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20/06/2010

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COME FIOCCHI DI NEVE

Clicca per Ingrandire Il baluginio della fiamma nel camino anima le ombre, ora nette ora sfocate, sulle pareti e sulle tende chiare del tinello. Yeshuà, seduto al tavolo di ciliegio, sta scrivendo qualcosa - la traduzione dal latino? mi chiedo - alla luce discreta della lampada da tavolo montata sul candeliere di Caltagirone. Il resto del tinello - la credenzina in pino rosso, le poltroncine in legno scuro, il travone del camino in faggio - affiora dalla penombra; le due finestre, i vetri velati di umidità, lasciano filtrare le luci crepuscolari di una giornata romana atipica: è nevicato, oggi, e ogni suono si avverte, attutito, come desiderasse non turbare il silenzio misterioso portato dai fiocchi, rotto dal crepitio diseguale della legna che arde.

Seduta accanto al camino, le gambe allungate verso il focolare, avvolta nello scialle castano di cachemire, dono di Sergio (l’ultimo?), “Cien años de soledad” tra le mani, mi crogiolo nel calore della scena; che farei certamente fatica ad avvertire - sì, è così! - se Yeshuà non fosse con me. Sta venendo su un bel ragazzo, Yeshuà: capelli neri, occhi neri, sopracciglia folte, denti bianchissimi, carnagione bronzea, figura atletica, mani affusolate; il sangue armeno che, mi hanno raccontato, scorre nelle sue vene, non si smentisce. E sta diventando grande, Yeshuà.

La spensieratezza beata dell’infanzia lascia adesso varchi ampi alle prime consapevolezze dei doveri e alle cavalcate dei perché, di tanti perché: perché lui si chiama così, perché il suo aspetto appare tanto diverso dal mio, e da quello di Sergio, e da quello dei compagni di classe, perché Sergio non vive più insieme con noi, perché Giulia provoca in lui tante sensazioni e palpiti inconsueti, perché è necessario studiare tanto per fare l’ingegnere, perché deve studiare il latino, perché, perché, perché. Io - accidenti a me! - non ho trovato ancora la forza e il coraggio di rispondere a tutti i suoi perché: la solitudine indotta dall’abbandono di Sergio ha evocato in me, forse, il timore di ulteriori possibili devastanti solitudini. E Yeshuà, quando le mie risposte gli appaiono evasive, o ambigue, mi guarda, e mi guarda, con quei suoi occhi nerissimi, con lo sguardo tra stupito e ridente, senza insistere, senza aggiungere altro. E mi capita talvolta di notarlo, quello stesso suo sguardo, portarsi all’improvviso verso di me, interrogativo, come se volesse dire, senza dire.

Yeshuà cessa di scrivere e alza lo sguardo, anche adesso, verso di me. Lo avverto. Mi volto, gli sorrido: «Tutto bene?» Resta qualche attimo con gli occhi fissi nei miei, poi annuisce, rispondendo al sorriso con un sorriso, e china di nuovo il capo sui fogli. Mi mordo le labbra. “Debbo parlargli!” mi dico per l’ennesima volta, “debbo parlargli! Non vorrei davvero che venisse a sapere da altri!”

Un bagliore di scintille accompagna il crepitio della legna; un crepitio più intenso anima una nuvola di scintille che danzano giocose e si lanciano poi, rincorrendosi, nella canna fumaria. Yeshuà si distoglie dai fogli, volge lo sguardo verso il focolare. Il suo sguardo incontra ancora il mio. «Sergio, ora, si è trasferito a Barcellona» dico, prima di rendermene conto. Lui posa la penna sul tavolo, si volge verso di me, mi fissa come sorpreso. Mi faccio coraggio, tiro su il fiato. «Ha voluto la sua libertà, Sergio.» L’ho detto tutto di un fiato. Mi concedo una pausa, stremata. Yeshuà mi guarda per un attimo; poi si alza, va lentamente verso la finestra, si accosta ai vetri, cercando oltre di loro immagini che non può vedere; l’alone del suo respiro ispessisce il velo di umidità.

«Si è rifatto una vita, Sergio, a Barcellona; vive con Amalia; e con Florencia e Faustina, le due bimbe gemelline che ha avuto da Amalia. Sono figlie sue. Quando me lo ha detto, piangeva; certo gli dispiaceva dirmelo; forse si vergognava, anche. A te, poi, non ha neanche avuto il coraggio di confessarlo, che ci lasciava. Ha voluto la sua libertà, Sergio; da me, e anche da te. E io? Come si fa a negare la libertà a chi si ama? Incatenandolo, forse? Con catene di ferro? Con quali catene, quando la catena dei sentimenti non regge più? Dice che ci vuole bene, Sergio: mah, bene! Gli uomini, Yeshuà, sono bestie strane, imparerai! Arrivano finanche a uccidere, loro, spergiurando che non lo vogliono. È stato molto dolce con te, Sergio, quando era con noi; ricordi le favole che gli piaceva raccontarti, le cavalcate sui ponies, i giochi sulle onde con i Vaurien? Ma, sai, Florencia e Faustina sono figlie sue, proprio sue; e lui è sempre stato sensibile a queste cose; senza saperlo forse.»

