria”. Vivevano in sette in un monolocale, con un lettone, due lettini a castello piuttosto rustici, artigianali, un caminetto, un angolo-cucina, uno stanzino di circa un metro quadro per i servizi igienici non muniti nemmeno di acqua corrente. Il padre era bracciante agricolo e, per smussare gli acuminati spigoli del suo magro salario (che in realtà era una paga “a giornate”), quando non c’erano richieste di lavoro si dava da fare a raccogliere legna, verdure selvatiche eduli, funghi, che si vantava di conoscere abbastanza bene, e dopo la mietitura, giù al piano, anche a spigolare, per qualche pagnotta di pane in più durante il triste inverno. La madre non poteva fare che la casalinga, non potendo affidare la prole né a sua madre, in quanto le era morta abbastanza giovane, né alla suocera, piena di problemi di salute, né a sorelle o cognate, poiché non ne aveva. Aveva imparato a lavorare la lana e si arrangiava anche a tagliare e cucire, tanto da non doversi assoggettare alla sarta né per sé né per le due bambine e i tre maschietti, tutti più piccoli di Lino e uno tanto piccolo da essere ancora ospite del lettone e rimaner tale fino alla partenza del fratello maggiore.

La casa era quasi in cima al paese, arroccato sopra un poggio circondato da verde vegetazione e in parte da roccia carsica, nuda, grigia. Un po’ più giù, verso il centro, l’unica chiesetta, sede parrocchiale, modesta, senz’arte e senza storia, più modesta e disadorna di una chiesetta di campagna, in tono, del resto, con tutte le altre casupole del paese, tutte basse, qualcuna imbiancata di fresco a calce, altre coperte da una lieve patina di grigio e qualcuna perfino di muschio nelle parti meno esposte al sole. Di tanto in tanto, una terrazzina, qualche verandina, qualche balcone, a far mostra di gerani variopinti durante la bella stagione, spogli e intristiti durante l’arco autunno-inverno. La piazzetta era il ritrovo di tutti: dei bambini che vi giocavano, dei vecchi che appoggiati a rudimentali bastoni, con le schiene ricurve, vi prendevano il sole, degli adulti maschi che vi s’intrattenevano durante le feste o vi cercavano ingaggi di lavoro la sera, per il giorno successivo. Le donne rimanevano nelle proprie strade, a conversare, malignare, progettare, rammendare o, specialmente le ragazze da marito, a ricamare. Non c’erano che una piccola scuola elementare con insegnanti prevalentemente non indigeni, il medico condotto, il farmacista che assicurava aperture senza orari, un’osteria che fungeva anche da bar, un forno, una macelleria (per il pesce, bisognava aspettare l’arrivo del pescivendolo ambulante, che vi capitava massimo due volte la settimana, mai durante l’inverno). Non c’era il notaio, non c’era la pretura, non c’era un avvocato. Anche le forze dell’ordine vi erano rappresentate in maniera esigua: due carabinieri e due guardie municipali (che in realtà, tranne che in casi particolari di aiuto alla piccola popolazione, per non annoiarsi levigavano passeggiando i ciottoli che lastricavano le strade).

In piazza aveva giocato, come tutti, anche Lino. In piazza lo aveva quasi quotidianamente raggiunto (si fa per dire, in realtà era rimasta sempre a debita distanza per timore che avvicinandosi la gente potesse scoprire il suo segreto) Rosa, che se ne faceva ideali scorpacciate. Partito Lino, per lo meno a Rosa quella piazza, dove campeggiava un unico larice secolare, non pareva più la stessa. E le pareva tanto estranea, tanto scialba, tanto spoglia e perfino tanto fredda e squallida, che presto smise di andarvi. Preferiva immaginarsi con Lino, stretta a lui - cosa mai successa, ovviamente - standosene a casa, sdraiata sul suo lettino, guardando senza vederlo il soffitto.

Avrebbe voluto studiare, Lino. E anche il padre, più che la madre, avrebbe voluto che studiasse. Ma come? Come poteva mandare il figlio fuori di casa, sia pure nella vicina cittadina, sia pure facendolo pendolare con la corriera? Sarebbe stato necessario affrontare, oltre la spesa per i libri e per tutti gli annessi e connessi, tasse comprese, anche quella del trasporto (o, ancora peggio, quella della permanenza nella sede scolastica per evitargli il quotidiano strapazzo). Non poteva certo pretendere che il ragazzo pendolasse a piedi! E quando avrebbe studiato? Forse strada facendo, come si fa con il giornale o un libro di lettura amena? Al problema non c’era soluzione! Ovvero una soluzione, proprio una, l’unica, c’era: bisognava prendere la via del seminario. Il padre, alle istanze di Lino, glielo suggerì, ma il ragazzo, conseguita la licenza elementare, impiegò buona parte dell’estate per prendere la grave decisione. “Papà - diceva, - io non sono portato per il sacerdozio, non ho alcuna vocazione, non voglio prendere in giro nessuno, tanto meno me e il Signore Iddio”.

