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01/10/2010

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“OGNI DOMENICA MATTINA VADO A MESSA COME IL PRIMO DEGLI IPOCRITI”

Clicca per Ingrandire Mi chiamo Ludovico Mastrelia. Ho venticinque anni, sono alcolizzato e tossicodipendente… o per lo meno lo ero. Era l’estate del 2008 quando trasformai un piccolo localino di mio padre in bar. Era la mia attività, anche se successivamente avrei appreso che per un alcolizzato lavorare in un bar è come per un drogato lavorare in farmacia. Del tutto controproducente. Io non lavoravo tanto per alzare un po’ di grana, quanto per distrarre la mia anima tormentata da mille pensieri tristi. Stavo insieme ai miei clienti a sbronzarmi e drogarmi. Mi giravano attorno un sacco di persone, ma già da tempo sentivo di non avere più nessun amico.

Forse, a dire il vero, non li volevo più i miei cosiddetti “amici”. Le uniche cose che condividevamo erano appunto droga e alcol, e per quanto questi due fattori riuscissero a darmi le illusioni che cercavo per tirare avanti, capivo nel mio profondo che non mi avrebbero portato da nessuna parte. Sono stato in galera per spaccio, ne ho fatte a bizzeffe di cazzate nella mia vita, come incidenti mortali, scippi, rapporti buttati al vento, far piangere i genitori dalla disperazione, trovarsi a ventitre anni senza un futuro davanti e con un destino deplorevole già segnato. Perciò devo dire che la mia rassegnazione era del tutto legittima, aspettavo solo che la morte venisse a ordinare un cocktail di anime per poi portarmi con sé.

Non sono esagerato nel dire che fin da bambino avevo una certa unicità. Per esempio, ricordo che all’età di dieci anni tutti i miei coetanei giocavano a calcio e io, per non sentirmi escluso, giocavo insieme a loro. Ma quando tutti, presi dall’euforia, sceglievano i nomi dei loro beniamini… “io sono Baggio! io sono Van Basten! io Gullit! io Maldini!”… sapete chi sceglievo io? Vasco Rossi. Normale che non fossi ben visto dai miei stupidi amichetti. Ma è così che succede quando sei avanti anni-luce rispetto a chi ti circonda.

La realtà di un paese ti può soffocare, e io mi sentivo soffocare. Il mio ingresso nella pubertà dunque non poté che essere segnato da una fortissima voglia di trasgressione. Ed ecco che mi ritrovavo sempre in mano una bottiglia e mi davo alla pazza vita con quel beone di mio cugino. Ero poco più di un bambino ma già mi scolavo ingenti quantitativi di alcol e fumavo sigarette, cosa che mi portò in breve a fumare canne. Dalle canne alla cocaina. Dalla cocaina all’eroina… e tutto d’un tratto la droga, che tanto mi faceva stare bene nel mio mondo da sballo, diventò il mio più grosso problema. Come tutti pensai che partire, cambiare aria, fosse la scelta giusta. Per poi ritrovarmi ancora più pregno di droga e subissato di problemi.

Successivamente tornai al paesello con una valigia di buoni propositi. Dissi ai miei che avrei smesso di fare cazzate, e devo dire che fui abbastanza persuasivo perché riuscii a convincere quel sant’uomo di mio padre ad aprire un ristorante caratteristico in una delle nostre proprietà. Mi misi al lavoro per inseguire i miei scopi. Mi sbattevo per il ristorante, ma ogni volta che avevo tempo libero mi trovavo comunque a bere e drogarmi. Nulla pareva correggere in me quei vizi. Ne sentivo il bisogno, era la mia anima triste e gemente a chiedere di uccidermi. Ero nato con la voglia di morire, e non sapevo cosa fare per salvare la testa.

Il ristorante andava abbastanza bene ed ero soddisfatto dei risultati che stavo ottenendo e, quando almeno una cosa nella mia vita sembrava funzionare, ecco che arriva un bell’incendio da primato che distrugge tutto quello che avevo creato, lasciandomi per altro un sacco di debiti. Secondo voi, dall’incendio in poi, quanti litri di alcolici e quante fumate di eroina mi sarei fatto? Davvero troppe!

