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22/05/2008

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DIALOGO IN PARADISO

Clicca per Ingrandire  “Signore mio, Signore mio… che guaio ho combinato!”
“Suvvia, non ti angustiare, non te ne fare una colpa. Passerà, passerà…”
E quando passerà, pensava il buon fraticello, mentre Domineddio tentava di rincuorarlo con un sorrisino appena stemperato dalla folta barba bianca.
“Ma Tu, Signore, ne sai forse qualcosa?”
“Francesco, cosa ti salta in mente! Posso mai io volere il male di qualcuno?!? Perché so benissimo che tutto questo tu lo consideri una jattura.”
“Beh, una jattura proprio non direi.”
“Ecco, appunto. Pensa a tutti i tuoi amati sangiovannesi che si stanno togliendo un po’ di soddisfazioni dopo anni di semiabbandono.”
“Mai, semiabbandonati! Qualcuno sempre s’è mosso per andare a trovarli…”
“Certo, ma non nella quantità di quando ci vivevi tu. Devi ammettere che per un bel po’ d’anni, non dico abbiano fatto la fame, ma non si sono impinguati come nel lungo periodo della tua convivenza con loro. Tutti quegli alberghi fatti costruire per accogliere migliaia di fedeli, sono o non sono rimasti vuoti per tanto tempo?”

Intanto che il Signore parlava proferendo le solite verità - come non fidarsi di Lui, d’altronde - Francesco riandava agli anni trascorsi su quella montagna, alle sofferenze patite, alle infinite gioie vissute con i suoi bravi parrocchiani e con tutta quella gente che aveva cominciato a riempire il paese dopo quel benedetto incidente alle mani che gli era capitato. Pensava ai progetti che gli erano balenati nella mente in notti insonni di preghiera e meditazione, ed era riuscito a realizzare sfidando lo scetticismo dei detrattori, e lui, caparbio e duro come la pietra della terra che nella sua fragilità lo ospitava, non aveva mai preso in considerazione.

“Eh, sì… l’ospedale! Che bella cosa hai fatto…”
“Come sai, Signore, che riflettevo proprio sull’ospedale!”
“Non farmi ridere, Francesco… o devo chiamarti Pio?”
“Chiamami come vuoi, resta il fatto che Pio ne ha combinate delle belle, cotte e crude. In questo momento specialmente.”
“Ma se l’avevi anticipato tu stesso! Sai che non sono mai riuscito a capire perché ti sia lasciato sfuggire quella frase così determinata?”
“Quale: farò più rumore da morto che da vivo!”
“Quella. Come t’è venuta in mente. Io non te…”
“Io non te… cosa, Signore?”
“Nulla! Continua a ricordare. Adesso puoi farlo. Hai davanti a te l’eternità.”
“Sì, però non riesco a farlo fino in fondo. E sai il motivo? Non sono capace di comprendere perché sia avvenuto tutto ciò.”
“Pio, Pio… no, meglio Francesco Francesco … Pio Pio mi sa tanto di chioccia che cerca i suoi piccoli … E io che ci sto a fare!?”
“Ecco, lo vedi? Avevo ragione, c’è il Tuo zampino in questa faccenda.”
“Smettila, anche se ti hanno elevato all’onore degli altari non ti permetto l’irriverenza!”
“Scusami, Signore, ma non sopporto che la Chiesa venga strapazzata come strapazzavano me quando passavo tra la gente. Chi mi tirava di qua, chi mi tirava di là… Per fortuna che mi venne in mente di armarmi di un bel bastone nodoso!” --- “Questo non te l’ho mai perdonato!”
“Era necessario, Signore mio, altrimenti mi avrebbero sbranato.”
“Adesso invece sbranano quel tuo povero Mimì…”
“Veramente è Tuo, non mio. Però è vero. Lo stanno proprio bistrattando. Adesso sembra che sia finito tutto… O no?”
“Vedremo… Vedrò.”
“Cos’altro hai in mente?”
“Non starò certo a confidartelo. Non alzare troppo la cresta, Francesco! Conosci qual è il tuo posto. Restaci!”

