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11/11/2009

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COMUNITA MONTANA DEL GARGANO: “PULITI” PINTO E MARATEA

Clicca per Ingrandire Nicola Pinto (62 anni, di Rodi, esponente dello Sdi, presidente della Comunità Montana del Gargano) e Peppino Maratea (71 anni, di Vico, indipendente, assessore alla Cultura dell’ente) sono stati assolti dai giudici del Tribunale di Foggia con formula piena, "perchè il fatto non sussiste". Riqualificato, così, dai giudici l’iniziale reato di concussione contestato dal pm Enrico Infante, che chiedeva la condanna a 4 anni ciascuno dei due imputati.

Grande soddisfazione da parte degli avvocati difensori (Raul Pellegrini e Vincenzo Palumbo per il vichese Maratea, Michele Curtotti e Bernardo Lodispoto per il rodiano Nicola Pinto). I due amministratori della Comunità Montana furono accusati da un professionista abruzzese (l'ingegner Gino Verrocchi), il quale dichiarò che quando avrebbe incontrato il presidente della Comunità Montana del Gargano e l'assessore alla Cultura, sarebbe stato minacciato e costretto a pagare prima una tangente di 16mila euro, successivamente salita a 20mila. Gli accusati si sono sempre difesi dicendo che il professionista sarebbe stato strumentalizzato.

Oggi, Maratea e Pinto, hanno avuto ragione con una sentenza assolutoria di primo grado senza ombre e senza margini di errore, che pone fine a una triste vicenda giudiziaria e umana. Il loro pianto ha accompagnato alle 15.30 di ieri, mercoledì 11 novembre, la lettura del verdetto. Per loro è la fine di un incubo iniziato una mattina di gennaio 2008, quando alle porte di casa dei due noti politici garganici bussarono i poliziotti per arrestarli e porli ai domiciliari, con l’accusa di concussione per aver intascato 20mila euro di mazzette, tra il 2006 e il 2007, e non bloccare il progetto di cablaggio di parte del Gargano relativo alla connessione wireless.

Il verdetto è stato pronunciato dai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Foggia (presidente Antonio De Luce , a latere Elisabetta Tizzani e Carmen Corvino), che “bocciano” la ricostruzione della Procura: non solo non ci si troverebbe davanti a una concussione (l’estorsione compiuta dal pubblico ufficiale) ma a una corruzione, di cui non ci sono prove che sia avvenuto un passaggio di soldi tra il grande accusatore dell’inchiesta, l’imprenditore abruzzese, e gli imputati.

Fu la denuncia di Verrocchi, ai carabinieri prima e ai pm foggiani dopo, a portare all’arresto dei due noti amministratori del Gargano, rimasti ai domiciliari sei mesi; quindi al processo iniziato nell’aprile del 2008. “Verrocchi mente o dice la verità? Il processo è tutto qui, e Verrocchi NON MENTE”, aveva esordito in requisitoria il pm il 19 ottobre scorso, chiudendo l’intervento con la richiesta di condanna. “Verrocchi mente o dice la verità? Il processo è tutto qui, e Verrocchi MENTE”, avevano concordato solo nella premessa i difensori di Pinto e Maratea.

“Verrocchi fa parte di una società - diceva l’accusa - che sviluppa progetti relativi a bandi della Comunità europea da presentare da parte di enti pubblici per accedere ai relativi finanziamenti”. In questa inchiesta la Comunità Montana del Gargano fece proprio il progetto di cablaggio predisposto dalla società di Verrocchi e finanziato dall’Ue con l’imprenditore abruzzese, che aveva interesse all’approvazione del piano per poter poi essere nominato direttore esecutivo.

“Pinto e Maratea nel giugno 2006 - diceva l’accusa, sconfessata dalla sentenza - avevano preteso da Verrocchi 20mila euro di mazzette”, altrimenti l’ente montano non avrebbe dato seguito al progetto. Verrocchi aveva subito e versato nelle mani di Pinto la tangente in tre tranche: 5 luglio 2006 a Rodi, 27 febbraio 2007 in autostrada vicino a un casello abruzzese; 23 maggio 2007 al casello autostradale di Poggio Imperiale. E che Verrocchi dicesse la verità - la tesi del pm - lo dimostravano i tabulati telefonici di imputati e vittime, che attestavano la presenza di Pinto e Maratea nei luoghi e negli orari indicati dall’imprenditore.

“Verrocchi mente ed è un calunniatore”, il leit motiv delle arringhe difensive, e per rendersene conto “basta mettere in ordine le versioni sempre differenti fornite nel corso delle indagini e nel processo in aula”, sulle date e sui contenuti dei presunti incontri avuti con i due amministratori garganici, smentiti dai rispettivi tabulati telefonici, dai telepass autostradali, dai testimoni (Maratea a colloquio con un giornalista il 14 giugno 2006 a Foggia, quando invece Verrocchi sosteneva di averlo incontrato insieme a Pinto).

Soltanto al processo in aula, e soltanto in occasione del controinterrogatorio della difesa, Verrocchi - altro argomento difensivo - aveva tirato fuori un’agenda sulla quale sosteneva di aver annotato le date degli incontri, in cui gli era stata imposta la tangente. Ma quell’agenda era falsa, ennesima prova - dicevano i legali di Pinto e Maratea - dell’inattendibiità del molto presunto grande accusatore.

“Vogliamo ringraziare il collegio giudicante - dichiara l’avv. Raul Pellegrini che insieme al collega Vincenzo Palumbo ha difeso Maratea - estremamente attento e coraggioso, per aver saputo leggere anche quello che c’è dietro le carte processuali. I giudici hanno capito che le parole di Verrocchi erano mosse da intenti che noi sosteniamo essere calunniosi”.

Sulla stessa lunghezza d’onda l’avv. Michele Curtotti, codifensore insieme al collega Bernardo Lodispoto di Pinto. “I giudici hanno permesso di avere accesso a una serie di documenti e dati presso la comunità Montana del Gargano di cui ci erano state impedite, da parte di alcuni funzionari dell’ente, visione e acquisizione, e attraverso i quali abbiamo dimostrato i benefici che Verrocchi ha goduto, a nostro avviso senza averne titolo. In quei documenti c’erano anche le certificazioni telepass che dimostravano gli spostamenti di Verrocchi e dei due imputati, permettendoci di sostenere e dimostrare che alcuni incontri di cui aveva parlato la presunta vittima non potevano esserci stati”.

Ma sullo sfondo del processo ci sono anche “i veleni” nella Comunità Montana?

Nelle dichiarazioni dei legali appare, sia pure sfumato, uno degli argomenti portati avanti dalla difesa sin dal momento dell’arresto di Pinto e Maratea: le accuse infondate di Verrocchi farebbero parte di un complotto ordito all’interno dell’Ente da alcuni funzionari che ce l’avevano con i due imputati i quali, dopo il loro insediamento ai vertici politici della Comunità, avevano manifestato l’intenzione di azzerare alcuni incarichi. Tesi giudicata infondata dal pm Enrico Infante che ne aveva accennato durante la requisitoria il 9 ottobre scorso: il segretario generale dell’ente, Galli, non nutriva alcun motivo di rancore nei confronti di Maratea - aveva detto il pm - per cui la tesi che Verrocchi fosse la “longa manus” del complotto ordito da Galli non poteva reggere.


 OndaRadio + Redazione

 

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