Dopo un anno di transizione, dove davvero toccai il fondo del barile, riuscii a convincere mio padre a credere nuovamente in me. Quindi aprii il mio bar, il “Bar Pera” , e stavo vivendo una bella estate, anche se sentivo il forte bisogno di tornare ad avere un legame, quando dal nulla, in un giorno di fine agosto, ecco che lui apparve nella mia vita. Ci conoscevamo già da bambini, per me era il tempo delle prime cazzate, lui invece stava appena entrando nella pubertà. Se ne stava da solo, seduto sui gradini a piangere. Io mi avvicinai e lo confortai alla mia maniera. Rimasi con lui e lo feci sfogare, poi me lo portai appresso e gli feci bere un po’ di vino per fargli tornare il sorriso. Da quel giorno ci fu solo qualche saluto, ma lui mi guardava sempre con quella faccia di chi porta rispetto a una persona che nel momento del bisogno l’ha aiutato. Mi stava simpatico, e nelle estati successive ci salutammo sempre anche se non ci frequentavamo mai.

Ormai eravamo diventati grandi, anche lui aveva il vizio della droga e dell’alcol, con la differenza che per lui non era una dipendenza, solo un modo per eludere il tempo. Entrò nel bar, mi salutò e ordinò una Ceres che non gli feci pagare. Era entrato coi suoi amici, quelli con cui girava tutte le estati, e parlava con loro. Nei giorni seguenti cominciò a frequentare il bar regolarmente, con o senza gli amici. Stava con me. Parlavamo davvero molto, di qualunque cosa. Lui era davvero molto intelligente, proprio come me. E’ per questo che andavamo particolarmente d’accordo… ma non solo per questo: di mezzo c’era anche la follia.

Io, messo com’ero, stavo sempre fuso e quando stai sempre fuso vuol dire essenzialmente che fai una marea di cazzate, pur inconsapevolmente. Avevo remore a condividere i miei dolori con gli altri paesani che conoscevo da una vita. Ma non con lui. Lui sembrava nutrirsi delle mie storie e della mia follia. Era il mio compagno di sbornie e chiacchierate, e anche di qualche serata alla cocaina, ma la cosa più bella era che per lui droga e alcol venivano al secondo posto, per lui avevano più valore la mia persona e le mie parole.

C’era un feeling naturale che ci portava a essere pappa e ciccia. Lui mi seguiva in tutti i miei deliri e più il tempo passava più la confidenza che ci univa mi permetteva di esprimere con lui la mia enorme sofferenza. Lui pareva non capirla, eppure l’accettava di buon grado. Io davo colpa a ogni cosa dei miei fallimenti e delle mie sofferenze, invece lui cercava sempre di usare la razionalità per farmi comprendere che ero io la causa del mio male. Diceva sempre che ci sono soggetti che nascono con un naturale male di vivere, e il più delle volte sono quelle persone ampiamente perspicaci che prendendo razionalità della realtà si deprimono e si chiudono nei loro pensieri fino a uccidersi. Io ero più malato di lui sotto questo aspetto, lui diceva di soffrire di un male pari al mio, ma di saperlo sfogare grazie allo scrivere. Purtroppo per me io non sembravo avere nessun talento artistico.

Inutile dire che diventò il mio migliore amico, l’unica persona al di fuori del mio contesto familiare di cui m’importasse qualcosa. La sua amicizia mi dava conforto e mi faceva sentire un po’ meno solo e un po’ meno sfigato. Cominciai a condividere con lui le mie passioni. Guardavamo film, ascoltavamo musica e parlavamo di letteratura. Una sera, verso la metà di settembre 2008, quando ormai il bar era chiuso per mancanza di turisti quindi di guadagno, io mi attaccai a una bottiglia di rum, lui a una di whisky e cominciammo a parlare di Dio. Lui non tollerava le bestemmie, e cercava di spiegarmi le conseguenze di quello che dicevo.

Parlò nella mia lingua per chiarirmi il concetto. Paragonò Dio a Totò Riina, l’ultimo grande boss di cosa nostra. Mi disse : “Tu ti permetteresti d’insultare il capo della mafia sapendo che ti sta ascoltando? Certamente no, perché sai per certo che ti capiterà qualcosa di brutto… Vedi, Dio è molto più potente di qualunque capo mafia, e ogni qual volta tu lo insulti ti metti contro il più potente boss dell’universo”. Io non avevo un bel rapporto con Dio, per me era solo una fandonia che serviva agli sprovveduti per mascherare le proprie insicurezze. Eppure nelle sue parole c’era un senso che non avevo mai captato prima.