Mortificato, Pio abbassò la testa e gli occhi gli caddero sulle mani. Sanguinavano. Gli erano ricomparse le stimmate.

“Signore! - gridò. - Guarda le mie mani!”
“Ebbene?”
“Le ferite sparite poco prima di morire… sono tornate!”
“E allora?”
“Come allora! Ero così felice quando me le guardai per l’ultima volta e non c’erano più, e ora…”
“Ti hanno seguito, ti hanno idolatrato, ti hanno beatificato, ti hanno canonizzato… e tu ancora non hai capito niente!”
“Spiegamelo Tu, Signore!”
“Perché, secondo te, ti stigmati… ti vennero le stimmate?”
“Non l’ho mai capito. Non ho mai voluto capirlo. Le ho accettate e basta. Anche perché…”
“E su, dillo!”
“Cosa?!”
“Ciò che stavi pensando.”
“Io non pensavo niente.”
“Sei rimasto quel contadinotto schivo, burbero e sempliciotto che sei sempre stato. Anche adesso che ti trovi al mio cospetto. Come tu non sapessi che conosco ogni tuo pensiero.”
“E va bene. Te lo dico: perché mi sono apparse al centro del palmo e non ai polsi?”
“Questo non deve interessarti. Che fai, ti metti pure a discutere le mie decisioni?”
“Assoltamente no, ma questa storia l’hanno costantemente tirata fuori e continuano a farlo, laggiù, sulla terra.”
“E tu lasciali parlare.”
“In particolare ora che dovevano riesumarmi, l’hanno ripescata. Li sentivo, mentre pensavano: chissà se lo troveremo con le palme bucate, chissà qui e chissà là!”
“Lo sai com’è fatto l’uomo, sempre a dubitare, a non credere, a non fidarsi della volontà di chi gli sta sopra, sempre a rimestare nel torbido.”
“Pure Tu, però, visto che c’eri potevi anche sistemarle meglio.”
“T’ho già detto di non fare l’impertinente con me! Che fai, ci ricaschi?”
“Scusami, Signore, ma io non volevo che succedesse quel pandemonio che si è creato intorno alla mia persona. Io volevo vivere la mia vita spirituale tranquillamente, serenamente…”
“Come devo fare con te, come devo comportarmi, dimmelo tu! Ancora adesso non comprendi che eri uno strumento nelle mie mani per riportare a un credo più saldo e sicuro l’umanità che si stava secolarizzando sempre più, di questi tempi ammalata persino di relativismo?”
“Scusa, ma non Ti bastava il Papa?”
“Dall’impertinenza siamo passati all’insolenza vera e propria… Francesco!”
“Perdonami, Signore, ma tutto questo clamore intorno alla mia esumazione mi stordisce, mi sta facendo girare la testa. Tutti questi battibecchi, queste accuse, queste cialtronerie, questo rimestare, queste … secondo alcuni … “vere verità” tirate fuori a spron battuto, queste maldicenze…”
“Vuoi che ti rimandi fra loro, vuoi che vedano che ti sono tornate le stimmate, terminale della sofferenza che ti dilania, a sua volta provocata dalla loro poca fede? Vuoi che ti rispedisca in quella fossa dei leoni come i primi martiri morti per me, in quella bolgia di senzacredo che non conoscono altro se non il proprio egoismo? Cosa vuoi, dimmelo!”
“Voglio… capire!”
“Sei più cocciuto di un mulo! Mi costringi a tirar fuori ciascuno dei principi filosofici che insigni studiosi hanno perfezionato intorno alle religioni, la mia in particolare. Ma non lo farò, convinto come sono convinto che non li afferreresti. Quindi t’invito all’ubbidienza e a fidarti di me.”
“Ma io sono ubbidiente, lo sono sempre stato. Mi sembra di averTelo dimostrato in tantissime circostanze. E ho fede in Te, mio Signore, altrimenti non avrei potuto superare tutto ciò che m’è caduto sulla testa… che Tu hai voluto mi cadesse sulla testa. Perché dici questo!?”
“Perché il dubbio ha covato sempre nella tua anima…”
“Sicuro! Come non dubitare dell’uomo, della sua forza impotente, della sua coscienza inquinata, della sua voglia infinita di prevaricare e mistificare… della sua malafede, a dirla in una parola sola?”
“Lo so, ma tu hai dubitato anche di me.”
“No, Signore, mai!”
“Non voglio insistere, però una confidenza mi corre l’obbligo di fartela: sono convinto che non desiderassi e ricercassi tutto quel clamore che s’è creato intorno a te, e continua a svilupparsi come inarrestabile cancro, adesso principalmente con la storia della riesumazione, ma in fondo in fondo… ti piace, dillo che ti piace, t’è sempre piaciuto, stimola la tua smania tutta umana di spettacolarizzare ogni passo della tua esistenza, in vita e in morte!”
“Signore, ora sei Tu che offendi me!”
“Se l’ho pensato, e l’ho pensato, non posso chiedere perdono a un umile fraticello, ma forse non hai tutti i torti. Non sei tu quello sbagliato, ma l’uomo. Un giorno o l’altro mi deciderò a dargli una bella ripassata. Incomincia a sfastidiarmi. Non lo credi anche tu?”
“E come posso, io, proprio io, essere in questo caso d’accordo con Te, Signore mio. Io che, come uomo, ho sempre difeso l’uomo dalle insidie dell’esistenza, che l’ho protetto dalle macchinazioni di Belzebù e Belzebù veniva a torturarmi la notte per questo? Come posso smettere di continuare a preservarlo dalle angosce che gli triturano l’anima, dalle tentazioni da cui si lascia sopraffare perché è la debolezza fatta persona? Come posso non schierarmi dalla sua parte, se sono sempre stato dalla sua parte per insegnargli quale fosse la parte giusta?”
“Lo sai che quando parli così diventi proprio convincente?”
“Allora, non lo punirai più?”
“Spetta a me decidere, tu continua a fare il tuo mestiere.”
“E’ quello che ho sempre fatto.”
“Bravo. Preoccupati delle tue anime da strappare a Lucifero e al resto ci penso io.”
“Quale… resto, Signore.”
“Io so!”