Però, più forte dei suoi scrupoli, era l’amore per lo studio, per la conoscenza, una conoscenza di cui non si sarebbe mai impossessato se fosse rimasto al paesello a seguire le orme di suo padre. E così, appena appena in tempo, riuscì, tramite e con l’aiuto dell’anziano parroco, a farsi accogliere nel seminario del capoluogo della sua provincia, a diverse decine di chilometri di distanza. “Del resto - si confortò, - di quelli volenterosi di apprendere, nelle mie medesime condizioni economiche, quanti ne sono già partiti prima di me? E chi non ha preso questa strada, ha preso quella del servizio militare, quando lo ha potuto fare con la licenza elementare. E questa, per me, sarebbe stata la peggiore delle scelte. Io, militare! Manco pazzo!” Pensava anche, non senza saggezza, che lui avrebbe potuto fare con la Chiesa quello che molti facevano con il matrimonio: accettavano di sposare la persona scelta dai propri genitori, poi, il più delle volte finivano con l’avvezzarsi, per così dire, e perfino con il voler bene al coniuge ‘imposto’. “La vocazione, può anche nascermi strada facendo - continuava a consolarsi, a confortarsi, Lino. - E qualora ciò non succedesse e volessi uscirmene, in extremis, potrei anche non imboccare l’ultimo tratto di strada, quello da cui non si può tornare indietro. L’istruzione conseguita, sicuramente superiore al livello medio inferiore, anche se non del tutto idoneo alla vita laica, dovrebbe comunque bastarmi per entrare nel mondo del lavoro”.

Era dunque partito, aveva salito tutti i gradini del percorso istruzionale, aveva pronunciato i vari voti, aveva preso messa, era pronto per la carriera ecclesiastica, con tutti i sacrosanti crismi. Sì, perché Lino aveva esercitato su se stesso tutte le opere possibili e immaginabili per essere degno dell’abito talare, per essere un vero soldato della Chiesa e di Dio. E gli era anche capitata una inattesa fortuna: dopo alcuni anni di noviziato in una grande città, resasi vacante la piccola parrocchia del paesino di origine, vi fu assegnato (verrebbe da dire che vi fu predestinato). Con grande gioia di tutti perché, con un parroco ‘compaesano’, sarebbe stato più facile costruire e mantenere vivo un dialogo, intessere rapporti, se non di amicizia (non esclusi) almeno di fiducia. Qualcuno in verità, ma proprio qualcuno, non lo gradiva molto perché - pensava - nei piccoli centri è più facile che il mormorio della gente possa diffondersi e raggiungere orecchie indiscrete, orecchie che non si vorrebbe fossero raggiunte. Ma questo, ovviamente, partiva dal presupposto, basilarmente sbagliato, che il parroco potesse non saper tenere fede al segreto della confessione.

E non era certo il caso di ‘don Michele’ (o ‘don Lino’, se non addirittura ‘Lino’, come la maggior parte prese a chiamarlo in memoria di quando era imberbe): ‘don Lino’ era, per i parrocchiani, un “ragazzo d’oro”, quel ragazzo d’oro ch’era sempre stato, educato, rispettoso, serio, gioviale, perfino servizievole. Lo dicevano e lo sostenevano tutti. Perché questo giovane parroco non si lesinava nel dare assistenza morale e spirituale, non si tirava indietro nemmeno quando era il caso di mettere le mani al povero borsellino per qualche piccola spesa da affrontare per questo o quell’altro bisognoso di turno, cioè, in definitiva, per una buona parte del paese, costituito di gente come la sua famiglia di origine che, seppure in qualche modo aveva fatto progressi (conseguenti all’alleggerimento del carico familiare avendo trovato buona sistemazione, sia pure altrove, un fratello e una sorella di Lino), rimaneva pur sempre proletaria. Pochissimi erano i benestanti, pochi i “borghesi”, tutti a medio livello di abbienza, cosa che, però - e per fortuna di don Lino - non impediva loro di essere sufficientemente generosi con la parrocchia.