Lui rispettava enormemente Dio, anche se non faceva la sua volontà. Aveva letto la bibbia in maniera accurata, e conosceva bene ciò di cui parlava. Diceva di amare Dio, ma che non gli era congeniale il mondo che Dio gli prometteva nelle sue sacre scritture. Avrebbe accettato di buon grado la morte dopo essersela spassata per breve tempo su questa terra. Per lui i vizi erano la fonte della vita stessa, e negarseli sarebbe stato come negare se stessi, quindi, pur credente, preferiva continuare sulla sua strada piuttosto che piegarsi a un volere superiore.

Passavamo quasi tutto il tempo insieme, entrambi squattrinati arrancavamo per comprarci un po’ di sballi. Lui aveva capito perfettamente la mia condizione di tossicodipendente e cercava di farmi risalire un po’ dal baratro, ma io non ce la facevo in quel momento e lui lo accettava. Un giorno, a casa sua, mi venne un’idea bizzarra. Lui abitava proprio attaccato a quello che è il simbolo del paese, ovvero la torre antica. Gli dissi che sarebbe stato bello se fossimo riusciti a mettere una bandiera pirata sulla torre la domenica mattina. Durante il periodo autunno-inverno al paese c’è l’usanza che la domenica mattina la gente va a messa e poi le donne, vestite a festa come anche gli uomini, sfilano sul corso principale tronfi della loro immensa banalità. Ma purtroppo la mia trovata rimase un sogno incompiuto perché lui non se la sentiva di camminare su un tetto all’altezza di una decina di metri, e io non gli davo tutti i torti. Se per caso fossi caduto, lì per lì non me ne sarebbe importato molto, ma a lui sembrava importargli della vita di entrambi, quindi mi dissuase dal farlo.

Andavamo a gonfie vele, comunque. Durante quello che considero il periodo più brutto della mia vita lui aveva portato un po’ di luce, un piccolo raggio che mi tenne aggrappato alla mia esistenza. I giorni passavano. Il tempo infame correva e io sapevo che presto lui sarebbe tornato al nord, a casa sua, e mi sarei ritrovato nuovamente solo con me stesso e probabilmente non sarei sopravvissuto. Il giorno tanto temuto arrivò, e lui partì. Non c’è la feci ad andare a salutarlo. Inventai la scusa che mi ero addormentato, non avrei retto la separazione fisica dal mio migliore amico. Avrebbe capito, come ha sempre fatto. Lui non mi giudicava proprio perché comprendeva quello che mi portavo dentro.

Nel frattempo si era instaurata una vera congiura alle mie spalle. Mio padre e un’assistente sociale amica di famiglia stavano complottando per mandarmi in una comunità a disintossicarmi. A me non rimaneva che fare due cose: andare in comunità o scappare. Inutile dire che le feci entrambe. Prima scappai, poi quando non ebbi più un solo cent mi rassegai alla comunità… ma non tanto facilmente. Scappai dopo i primi due giorni, poi tornai. Riscappai dopo una settimana, e poi tornai, riscappai ancora una volta… Tornai e questa volta mi rassegnai.

La comunità è come stare al grande fratello, sono tutti matti esauriti, si sentono un sacco di cazzate, ci sono una caterva di litigi e sei visionato ventiquattro ore al giorno, solo che al poste delle telecamere ci sono le persone in carne ed ossa, e alla fine della giornata c’è sempre il confessionale. C’è molta più umanità in galera che non in comunità. In comunità ti viene tolta tutta la libertà che possiedi, vieni utilizzato come uno schiavo per fare i lavori che servono alla comunità e devi continuamente fingere che tutto quello in qualche modo ti piaccia.

Io pensavo sempre a lui.

L’ultima cosa che feci prima di entrare definitivamente in comunità fu bermi una bottiglia di Sambuca e chiamarlo. Gli confessai quanto stavo per fare e lui non mi disse, come tanti altri, che era la scelta giusta ma che se era quella la mia scelta lui la rispettava, perché io dovevo essere libero di decidere della mia vita. Presi quella strada non tanto per me, ma per far tornare il sorriso sul volto dei miei, che ormai non mi vedevano più come un figlio, ma come un problema da risolvere.

La rassegnazione fu il passo più difficile. Mi svuotarono l’anima, mi lavarono il cervello e io glielo permisi, non tanto per il mio bene personale ma per il bene dei miei genitori. Conobbi tantissime persone nel mio stesso stato e vidi fare loro lo stesso percorso. Ci scarnificarono la mente, immettendo in noi la voglia di redenzione. Più passavano i mesi più mi convincevo che fosse la cosa giusta, lasciavo dunque che le loro parole mi trafiggessero il pensiero. Una delle ultime mattine di permanenza nell’assenteismo logoro della mia solitudine riuscii a guardarmi allo specchio e vedere un altro ragazzo. Mi somigliava tantissimo. Aveva un aspetto salutare, ma non aveva più il fuoco che ardeva negli occhi. Era spento, come tutti d’altronde.