Con questa secca affermazione Domineddio voltò le spalle a Francesco e si chiuse in una cupezza che di divino aveva ben poco. Quel vociare continuo che giungeva fino a Lui dalla terra, da un sagrato diventato invisibile tant’era tappezzato di petulanti formiche, dalle vie adiacenti stracolme di quelle infernali macchine costruite per creare solo danni, dall’interno di una chiesa in cui s’indulgeva a battere le mani in scroscianti applausi (mai vista e sentita una cosa del genere!), dalle viscere di una cripta in cui doveva regnare solo silenzio e concentrazione; tutto quel chiacchiericcio intorno a una salma che avrebbe avuto bisogno di maggiore rispetto mentre le si transitava dinanzi in una frettolosa visita condotta più per morbosa curiosità che altro; tutto quell’affannarsi e sgomitare e sudare e commentare e mai pregare con la profondità dell’animo puro…
Sì, è un santo, pensava Domineddio, ma lo stanno trattando alla stregua di un fenomeno da baraccone. E’ questo che lacerava il cuore del suo buon Pio. Non aveva voluto dirglielo, scoprendosi con lui, per non gettarlo ancor più nello sconforto, ma era proprio questo che lo addolorava. Giù, sulla terra, i Suoi ministri avevano compiuto un’operazione che rientrava nella prassi della casa comune, ma non l’avevano contrassegnata delle liturgie corrette. Eppure avrebbero dovuto pensarci, non erano degli stupidi… Eppure non ci avevano pensato. E a Pio erano tornate le stimmate! Il segno di un dolore cosmico che, non essendo in grado di metabolizzare, straripava al di fuori delle viscere bucandogli le mani.

