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04/09/2011

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“SCONVOLGENTE!”

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E’ stato il primo commento che ci è salito dalle viscere alle labbra dopo un solo attimo di sosta trascorso davanti all’ultimo lavoro di Lidia Croce - l’artista che ha creato un fil-rouge diretto fra Puglia e Toscana, - un olio su tela di un metro per due, “Nuova Crocifissione”, ancora umido alla cui visione siamo stati chiamati in anteprima la vigilia della sua esposizione (3 settembre) all’interno dello spagnoleggiante patio del cinquecentesco Palazzo della Torre nel cuore del Centro Storico di Peschici (Via Colombo, 23), ospiti di una deliziosa e costantemente disponibile donna Grazia Marino della Torre (foto 1 sotto, a destra, con l'artista; ndr).

Umido. Umido degli afflati che turbano l’autrice. Umido delle ispirazioni che in lei non trovano soluzione nella continuità. Umido delle peristalsi che tsunamano nel suo fragile corpo capace di emanare energie travolgenti e poderose. Umido delle lacrime di tanti “disgraziati” che bivaccano nelle carceri italiane. Umido dei lamenti di individui all’ultima spiaggia vitale dalla cui plaga umana, base e sostegno del dipinto, si eleva alfine l’indiscusso protagonista della tela: il detenuto suicida (foto 2).

E ancora: umido delle imprecazioni, delle bestemmie e delle preghiere, delle umiliazioni, delle violenze e delle prevaricazioni, dei compromessi, dei cedimenti e delle assuefazioni, dei ravvedimenti (anche) e delle non-accettazioni (anche) di una condizione detentiva che affligge il nostro Paese. Umido delle secrezioni - dense oleose fluide linfatiche granulose ematiche - che scorrono a fiumi in nicchie sovraffollate. Umido degli afrori sciropposi di orifizi solchi e cavità maleodoranti. Umido di libeccio che accompagna il passaggio drastico radicale perentorio tassativo risolutivo della falce esiziale.

Tutto ciò la tela catapulta sull’inerme testimone di un atto di fede ancora presente nell’artista (verso le istituzioni, i protagonisti della vita sociale e politica, noi…). “Sconvolgente!” Due volte sconvolgente, a dire il vero. Una prima volta perché la tecnica usata e in particolare il colore non sono, senza tema di smentite, della Croce finora conosciuta e non sempre da tutti ammirata e apprezzata. Il prodotto offerto al pubblico (l’appuntamento si rinnova stasera dalle 19 alle 23 nella stessa location) si discosta dalle sue “sanguigne” e da altre tele metafisiche e matematiche, fisiche e chimiche, in maniera tanto dissonante da trafiggere lo stomaco con la ferma intenzione di farti più male possibile allo scopo, immanente e pragmatico, di non permettere di dimenticare. (E il tema scelto vi contribuisce.)

Una seconda volta per una sorta di “intimazione” rivolta allo spettatore indotto a osservare la tela non come d’istinto ci si comporta abitualmente - dall’alto verso il basso - ma viceversa, di modo che quando con lo sguardo si arriva a comprendere il motivo per cui l’immagine centrale, diafana e digradante dal basso verso l’alto nel tinteggio lattiginoso, si distacchi dal resto della massa umana nàufraga in pigmenti forti e decisi… il colore sparisce. Al suo posto un bianco totale illuminato nell’angolo superiore destro da un sole essenziale ma malato, un bianco che sa di nuvole alte e ancora oltre… di paradiso, di angeli che attendono un corpo legato a un lenzuolo diventato rigido, quasi uncino d’acciaio che aiuti e porti su il suicida a perdersi e diluirsi nella dimensione di assoluto annullamento e, quasi, di “protezione” ultraterrena.

Nell’istante in cui l’occhio assimila e metabolizza la dissacrante fusione fra un organismo che ha scelto di morire e il luogo nel quale si è determinato di farlo approdare, il colpo allo stomaco di cui sopra si trasfigura in una serie di frustate che scudisciano la coscienza di ciascuno, le sue colpe, le sue insolvenze, l’assenza di solidarietà umana e di assunzione di responsabilità sociale. In quell’attimo l’eventuale agnosticismo dello spettatore, via via inglobato nella tematica del soggetto, si ammorbidisce e stempera in un senso di pace del tutto assente quando si è iniziato a “guardare” il dipinto. In quel preciso momento si percepisce netta la sensazione di essere ben poca cosa, granelli di vita abbandonati a noi stessi per l’incapacità di andare incontro alle urgenze del prossimo, chiunque esso sia.

Dice Lidia Croce, intervistata dalla nostra Maria Mattea Maggiano: “Per quanto riguarda la mia opera posso dire che ho cercato di dare corpo a ogni pensiero che potesse rappresentare il dramma della reclusione. Al centro, come classicamente, è rappresentata la crocifissione, il corpo penzolante del suicida. Il lenzuolo bianco è in realtà l’unica luce del quadro perché è l’unica visibilità che questo essere ha, dopo la morte, quindi tardi per giovare a se stesso.

“La spirale umana che gli sta intorno - prosegue - mostra l’inazione, la rassegnazione, il cupo vivere in spazi ristretti che ho reso con la compenetrazione di corpi e volti. La spirale, che non è un cerchio concluso, si apre quindi salendo verso l’alto, dove già un’altra figura con direzione obliqua esplode senza più sbarre verso la liberazione o la sogna. Nel buio in alto a sinistra si sta consumando uno stupro di gruppo. Una madre allatta il suo bambino dietro le nere sbarre dell’inferno. Che ci fa un innocente in carcere? Deve seguire la madre? Mettete dunque la madre fuori!

“Io - confessa - ho fatto fatica perfino a dipingere questa scena. Con quale cuore un legislatore o esecutore di leggi ha compiuto realmente questa infamità? E se capitasse a una donna della sua famiglia? Facciamo tutti attenzione alle nostre azioni perché prima o poi si riverbereranno su di noi! Il quadro è crudo e tetro perché questa è la situazione che vuole rappresentare. L’artista, che non può sempre dipingere bellissime marine e meravigliosi fiorellini, è testimone del suo tempo, non può chiudere gli occhi e perdersi nei meandri del sogno. E’ vero che è libero da ogni sorta di condizionamento e non deve niente a nessuno, ma spesso crea un’opera spinto dalla forza passionale della propria natura.

“L’ispirazione - conclude - lo colpisce con violenza e un’opera vuole essere realizzata, vuole vivere, anche se si tratta di un argomento così scomodo, che tutti preferiscono codardamente dimenticare. E anche l’artista fa fatica, spiritualmente, a entrare nella situazione descritta e vi partecipa soffrendo e immedesimandosi come stesse vivendola di persona.”

Piero Giannini

 Redazione

 

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