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22/06/2009

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VIVERE AI CONFINI: LA PARABOLA DI UNA MIGRANTE

Clicca per Ingrandire “La signora Wanda”. Lei desidera essere chiamata così. Semplicemente. Come semplice è lei stessa: sguardo azzurro, sereno, volto dolcemente segnato dall’età, capigliatura innevata come la sua terra d’inverno, il Carso. Abita in una casetta tranquilla di un popolare sobborgo di Londra, sola. Ma la solitudine “è una tempesta silenziosa che spezza tutti i nostri rami morti”, sembra ricordare K. Gibran.

Quattro passi più avanti, una placca ricorda l’infanzia di Charlie Chaplin. “Una somiglianza tra voi due?” le chiedo subito. “La discrezione, forse - mi risponde, - e lo stesso amore per questo quartiere. Sa, quando veniva a trovare i suoi amici di infanzia lasciava lontano la sua Rolls Royce e arrivava a piedi…”. Poco traffico, casette basse tutte uguali, giardinetti verdi, deliziosi: ogni cosa respira la semplicità. Segreto dei grandi destini… “Non potremo comprenderci finché non ridurremo la lingua a sette parole” suggeriva il poeta libanese.

E’ appena tornata da una settimana sul Carso con tutti i figli e i nipoti. Alla sua bella età, voleva insieme incontrare ancora una volta, l’ultima, le sue origini in un casolare tipico restaurato, affittato per l’occasione. “Nascita e morte sono le due più nobili manifestazioni di coraggio” si afferma giustamente. Ed è stata una sorpresa, anzi, una discesa trionfale: perfino la TV slovena é venuta a intervistarla. La sua storia, infatti, la si ritrova su qualche libro o anche al cinema: storia normale di emigrazione, ma con dei passaggi di qualità...

Da piccola, la sua famiglia deve emigrare da S. Daniele del Carso sul confine triestino (in seguito passerà in territorio sloveno) alla provincia di Parma, a Fontanellato. Un altro mondo. Papà, infatti, è maestro e appartiene come tanti altri, secondo le disposizioni del duce, a quella gente di confine da integrare. Lei fa i suoi studi a Parma, su e giù con il tramway. Ed ora, mi ricorda, le sue grandi scoperte di allora: la pasta al forno, i cantanti d’opera, le piazze animate, l’aria di nobiltà e... la bicicletta, amica inseparabile per una ragazza di allora.

Arriva la guerra e anche un gruppo di prigionieri inglesi. A un ufficiale inglese all’ospedale ha modo di insegnare un po’ di italiano. Alla fine, le viene spontaneo un “mi mandi un impermeabile!” come ricompensa, sapendo che in Inghilterra piove sempre. Terminata la guerra, invece, ecco riapparire in paese il giovane inglese... per chiedere ai genitori la mano della ragazza. Si rivelerà in seguito uno scrittore straordinario, Eric Newby (foto del titolo; ndr). Una ventina di opere e anche qualche film. Ormai è quello che le resta... e mi ripete così, consolante, qualche parola di Gibran: “Quando vi separate dall'amico, non rattristatevi, la sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna appare più chiara dalla pianura”.

In tempi in cui era un privilegio viaggiare, Eric viene inviato dall’Observer e dalla BBC in India, in Egitto, nell’Estremo Oriente, sulle montagne dell’Afganistan, in Australia… e lei sempre insieme. Desideravano anche vedere i luoghi più difficili, impensati o impossibili come la Libia di allora, Tobruk e i campi di combattimento inglesi. Una stupenda lettera di richiesta a Gheddafi in persona porta di ritorno una sorpresa: l’invito alla coppia come ospiti del colonnello! Era stata lei a suggerire l’idea al marito, mi dice ora con mezzo sorriso...

Racconta, poi, insieme a una punta di meraviglia ancora, un magnifico invito a cena dalla Regina. Prestigioso ricordo di un giorno. Dalla tavola della povera gente del Carso a quella della Regina dell’Impero inglese: straordinaria parabola di un’emigrante. E del desiderio, come per ogni migrante, di aprirsi al mondo, perchè“il desiderio è metà della vita” - sottolinea qualcuno, - l'indifferenza è già metà della morte”.

Ora, la casetta inglese le è rimasta l’unica compagnia. Con i tanti libri, i tappeti orientali, le statuette dal Tibet e i ricordi sospesi nell’aria... Ma“il ricordo è un modo di incontrarsi” mi suggerisce delicatamente. E poi persone amiche vengono a trovarla, quando passano a Londra dall’America o dall’Australia. “L'amicizia è sempre una dolce responsabilità, ma non è mai un'opportunità” commenta, riecheggiando un grande scrittore.

“Vivere ai confini”, in fondo, è scomoda e strategica posizione di ogni vita migrante. Ed è vero soprattutto per la sua, già dagli inizi. Posizione dura e sofferta. Ma “quanto più a fondo vi scava il dolore, tanta più gioia potete contenere” rassicura il poeta. Preziosa esperienza, tuttavia, per entrare in sinergia con l’altro, comprendere la complessità del mondo e costruire qualcosa di nuovo e di originale. Come è stata la sua esistenza di compagna forte e fedele per un inglese curioso del mondo.

Vivere ai confini è lezione di umiltà, di coraggio, di universalità. Insegna a sentirvi fino in fondo voi stessi, il meglio di voi. Così come “un vero saggio non vi invita ad entrare nella casa della sua sapienza, ma vi guida sulla soglia della vostra mente”. Per viverne l’apertura di spirito, perdutamente.

Renato Zilio



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