In quella sezione del cosmo dove tutto è pace e silenzio si andava a infrangere il brusio di una massa di individui che, scorrendo accanto a un cadavere, riteneva di compiere un atto d’amore. E invece era altro, tutt’altro, giudicava Domineddio. Solo la fugacia di un istante concesso a ciascuno di loro di poter dare una fuggevole ancorché distratta occhiata a una maschera di cera, indicava e denunciava la leggerezza con cui l’operazione era stata pensata. Neanche il tempo di una profonda meditazione sollecitata dalla presenza di un Uomo che si era sacrificato per l’uomo. Neanche il tempo di dirsi “chi sono, da dove vengo, dove vado” e già la fila premeva, spingendo oltre l’autentico ossequiante, fuori del luogo sacro, lontano da una presenza/assenza che lo calamitava eppure respingeva, e non per sua volontà. Avrebbero potuto concedersela o imporsela, la profonda meditazione, prima e dopo, nella chiesa piccola e nella chiesa grande, nell’angolo più intimo della propria abitazione o in qualsiasi altro luogo appartato conciliante favorevole, ma non era la stessa cosa. Non poteva essere la stessa cosa. E sennò, a cosa era servito ricorrere a tutto quell’ambaradan. (Domeniddio si meravigliò con se stesso, e sorrise tra sé e sé, per aver usato quest’ultimo termine a Lui decisamente poco congeniale e venne distratto dai Suoi pensieri dall’invocazione del Suo fraticello.)

“Signore, perché mi volti le spalle?”
“Ce l’ho con te!”
“Cosa ho mai combinato, stavolta e ancora una volta, per meritarmelo!?”
“Non hai insegnato loro l’umiltà, il reale rispetto. La modestia, soprattutto, la modestia degli atti ineludibili da condursi nella sacralità della riflessione, della contemplazione, del raccoglimento, e non dell’apparato scenografico spettacolarizzante in cui si dissolvono, liquefano, diluiscono, anche le più autentiche e autorevoli intenzioni. Non gli hai insegnato, non facendolo giungere fino a loro, il messaggio della mia Chiesa, la mia vera Chiesa, quella di mio Figlio che caccia i mercanti dal tempio e si adonta se un cammello riesca a passare dalla cruna di un ago. Non gli hai insegnato l’autentico Amore, Francesco!”
“Ma… Signore…”
“Non c’è ma che tenga! Le vedo, sai, sono poche le belle anime che affondano la loro disperazione nel cuore e si avvicinano a ciò che resta di te per annullarla. Tutti gli altri sono… curiosi. Curiosi che ti guardano le mani scheletrite nascoste dai mezzi guanti per… Ho deciso: ti rimando sulla terra. Adesso, sì, proprio adesso che le tue mani sono tornate a sanguinare!”
“No, Signore, non farlo! Te ne prego. M’è bastata una volta!”
“Devi, Francesco, l’umanità non è come l’ho pensata io e ha ancora bisogno di miei rappresentanti carismatici. Carismatici… come te!”

Fu così che Padre Pio tornò sulla terra. Era ancora una volta agosto, era ancora una volta il 1918. Prostrato sotto il Crocifisso del Coro del minuscolo convento costruito sul cocuzzolo di una collina alta 630 metri, incistata in un promontorio selvaggio e inospitale, si guardava sconcertato le mani sanguinanti. Fuori, il sole di una calda estate calcinava la polvere del sentiero che scendeva verso il misero villaggio di gente buona e lavoratrice, affamata ma onesta. Tutto intorno il silenzio della solitudine e il vuoto che solo la natura sa colmare. Padre Pio sollevò lo sguardo alla Croce e incontrò gli occhi del Cristo. Vi affondò i suoi, entrambi supplicanti, e li spostò sulla finestrella che si apriva sulla valle. Un pensiero lo folgorò: “No, Signore, te lo prometto, questa volta non sarà come l’altra!”

Piero Giannini

 da “il Gargano Nuovo” - maggio 2008

 

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