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28/05/2011

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UNA FERITA RIMARGINATA

Clicca per Ingrandire Una ferita rimarginata. Col ritorno di “Norma” sul palcoscenico rinnovato di un Petruzzelli finalmente ritrovato, viene via anche l’ultima crosta di uno sfregio lungo circa vent’anni. Troppi per una convalescenza e una vera e propria “rinascita”. Tanto da marcare una cicatrice che comunque resta, anche se a testimonianza di uno spirito cittadino temprato dal fuoco della passione e dell’orgoglio indomabile.

E’ stato come venir fuori da un’angoscia. Le note di Bellini che tornano libere fra i palchi, balconate e poltrone gremite in ogni ordine, e in gran parte rapite da un ricordo decisamente opprimente, hanno reso largo e compiaciuto il sorriso di quanti con passione e dedizione hanno contribuito a tale rinascita del Politeama barese. L’applauso incontenibile alla fine della sinfonia iniziale a sipario chiuso, sotto la Quercia-bozzetto di Mario Schifano (foto del titolo; ndr), diventa spontaneo, entusiastico e scaramantico omaggio ai nuovi protagonisti di un dramma scenico destinato a ripetersi.

“Partii da Bari allibito, avendo negli occhi pieni di lacrime l’immagine di un cratere fumante (foto 1 sotto, di Luca Turi) e nelle orecchie la sentenza senza appello del portiere d’albergo: lei è stato l’ultimo direttore al Petruzzelli - ha ricordato con evidente emozione Roberto Abbado. - Per fortuna non è stato così. Sono tornato a Bari e mi è mancato il respiro nel rivedere l’imponenza della grande cupola del Teatro, su cui sventola rassicurante un vivace tricolore”.

La morbidezza del suono esaltato dall’acustica del Nuovo Petruzzelli e domato da un’impeccabile direzione del maestro Abbado, insieme alla performance ancora una volta entusiasmante dell’Orchestra della Fondazione, hanno accompagnato il debutto di Carmela Remigio nei panni di Norma (foto 2-3). La brillante voce mozartiana chiamata a dare corpo alla linea evolutiva della componente melodica (Bellini) della cosiddetta perfezione musicale (Mozart).

Chi l’aspettava al varco della prova della potenza vocale, lungo gli accordi cinici della rabbia e della vendetta, ne ha potuto apprezzare la forza della leggerezza espressiva, sulle melodie delle sofferenze d’amore della Vestale del fuoco celeste, in sintonia coi riverberi moderni di un’opera che la regia di Federico Tiezzi ha rimodellato sulla dicotomia poetica di due grandi spiriti meridiani, Giacomo Leopardi e Vincenzo Bellini: classici nella forma, romantici nel sentire.

L’opera lirica è come un’ellisse. Tiezzi e Abbado, regista e direttore, resteranno a lungo “i due fuochi” di questa rinnovata versione di Norma. Più mediterranea, più malinconica. Meno guerra e più sentimenti. Una Norma più vulnerabile, esitante nella debolezza della sua ambiguità, ma capace di slancio eroico nel fatale altruismo del gesto estremo. Un’indole già affiorata, nell’azione scenica, in quella solidarietà tipicamente femminile che trasforma in complicità l’attesa rivalità fra Norma e la giovane Adalgisa, a cui stile e timbro sono stati magnificamente assicurati da un’apprezzatissima Sonia Ganassi, mentre i toni più vibranti di Giacomo Prestia (Oroveso) e tenorili di Andrea Carè (Pollione) hanno sottolineato le intense interpretazioni maschili.

Originale ed efficace, infine nel rewind della serata, la soluzione scenica del drappo-sipario dorato che, come telo-tagliafuoco, cala improvviso sul palcoscenico al momento del rogo fatale. Un intreccio subliminale che nella tradizione dei Druidi vuole il vischio simbolo di rigenerazione e che le querce su cui cresce custodissero tale visibile emanazione del “fuoco celeste”, ricco di tutte le proprietà magiche del fulmine. Una fronda da raccogliere al sesto giorno della luna (Casta Diva), che segna l’inizio del mese druidico e dopo diverse settimane dal taglio assume le ricche tonalità color d’oro. Tanto da ritenerlo sacro e credere che contenesse la “semenza del fuoco”.

Antonio V. Gelormini


 Redazione

 

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