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06/11/2009

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NATO: COLPITO E AFFONDATO

Clicca per Ingrandire Il 4 novembre 1994, a venti miglia della costa montenegrina, il motopeschereccio di Molfetta “Francesco Padre” affondò in circostanze sospette trascinando con sé cinque uomini dell’equipaggio e il loro cane. A distanza di quindici anni da quei tragici eventi, il giornalista investigativo Gianni Lannes, freelance, ha provato a ricostruire il contesto storico degli eventi facendo ricorso agli atti secretati e intervistando gli attori che ruotarono attorno alla vicenda: dai colleghi marinai delle vittime, ai giudici che investigarono sul caso, passando per le perizie tecniche degli esperti nominati dalla Procura di Trani sul relitto del motopeschereccio che tuttoggi giace a 243 metri di profondità nel mare Adriatico.

Nonostante la perizia ordinata dal magistrato sin dall’inizio abbia rivelato, a un’attenta lettura, palesi incongruenze nella ricostruzione degli eventi, il procedimento giudiziario si è concluso il 17 dicembre 1997 con un atto di archiviazione cui è seguito un infruttuoso ricorso in Cassazione il 1998. La vicenda rientra fra quelle su cui in Italia vale il segreto di Stato, i cui criteri sono stati riconfermati sulla Gazzetta Ufficiale del 6 luglio 2009.

A offendere la memoria dei cinque marinai, delle loro famiglie e di tutta la marineria molfettese, l’insinuazione che sul “Francesco Padre” vi fosse un illecito trasporto di materiale esplosivo che, di fatto, avrebbe provocato l’esplosione del peschereccio. A offendere maggiormente la memoria, la mancanza di risposte certe, il rifiuto dell’autorità competente al recupero del relitto, l’onta alla memoria.

Ma, a onor di cronaca, quello specchio di mare era teatro di un’esercitazione militare della Nato denominata “Sharp Guard” e non era neanche la prima volta che ignari marinai si ritrovassero coinvolti in episodi militari e il loro silenzio venisse comprato risarcendo i danni subiti alle imbarcazioni. Forse per il “Francesco Padre” qualcosa è andato storto. L’occultamento e poi la distruzione dei resti non umani rinvenuti, gli scarsi tentativi di salvare quegli uomini, la ferrea decisione di non recuperare il relitto e, infine, il segreto di Stato che aleggia sulla vicenda, inducono a pensare che per l’affondamento del Francesco Padre si possa parlare di una “Ustica del mare”.

Proprio per questo Gianni Lannes si chiede “il caso allora è veramente chiuso? No, è più spalancato che mai. Conoscere la verità è un diritto che riguarda tutti, ma va esercitato concretamente. Far conoscere i fatti per approdare alla verità è il mestiere del giornalista”. Ed è proprio quello che questo libro vuole fare, sperando nella riapertura dell’inchiesta.

Antonella Lucanie


PREFAZIONE

C’è un filo rosso e oscuro che attraversa la storia di questo Paese, un filo al quale restano appesi come fantasmi i misteri che avvelenano la memoria e impediscono di definirci una democrazia matura, ragionevole, compiuta. Dalla morte di Salvatore Giuliano alla ‘rendition’ di Abu Omar, passando attraverso la stagione dei golpe, delle stragi, del sequestro Moro, di Ustica, della P2, del braccio di ferro (o della trattativa segreta) con Cosa Nostra, dal dopoguerra a oggi non c’è decennio che non si sia consumato tra veleni e sospetti, e non c’è affare sporco che non abbia prodotto conseguenze nefaste nella vita politica e sociale.

Questo è il Paese della giustizia negata, delle verità inafferrabili, dei segreti di Stato. Il Paese nel quale la partita globale della Guerra Fredda è costata un tributo pesante di vittime innocenti. Un Paese dalla sovranità molto limitata. La tragedia insabbiata del Francesco Padre è un paradigma, uno dei tanti, nei quali ci si imbatte sfogliando la cronaca, anzi la storia ormai, dell’Italia più recente. Una storia di semplici marinai e di malintesa ragion di Stato (di tanti Stati, talvolta). Di segreti apposti dall’alto o semplicemente applicati in base alla consegna militare del silenzio che ha quasi sempre impedito di penetrare il ‘coverup’ applicato a molti pasticci che avrebbero potuto mettere in discussione la sudditanza delle nostre forze armate (e dei nostri governi) rispetto a strutture sovranazionali come l’Alleanza Atlantica.

Non è un caso che gli snodi impossibili dell’indagine sulla fine del “Francesco Padre” ricordino in modo impressionante la tecnica del muro di gomma che da trent’anni impedisce di svelare il retroscena della strage di Ustica. E di accertare le responsabilità dirette o indirette di alcuni nostri alleati o partner commerciali nello scenario di guerra di quella notte. Anche la notte del 4 novembre 1994, non era una notte qualsiasi. Come il DC-9 Itavia con 81 italiani a bordo nel cielo di Ustica, anche il peschereccio di Molfetta col suo equipaggio non navigava in un mare deserto.

A dare l’allarme per l’esplosione che lo fece colare a picco davanti al Montenegro fu un velivolo nordamericano. A raggiungere per prima la zona dell’affondamento fu una fregata spagnola. A poche decine di miglia in linea d’aria da quel punto, la Jugoslavia in rapido disfacimento era sottoposta a embargo da parte della Nato e tutte le vie di comunicazione, per terra, cielo e mare, erano sotto lo stretto controllo militare dell’Alleanza. Eppure, nessuna unità italiana o straniera, nonostante le orecchie elettroniche fossero pienamente attivate e perfettamente funzionanti, fu in grado di spiegare cosa potesse essere successo.

Di più. Contro ogni logica e contro ogni evidenza, l’inchiesta si concluse affibbiando a quei cinque pescatori l’onere della loro stessa morte perché, ipotizzarono i magistrati, trasportavano esplosivo. Da dove, come, per chi, nessuno lo spiegò alle famiglie. E i pochi resti dell’imbarcazione recuperati in mare furono distrutti. Esattamente come l’Aeronautica militare italiana chiese (ma non ottenne) di affondare i rottami del Mig 23 libico precipitato sulla Sila e quasi certamente coinvolto nella strage di Ustica, che il Governo aveva dichiarato in Parlamento di aver già restituito a Gheddafi.

Costanti bugie. Come le carte manipolate o mai consegnate, sempre in nome di quella oscura ragione militare sovranazionale che pur se non dichiarata si sovrappone alla ragion di Stato e insabbia tutto. Cosa sono le vite di cinque pescatori di Molfetta di fronte al bene supremo dell’Alleanza Atlantica da preservare ad ogni costo? Scheletri in fondo al mare. E che lì rimangano per sempre.

Andrea Purgatori


SEGNALAZIONE

Il libro di Gianni Lannes "NATO. COLPITO E AFFONDATO" (Edizioni "La Meridiana", Collana "Passaggi", pp. 224, euro 15,00) verrà ufficialmente presentato a Molfetta il 14 novembre, alle 18.30, nell’Aula Magna del Seminario Regionale Pio XI (Viale Pio XI). E' possibile sfogliare alcune pagine del libro ed effettuare l'acquisto on line (scontato del 20 percento) direttamente sul sito della Casa editrice "La Meridiana": http://www.lameridiana.it/Default.aspx?TabId=61&isbn=9788861531086

(www.lameridiana.it; ufficiostampa@lameridiana.it ; tel. 080/3971945 - 3346971; fax 080/3340399)



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