Yeshuà, che ascolta in silenzio continuando a scrutare oltre il vetro, ha un sussulto, arretra leggermente e, senza voltarsi, prende a tracciare linee drenando il velo di umidità con l’indice della mano destra. «Tu pure, Yeshuà, sei figlio di Sergio; anche se non hai il sangue suo. E sei pure figlio mio, anche se non hai vissuto nel ventre mio.» L’ho detto. Prendo un’altra pausa, esausta. “Dio mio, fa che comprenda, fa che non ne soffra! Come reagirà? Magari, mi odierà!”

Yeshuà si volta verso di me. Attraverso i tratti da lui composti sul vetro - due pupazzetti femmina che si tengono per mano? - filtra un biancore di riflessi di neve e di luna, che rischiara il suo volto, avvampato a tratti dai baluginii della fiamma. Si avvicina lentamente al camino, siede nella poltroncina di fronte a me distendendo le braccia lungo i fianchi. Ha le labbra atteggiate a un sorriso lieve; continua a fissarmi, con lo sguardo sereno, brillante. “Si comporta come se non fosse sorpreso! Come se già lo sapesse! Come può averlo saputo?”

«Ci siamo incontrati a Damasco, tu ed io: io ero lì, insieme con Sergio, che lavorava al consolato; tu, che avevi pochi mesi, eri presso l’orfanotrofio delle suore salesiane. Mamma tua e papà tuo, Yeshuà, quelli naturali, sono armeni, della regione armena dell’Ararat, della regione che sta ai piedi del monte Ararat, un gigante, ai confini con la Turchia: lui - lo sai? - è il simbolo della terra armena, della terra dove tu sei nato, del popolo armeno, da sempre, fin dai tempi di Noé, che lì dicono si sia salvato dal diluvio.»

Yeshuà mantiene adesso lo sguardo fisso sulle mie labbra, attento, quasi a voler carpire le parole ancora prima di udirne il suono.

«Papà tuo aveva ricoperto un ruolo importante nell’amministrazione pubblica del Paese, prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica; poi, dopo lo sfascio, dopo i disordini e i sommovimenti infiniti che hanno martoriato quelle zone - la Georgia, l’Azerbaijan, l’Armenia - era finito per vivere quasi in clandestinità, insieme con mamma, e sei nato tu. Stavano pensando di lasciare Yerevan, e l’Armenia, quando papà tuo è rimasto ucciso in un tafferuglio. Mamma, sconvolta, ha preferito comunque lasciare il Paese e riparare, chissà come, in Syria; e si è trovata a vivere, lì, straniera, sola, con te, cuccioletto appena nato, esperienze presumo terribili. Povera donna. Ti ha lasciato all’orfanotrofio. È sparita.»

Yeshuà, di fronte a me, avvicina lentamente, mentre racconto, le sue gambe alle mie, porta i piedi ai due lati dei miei, e li stringe l’uno contro l’altro, facendo dolce pressione contro i miei.

«Lì, nell’orfanotrofio, sono venuta per incontrarti. Desideravo incontrare qualcuno da amare, che avesse bisogno di essere amato. Anche Sergio voleva questo. Figli non ne venivano, e stavamo andando avanti con l’età. Lì intorno, di figli, di figli di nessuno, c’era un brulicame sterminato, disperante. Noi non volevamo scegliere il figlio. E non sei stato scelto, sei arrivato, in una cesta di vimini, tra le braccia di Suor Rosina. Avevi gli occhi nerissimi, grandi, lucenti, come adesso, una peluria rada sulla testa, la carnagione ambrata, come adesso. Ti ho guardato. Appena mi hai visto, hai sgranato gli occhi e hai sfoderato un sorrisone che ti ha illuminato il volto. Ti ho preso fra le braccia, ti ho sollevato, e tu, sgambettando nell’aria, hai cercato con le manine le mie labbra. Al contatto coi tuoi polpastrelli teneri, ho provato - lo avverto ancora adesso - un fremito, che Suor Rosina deve aver colto: “Yeshuà”, ha detto, commossa anche lei, “è arrivata la tua mamma!” Yeshuà? ho pensato: il nome di Gesù, di nostro signore: eccolo, dunque, il bambinello mio!»

Yeshuà, sorridente, gli occhi lucidi, si fa scivolare dolcemente dalla sua poltroncina, portando le ginocchia a terra vicino ai miei piedi. Si sporge verso di me, e mi accarezza lievemente il ventre con le due mani. Si china verso il mio ventre, vi appoggia una guancia, lo bacia dolcemente, una volta due volte. Resta a fissarlo, per un attimo, pensieroso. Si ritrae un tantinello, si china e appoggia il petto sulle mie gambe, stringendole forte con le braccia.

«Grazie, mamma» avverto che sussurra, «grazie, mammina mia, dolce.»
Sta proprio diventando grande, Yeshuà. Anch’io, forse, sto diventando grande. Mi sento più leggera, adesso, leggera come i fiocchi di neve lì fuori.

Paolo Labombarda


 Redazione

 

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