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21/04/2010

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PILLOLE DI STORIA, NOTE E MENO NOTE

Clicca per Ingrandire Se oggi è nel mare del corno d’Africa, e lungo le coste dell’Asia, che avvengono gli ultimi casi di pirateria, in un periodo remoto, dal 1450 al 1530, era il Gargano - con tutta la costa pugliese - il bersaglio preferito dai pirati. Questi attacchi furono la reazione di Maometto II che intendeva rivendicare l’egemonia sul Mediterraneo per vendicarsi di Ferdinando I il quale, partecipando alla Lega degli Stati Europei, aveva contrastato la sua espansione.

I paesi rivieraschi, nonostante questo pericolo, rimasero molto a lungo indifesi e poco protetti da cinta murarie: la conformazione della costa - lunghe spiagge e facili accessi - rese il “lavoro” dei turchi più facile. Una delle prime fonti scritte, addirittura precedente al periodo sopracitato, è del 1247, anno in cui il conte napoletano Pietro di Veglia, che milita al servizio del Re di Napoli Carlo D’Angiò, prende l’incarico di attaccare i pirati che insidiano la costa adriatica. Non si tratta di pirati turchi, ma di Slavi, precisamente di Almissa, odierna Omis, in Croazia.

Questa parte di pirateria si limita a razziare i paesi della costa, appropriandosi dei prodotti, che partivano da Peschici e da Lesina, colonie Slave fondate nel 900 d.C. Il conte ha sotto di sé la flotta angioina e le navi di Monopoli, Bari, Trani, Vieste, Peschici e Ortona. Il conflitto dura da settembre alla primavera successiva, con perdita di navi da entrambe le parti.

Poco meno di due secoli dopo, documenti e diari di bordo ci parlano di altri conflitti. Nel 1442 è il turno di Antonio Diedo, conte veneziano, con l’incarico di Capitano del Golfo (di Venezia) e il compito di cacciare i pirati Catalani che saccheggiano su entrambe le sponde del bacino sotto la protezione del Re di Napoli Alfonso D’Aragona. Possiede quattro galee e in poco tempo si impadronisce di Antivari in Montenegro, e assale e conquista il fortilizio di Peschici, a quel tempo “noto nido di pirati”.

Ma non appena lascia il covo a 90 metri sul mare del paese garganico, colonia slava, naufraga perdendo due galee e trecento uomini, tutti annegati. Viene catturato e condotto dal sovrano a Napoli. L’ambasciatore della Serenissima, Zaccaria Bembo, interviene e gli salva la vita, riportando a casa le galee scampate al naufragio.

Avatrais di Valona, altro pirata iberico, nel 1519 si porta nel Gargano. Possiede tre fuste e punta sulle Isole Tremiti dove si impadronisce, da subito, di un grippo veneziano carico di zolfo diretto da Lanciano a Corfù. Nelle acque di Peschici, l’anno successivo, abborda e cattura un secondo grippo, carico di frumento e orzo che stava per attraccare, e una marcigliana, anch’essa veneziana, che da Ancona trasportava frumento, zucchero e pepe verso Barletta. Dopo queste conquiste, il pirata s’imbatte in una galea della Serenissima e una nave di Corfù. La sua fusta perde l’albero e lui stesso trova la morte per un colpo di bombarda. Lo scontro dura molte ore e vengono fatti 45 prigionieri.

Per i turchi invece è il Gran Visir Bassa Acomatte il condottiero che viene incaricato di abbattere su tutta la Puglia la potenza ottomana. Nel 1480, dopo aver attaccato e distrutto Otranto, parte alla volta del Promontorio. Il 29 agosto è a Vieste che, nonostante la fulmineità dell’attacco, resiste più giorni all’assedio, prima di cadere ed essere completamente distrutta.

Dopo questo feroce attacco, re Ferdinando I, prima, e vicerè Pedro di Toledo, poi, cercano di fortificare le città costiere sotto la minaccia di Solimano II, che aveva predisposto un massiccio “esercito” di 20mila uomini e 200 navi. Assai nota è la tragedia consumatasi a Vieste nel 1554 ad opera del turco Dragut (foto del titolo; ndr), conosciuto come il più feroce pirata di tutti i tempi, braccio destro del Barbarossa, alla cui morte succede quale comandante di tutti i vascelli della flotta turca.

Sono 70 le navi battenti bandiera turca a presentarsi nel mare di Vieste. Gli abitanti hanno appena il tempo di chiudersi nelle poderose mura. Lo scontro dura sette giorni. Forse la cittadina non sarebbe mai caduta se il canonico Nerbis, fratello del camerlengo, non ne avesse patteggiato la resa. Le porte vengono aperte. Per Vieste è la fine. I pirati distruggono tutto: case, chiese e la cinta muraria fino alle fondamenta. Trucidano vecchi e bambini, gli uomini validi sono deportati. Le decapitazioni vengono eseguite nel centro storico, su quella che oggi è denominata “Chianca amara”, a ricordo dell’eccidio. Nerbis viene impalato.

Nessuno accorre in aiuto di Vieste, salvo un ricco feudatario napoletano, Nicolantonio Dentice, che racimola qualche uomo alla ricerca di una gloria che non troverà, perché a Vieste perde la vita. Dopo l’avvenimento, che commuove tutto il Regno di Napoli, Vieste viene colmata di privilegi e viene dotata di una folta guarnigione sotto il comando di Tiberio Brancaccio. Dallo scorso anno, nella cittadina, si svolge una rappresentazione storica di due giorni, il 29 e il 30 maggio, con sbandieratori, degustazioni e spettacoli pirotecnici che ricordano l’attacco del Rais (www.draguth.it).

Domenico Ottaviano jr.

 Redazione

 

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