Tornai a casa e vi ritrovai la casa. Tornai al paese e vi ritrovai il paese. Tornai dai miei cosiddetti amici e vi ritrovai i miei cosiddetti amici. Il tutto pareva non essersi mosso di un solo lembo. Solo un grosso silenzio cadde nel mio cervello. Poi… più nulla.

Dopo solo un giorno lo chiamai, volevo dargli la bella notizia, ma quel giorno fu lui a darmi una notizia ancora più bella. Mi disse che sarebbe sceso giù al paese nel giro di qualche settimana, e come lo disse io già fremevo per rivederlo. Passarono le settimane e finalmente arrivò. Lo andai a trovare all’ora di pranzo, dato che lavoravo proprio a pochi metri da casa sua. Nonostante la gioia e la bellezza dell’incontro, rimasi comunque restio nel riaprirmi subito, volevo aspettare il momento giusto per raccontargli la mia storia.

Quando gliela narrai, rimase lì soddisfatto ad ascoltare, proprio come aveva sempre fatto. Pareva felice della guerra vinta contro i miei precedenti demoni, ma quasi subito percepii che mi volesse dire qualcosa e non ne avesse il coraggio. Si trattenne per poco più di due mesi, nei quali ci frequentammo, ma non troppo. Non era più come prima, che stavamo sempre insieme. Lui era deleterio per me. Ma ogni volta che la sorte ci faceva incontrare ci regalavamo sempre un sorriso fraterno e qualche chiacchiera. La nostra ultima conversazione fu la cosa più agghiacciante per me. Dopo due mesi volle togliersi quel peso dall’animo, e mi disse che non era il caso di fingere. Diceva di sentire il mio animo represso, ed era vero, perché io da tanto tempo fingevo di essere qualcun altro solo per regalare felicità ai miei genitori, nonostante la mia nuova identità mi logorasse dentro. Gli risposi: “Michè, io vado a messa ogni domenica mattina come il primo degli ipocriti!” Annuì e ci salutammo. Fu l’ultima volta che lo vidi.

Partì qualche giorno più tardi e in quei giorni sentii le sue parole martellarmi il cervello come trombe stonate, e mi uccidevo dentro perché il male che facevo a me stesso era proprio dettato dalla mia ipocrisia. Quando mi drogavo cambiavo la mia identità, non ero me stesso e mi facevo del male. Ora che ero pulito dovevo comunque cambiare identità, non ero me stesso e mi facevo male comunque. Ogni notte udivo le sue parole, e le sue parole combattevano contro tutte le voci che mi avevano aiutato in comunità. Poi, durante una di quelle notti mi arrivò un sms.

“Ciao Frà, ti stimo tantissimo. Sei un folle, lo sento, e piango per te. Ti voglio bene!”

Dopo averlo letto, piansi. Poi aprii la finestra, vidi una bella luna e mi dissi: “Caro Ludovico, questa è un’ottima sera per morire”. Camminai fino alla scogliera, mi spogliai delle mie vesti e mi lasciai andare…



"E si lasciò andare al tuffo dell’inferno.

"Il padre di Ludovico mi ha chiamato qualche giorno fa. Mi ha detto che Ludovico si è suicidato. Sono rimasto attonito solo qualche secondo. Poi ho pianto tutto il giorno finché le lacrime non sono cessate. Non sono riuscito ad andare al funerale, ma appena tornato in paese sono subito andato al cimitero. Ho aperto una bottiglia di Sambuca portata apposta. Ne ho scolato un bel sorso, mi sono acceso una sigaretta, ho alzato la bottiglia al cielo azzurro dell’estate e l’ho guardato con occhi semichiusi. “Questo è per te!” gli ho detto, e ho brindato nuovamente. Infine, ho versato un bel goccio sulla sua tomba, gli ho rivolto un sorriso, accarezzato la foto, pianto qualche lacrima… e ho ripreso la mia strada.

"La domenica mattina successiva al mio arrivo, tutti in paese hanno visto la bandiera pirata svettare fiera sulla torre antica.

"Finalmente i pirati avevano conquistato la penisola."

Michele Marino

 Redazione

 

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