E - stima a parte - era tale la simpatia dei suoi compaesani che fin dai primi giorni la chiesetta era sempre gremita di fedeli. Fedeli ai quali si rivolgeva non con omelie astratte e impersonali, ma con aperto e diretto dialogo, chiamando per nome, dando pubblici consigli, raccomandando, ammonendo e persino rimproverando, quando necessario. Con tutto ciò, il pomeriggio del sabato c’era sempre una lunga coda davanti al confessionale. Si confessavano quasi tutti, molte volte anche per esternare semplici confidenze che avrebbero anche potuto fargli per strada. Amava i giovani, indifferentemente. Era sollecito verso gli anziani e giocava volentieri con ragazzi e bambini. Qualche volta, attraversando la piazzetta, forse per nostalgia dei bei tempi della fanciullezza, prendeva perfino parte agli incontri di calcio che vi si disputavano, portando un piacevole scompiglio nelle formazioni, in quanto andava all’attacco una volta contro una porta, una volta contro l’altra.

La più felice di tutti, superfluo dirlo, era Rosa. Rosa che avrebbe dovuto essere offesa, che avrebbe forse avuto il diritto di odiare Lino perché le aveva tolto la possibilità di dichiarargli, al momento della loro maturità, tutto il suo amore. Rosa frequentava il confessionale più assiduamente di tutti gli altri, vi si fermava sempre molto a lungo, come se avesse ogni volta un gremito e gravoso bagaglio di peccati da confessare. Rosa che invece era ritenuta da tutti la più buona, la più brava, la più degna di lode, la più pura di tutte le giovani del paese! Dove poteva mai andare quella ragazza a peccare, se non era che casa e chiesa! Eppure, stava sempre lì, genuflessa, faccia alla grata, aria contrita, a parlare, parlare, parlare… Certo, la gente non riusciva a sentire, non riusciva a capire, non riusciva a immaginare cosa potesse dire, anche perché nessuno era in grado di leggere sulle sue labbra. Soltanto don Lino sapeva. E soffriva. Perché Rosa era la sua tentazione, il suo satana, il suo dramma.

“Sai, Lino, sono felicissima del tuo ritorno, sono sicuramente la più felice di tutti - gli disse la prima volta, ritta sulle ginocchia, protesa verso la grata fino a pochi millimetri di distanza da essa. - Tu eri tutto per me: eri il mio sogno, il mio sostentamento, la mia luce, la mia vita, la mia gioia. Poi sei sparito e con te avrebbero fatto molto bene a dileguarsi anche i miei sentimenti, i miei progetti. Mi ero quasi rassegnata alla solitudine, all’amarezza, anche alla morte: non riuscivo a concepire che io potessi essere nata per un altro, così com’ero convinta che tu eri nato per me. Dovevo forse capire, dovrei capire le tue ragioni, ma il mio cuore non ha cervello, il mio cuore ha sempre sussultato per te, continua a sussultare anche adesso, nonostante la realtà. Io non ti chiederò di distoglierti dalla scelta da te fatta, ma tu perdonami per le afflizioni che t’infliggerò. Non per punirti, non per vendicarmi, ma perché la mia vita, se non muoio, non può svolgersi che all’insegna del mio amore per te, un amore che ha offuscato quello per il Creatore, un amore che non può non nutrirsi di te o per lo meno dell’illusione che un giorno un miracolo ti porti a essere mio”.

“Figliuola - rispondeva don Lino, cercando di tenere un certo distacco con la giovane parrocchiana, - devi farti una ragione del mio stato, devi considerare gli sforzi da me compiuti per diventare quel che sono, non relativamente alla mia carriera, al mio abito talare, ma alla mia acquisita vocazione, conquistata solo a forza di esercizi spirituali. Ama il nostro Signore, ama le sue creature, non amare me, ovvero, ama anche me, ma solo perché faccio parte anch’io delle sue creature. Non amarmi come oggetto, come mira dei tuoi desideri, della realizzazione dei tuoi sogni terreni. Vedrai, dopo che avrai fatto tu stessa esercizi spirituali analoghi ai miei, anche tu ti sentirai appagata, tranquilla con la tua anima. E potrai conoscere un altro giovane da amare, da amare con tutta te stessa. Potrai realizzare ugualmente il sogno che ti eri prefissata di realizzare amando me”. Ma le parole di don Lino non erano parole che facevano breccia nella mente e nel cuore della giovane. Lei andava diritta per la sua strada, una strada tutta in salita, verso una vetta irraggiungibile, costellata di crode lisce come specchi, dove non era davvero possibile appigliarsi.

