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23/04/2010

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MADONNE CON BAMBINO

Clicca per Ingrandire Francesca era tornata a casa, quella sera, pensando a quella immagine. E, da allora - è passata ormai più di una settimana, - quella immagine le riaffiora nella mente, ripetutamente, giorno dopo giorno: dalla mattina, quando la coscienza si ridesta nella prima delle lotte della giornata, contro la suoneria impietosa del cellulare; alla sera, quando la coscienza si riassopisce nella quiete della cameretta.

Li aveva notati, mentre lo sguardo vagava distratto per il vagone del trenino, nel vano assolato di un finestrino: la donna, carnagione chiara, capelli biondi lunghi lisci, occhi chiari, bocca rosea, mani affusolate, tailleur celeste, sulla trentina; il bimbo, carnagione scurissima, visino tondo, capelli nerissimi ricci, occhi nerissimi, bocca di mogano, manine paffute, camicetta e pantaloncini kaki, sui tre anni.

La donna sedeva presso il finestrino, cingendo con le braccia il bimbo, che le stava in grembo; erano immersi nel sole, che giocava con i capelli biondi di lei e il volto scurissimo di lui; la donna parlava, dolcemente, al bimbo, avvicinandogli le labbra all’orecchio, sussurrando; il bimbo la ascoltava, guardandola, disegnandole il volto con le dita paffutelle, indugiando intorno alla bocca, e sorrideva, e rideva, scoprendo dentini bianchissimi. “Che quadretto dolce!” ricorda, Francesca, di aver pensato: “il bimbo di colore con la tata bianca! Coppie così, non se ne vedono tante!”

Era rimasta intenta a guardarli, incantata, rapita: vedeva solo loro scorrere, nel sole, su sfondi di declivi verdi; percepiva solo i loro sussurri; il resto del vagone - una ressa accaldata, vociante, a tratti urlante, di turisti, di extra-comunitari, di ragazzini caciaroni - non lo avvertiva più. E, nel guardarli, le erano riaffiorate alla mente immagini, remote, di madonne bionde con bambini biondi – “Botticelli? Certo!” - e di bambini neri di madonne nere – “Loreto? Oropa?” - e aveva preso a immaginare figure, vaghe, di madonne bianche con bambini neri, intente, con il sorriso, a sgretolare, ad abbattere muri, e muri, e muri: i tanti e tanti muri che continuano a porre ostacoli alla comprensione reciproca tra gli uomini.

Finché, nei pressi della stazione di La Storta, il bimbo era saltato giù dal grembo della donna, la donna si era alzata, e, tenendo il bimbo per mano, la manina scura nella mano chiara, si era diretta verso l’uscita. E, mentre le passavano accanto, era capitato, a Francesca, di sentire la donna raccomandare: “Ricordi, Suaìli, il gradinetto, quando si scende? Da bravo, eh!” e il bimbo rispondere, ostentando grande sicurezza: “Sì, mammina, faccio, ohòp! un bel saltino”.

Suaìli e la donna bionda, la sua “mammina”, a La Storta erano scesi; e Francesca aveva visto, sul marciapiede, Suaìli correre verso un uomo, alto, prestante, con la pelle scurissima come la sua, e saltargli in braccio, buttandogli le braccia al collo; e la donna bionda avvicinarsi all’uomo, sorridendo, e sfiorargli, issandosi in punta di piedi, le labbra con le labbra.
“Suaìli! Ha un suono dolce, questa parola!” aveva pensato Francesca. “Il papà del bimbo, forse, parla swahili. Forse viene dal Kenya; o dalla Tanzania; o da chissaddove.”

Capita, adesso, a Francesca, ogni giorno, di attendere con ansia il tragitto del trenino verso La Storta: spera di rincontrare Suaìli e la sua mammina bionda. Non li ha rivisti, finora. Ma la loro immagine, nel sole, è sempre con lei. E le porta quiete. E serenità.

Paolo Labombarda



 Redazione

 

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