“Vengo a farmi perdonare, don Lino. Stanotte ho fatto un bellissimo sogno. Mi tenevi per mano, correvamo tra i verdi filari del grano giù dal paese, poi, improvvisamente, cademmo, ci trovammo avvinghiati l’uno all’altra, fummo l’uno dell’altra…”. “Non continuare, ti prego, non infliggermi punizioni che non merito. La mia carne è carne, è debole e io non devo esserlo” - rispondeva supplice Lino. “Ma il mio è un peccato e io ho il dovere, e anche il diritto, di confessarlo, in tutta la sua portata, in tutta la sua crudezza. Io lo so che non ti faccio del bene, ma io anche per questo chiedo perdono. Considerami come una cleptomane che non riesce a frenarsi davanti all’impulso di arraffare qualunque cosa le capiti a tiro, considerami malata di malattia incurabile, considerami come vuoi. Io non potrò mai essere in grado di stare lontano da questo confessionale. Già è tanto che io mi freni per strada e non mi fermi a guardarti incantata come facevo da ragazzina. Già mi trattengo dall’impulso irrefrenabile di togliermi la vita e mi limito a sopravvivere, spiandoti da lontano, come cosa che mi è, per l’appunto, proibita, interdetta, per evitare di buttarti addosso un discredito immeritato. Non impedirmi di venire qui a portarti la mia anima in pena. Sii grazioso con questa tua pecorella smarrita, che è impossibile riportare nel gregge. Dammi da recitare cento avemaria, imponimi mille atti di dolore, dammi tutte le punizioni possibili, anche il cilicio sono pronta ad accettare, ma non mi punire consigliandomi o imponendomi di rinunciare a te o, per lo meno, al sogno di te”. E don Lino, occhi al cielo, pregando il Signore, chiedeva di rimetterle i peccati, chiedeva il permesso di assolverla perché, tutto sommato, diceva “è una fragile creatura, non è Gesù tentato nel deserto, non è nemmeno don Lino, per quanto indegno di nominare me stesso”.

Quel sabato pomeriggio, l’ultimo sabato della sua esistenza, lei era stata ancora a confessarsi. Questa volta il peccato era forse ancora più grave, o almeno così lei lo valutava. “A occhi chiusi, ho preso la mia mano destra con la mia sinistra e l’ho guidata, fingendo che fosse tua, ad accarezzarmi il volto, il petto nudo, il ventre e tutto ciò che avrei voluto (e ardentemente vorrei) che fosse tuo. Com’era bello, anche se conscia che si trattava di una pura e semplice finzione. Io, tua! E il povero surrogato della tua mano, grande, forte, sicuramente più calda della mia, era mio. Tu eri mio, eri nel mio essere, nella mia anima. Come puoi rimanere inerte, apatico, di fronte a questo dono, che è dono predisposto da lontano, sicuramente dal Creatore! Pensi che abbia fatto nascere me perché io fossi la tua tribolazione? E pensi che abbia fatto venire al mondo te per essere il mio tribolato? Non credi che ci abbia fatti nascere per amarci nel Suo amore, un amore che è sua creazione, esattamente come lo sono tutte le creature del mondo?” Don Lino taceva, rifletteva sulle parole di Rosa, pensava, pregava che Dio gli desse la forza di resistere, di non cedere davanti a quelle parole che non erano - bisognava obiettivamente riconoscerlo - del tutto campate in aria, del tutto prive di fondamenti.

“Sì, perché Dio ci avrebbe creati? Forse per seviziarci, per giocarci dolosamente, per infliggerci sofferenze? Non ci ha creati con amore e per amore? L’amore terreno non porta alla trascendenza, all’amore divino? Non è l’amore materiale sustrato all’amore spirituale? E non disse, il Creatore, sia pure per punirci, ‘andate e moltiplicatevi’? Come potremmo moltiplicarci se tutti fossimo preti e monache? Non c’è da pensare che, tutto sommato, abbiano ragione i protestanti, i quaccheri, i mormoni, perfino i musulmani, che credono in Dio esercitando comunque l’amore terreno, sposandosi, avendo figli e diventando, alcuni di essi, Suoi pastori? Quanti dubbi, mio Signore! Come vacilla la mia fede! Perché vuoi far soffrire una creatura come Rosa che, a parte la cocciuta determinatezza ad amarmi, è una creatura dolce, fragile, buona, di una bontà quasi incommensurabile? Come non assolverla, sia pure nel Tuo nome? E, d’altra parte, chi sarei io ad arrogarmi il diritto di non assolverla? Com’è dura, Signore, anche per me! Non mi assumo una responsabilità troppo grande, troppo grave, di fronte alla vita di un altro essere? Lei non ha mai minacciato di uccidermi o di suicidarsi. Ma sarà sempre così? Ce la farà fino in fondo, fino a quando, cioè, Tu stesso non l’avrai richiamata a Te? Sono nelle tue mani, Signore, siamo nelle Tue mani, tutti e due”. E, con il rituale di sempre, la mandò assolta.

Quella sera Rosa non rientrò a casa, non andò a rannicchiarsi sul suo lettino come faceva tutte le sere, in particolare ogniqualvolta rincasava dopo la confessione. Quella sera prese la strada del bosco, il sentiero che (lo aveva scoperto poco tempo prima) don Lino percorreva per le sue meditazioni post confessione. Si appostò fra gli alberi un po’ più in alto rispetto al sentiero, dietro un cespuglio di agrifoglio, che mostrava sui rami ancora qualche bacca rossa, forse maturata con ritardo e non pronta a essere liberata per dare eventualmente vita a un’altra pianta. Aspettò, paziente. Non voleva correre incontro al suo Lino, non voleva nemmeno che la vedesse. Voleva solo vederlo passare, voleva solo vedere cosa faceva, come si comportava, come camminava, come si arrampicava per i tratti scoscesi segnati da nuda roccia. Voleva guardarlo, furtivamente, come una ladra. Nient’altro. Proprio nient’altro.

E don Lino passò. Passò che teneva le mani giunte in atto di preghiera, il mento poggiato sugli indici e sui medi, la fronte lievemente reclinata, lo sguardo al cielo che nell’azzurro stava acquisendo del grigio e dell’indaco, i quasi inimitabili colori del crepuscolo. Anche quest’immagine ieratica piacque a Rosa, che così non lo aveva mai visto. Si sentiva il cuore gonfio, il fiato corto, le mani fredde, la fronte imperlata e un indicibile fuoco per tutto il resto del corpo. Tremava, non sicuramente per il freddo. Ben presto, il nero talare scomparve dietro una curva in salita. Rosa si mosse. Però non scese verso il sentiero: pensò bene di muoversi parallelamente a esso, procedendo “a lume di naso”. Purtroppo, Rosa non conosceva il bosco, tanto meno quella zona che, a parte il sentiero del resto impervio esso stesso, era sufficientemente anfrattuoso e poteva facilmente far perdere l’orientamento. E così proprio avvenne. Rosa dovette aggirare tanti di quei cespugli che a un certo punto si trovò disorientata, fino a sentirsi persa. Ma non gridò. Non voleva che Lino la sentisse, non voleva che la scoprisse, non voleva che la potesse giudicare pavida, soprattutto. Lei si era impaniata, lei doveva uscirne. E prese a girare, a girare. A vuoto. Non trovava segni di sentieri, non vedeva squarci di cielo, il buio cominciava a intensificarsi e non le permetteva nemmeno più di distinguere le sagome degli alberi e degli arbusti. Solo grosse ombre di cespugli da aggirare. E per poco. Dopo un discreto tratto di tempo speso all’affannosa ricerca di una via d’uscita, trafelata, scarmigliata, con le vesti lacere, i piedi dolenti, le guance rigate da copiose lacrime, una sorta di chiarore. Vi si slanciò, convinta di essere finalmente libera dai grovigli. Un volo, un grido, il silenzio.

Lino non poteva sentire. Non l’avrebbe sentita neppure se si fosse trovato ancora nel bosco, perché il dirupo che aveva inghiottito Rosa si trovava dalla parte diametralmente opposta a quella da lui percorsa. Si sa, nel bosco, molte volte, anche brevi distanze impediscono, a chi vi si trova, di sentire gli uni le voci degli altri. Lino, poi, era ormai tornato a casa, sempre con il suo stato d’animo turbato, il fisico a pezzi, tutto il corpo schiacciato da un indicibile peso, la mente aggredita da mille e mille interrogativi, la coscienza prossima a gonfiarsi di umani, terreni rimorsi. Aveva fatto un’immane fatica a addormentarsi. E il sonno, seppure venuto, gli risultava agitato, pienamente occupato da orribili sogni, da incubi. Era l’alba quando un suono di campana lo svegliò, lo liberò, per impegnarlo con altrettanto gravi e preoccupati interrogativi. Perché la campana? Cos’era successo? C’era un incendio? C’era stato un terremoto, per quanto a lui non risultava che la zona vi fosse soggetta? Qual era la gravità che aveva sollecitato il sagrestano ad aprire la chiesetta per farvi rintoccare, con ritmo d’allarme, la campana?

Dopo quest’ultima domanda, il concitato bussare alla porta. “Don Lino, don Lino! Venga, venga! Una disgrazia! Una terribile disgrazia! Rosa, Rosa di Paolo Gigli è morta! L’hanno trovata poco fa, sotto al dirupo del Lupo. Corri, corri!”. E don Lino corse. Una corsa vana, una corsa solo per portarle i sacramenti funebri ovvero, per lei, il sacramento dell’estrema unzione cui non sarebbe seguito nessun altro sacramento. Era la prima volta che Lino toccava Rosa. E la stava toccando solo per segnarla con la croce sulla fronte. Un brivido gli corse dalla nuca a tutta la spina dorsale: si sentì quasi agghiacciato (nonostante fosse ormai avvezzo a segnare morti). E si sentì scorrere furtive lacrime lungo le gote. Nessuno capì, allora, perché nessuno aveva capito prima, quando i giovani, ciascuno a modo suo, con proprie ragioni e con intensità diverse, stavano vivendo il dramma della loro vita.

Don Lino non imprecò contro il suo Dio (anche se non poté fare a meno di porgli qualche domandina, retorica purtroppo, non perché fossero scontate le risposte, ma perché risposte non ne erano previste), ma si dette colpa dell’accaduto. “Perché non sono stato sufficientemente debole da commettere io il peccato? Perché non ho lasciato quest’abito, che ora lambisce il rigido corpo di questa creatura, soltanto per essere forte e fedele all’impegno preso, di essere servo di tutti, di amare tutti di amore divino? Non è stato questo mio amore sacro, ma altrettanto cieco, a spezzare la vita di questa giovane innocente, il cui unico peccato era il suo desiderio di vivere, sia pure di vivere con me e per me? Mi darò pace, Dio? Me la darai Tu, la pace? Sarò capace di sopravvivere a questo immane dolore, a questa orribile tragedia? E’ possibile che Tu chieda simili prove alle tue creature? Come non dubitare del tuo amore, della tua provvidenza? Perchè riesci a farti avvertire freddo, distaccato, quasi sadico, versato unicamente nei tuoi progetti che nessuna delle tue creature conosce, lasciate come sono nella più nera ignoranza? Come non dubitare perfino che tu sia quel che si dice, quel che si crede, quel che si pensa? Noi sappiamo solo una cosa: che siamo deboli, inermi e che qualche volta ci sentiamo addirittura inutili, in questo avvicendarsi, per noi senza senso, di questi cicli vitali che - dice la scienza ufficiale - un certo giorno svaniranno nel nulla perché la Terra morirà, perché tutto l’universo imploderà per tornare al caos, allo stadio da cui ha preso le mosse”.

Ripresosi, aiutò il medico e le guardie a sistemare il corpo esanime di Rosa sopra una barella e l’accompagnò verso la casa dei genitori dove, una volta composta sul suo lettino di sogni irrealizzati, don Lino rimase a vegliarla in preghiera, fino a quando non fu ora di raggiungere la parrocchia per prepararsi alla celebrazione della santa messa in suffragio di quell’eroina, della ‘sua’ eroina, che, seppure non volendo, aveva finito per immolarsi sull’altare dell’amore.

Lino, come ‘don Lino’, avrebbe ancora esercitato il suo sacerdozio come lo avrebbe esercitato senza il passaggio di Rosa nella sua vita. Come uomo, avrebbe portato dentro fino alla morte, senza confessarlo né ad amici né a parenti né tanto meno al confessore, il suo segreto, i suoi dubbi teologici. Quando si fosse trovato a tu per tu con Dio ne avrebbe discusso personalmente con Lui. Questo era il suo proposito, questa la sua determinazione. Se poi, alla sua morte, non sia tornato sui propri passi o non abbia incontrato il Creatore, questo è particolare che nessuno sa, né mai saprà. Il mistero della divinità rimane… almeno per chi continua a vivere.

Enzo Campobasso


 Redazione (foto: dipinto di Dominique Telmon - www.artmajeur.com/dominiquetelmon/)

 

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