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15/04/2009

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SALPA PER LECCE IL “CONCITTADINO DON MIMI” (+ AGGIORNAMENTI 1... 2... 3... 4... 5... 6... 7... 8...)

Clicca per Ingrandire Tanto tuonò che piovve. La voce si era fatta ormai insistente nelle ultime settimane: “Don Mimì se ne va. Lo trasferiscono a Lecce!” Ma era una “vox populi” che girava indisturbata già da un anno fa e senza mai nessuna conferma né tantomeno smentite. In redazione erano arrivate certezze e dubbi, e sistematicamente non ce la siamo sentita di propalare una notizia priva di fondamento. Erano giunte anche allusioni e mezze frasi sul motivo del trasferimento, le solite che ci si compiace di far circolare solo per il gusto di dire qualcosa.

Le stesse allusioni e mezze frasi che ne accompagnarono il trasferimento dalla diocesi di Foggia-Bovino a quella di Manfredonia-Vieste nel marzo del 2003 e ancora prima dalla piccola diocesi di Termoli-Larino alla vicina dauna. Personalmente non abbiamo mai dato peso né tantomeno corso a quelle che consideriamo “maldicenti supposizioni”: l’uomo si misura per quanto “fa” e non per quanto si vorrebbe egoisticamente che facesse. Non dimenticando che le eredità, è ben noto, sono sempre pesanti e succedere a qualcuno - in qualunque gerarchia accada - porta sistematicamente con sé strascichi e perplessità.

Adesso il trasferimento a Lecce, al posto del “pensionato” mons. Cosmo Francesco Ruppi, prelato solido e determinato, mantenendo comunque, a quanto sembra, la reggenza dell’Opera di San Pio da Pietrelcina alla quale era stato chiamato da Giovanni Paolo Secondo. Una diocesi, la salentina, complessa e variegata, radicata in un territorio certo non facile. Ecco perché auguriamo al “concittadino don Mimì” le migliori fortune.

Da stasera, ultimo atto di un apostolato garganico lungo sei anni che si estrinsecherà con la cerimonia delle cresime nel santuario viestano di Santa Maria di Merino, a sessanta giorni si compirà la missione manfredoniana che lo ha visto in prima persona muoversi fra la sua gente (ricordiamo che il Vescovo è nato a Peschici) a predicare il verbo, non sempre ricevendo piene gratificazioni, all’insegna di quel destino che segna gli “umili”. All’interno di questo periodo, l’attesissima visita di Papa Benedetto 16° al santuario di Santa Maria delle Grazie di San Giovanni Rotondo il prossimo 21 giugno e la comunicazione del nome (tanti e nessuno) del successore. Poi, l’inizio di una nuova missione.

E che il suo Signore lo accompagni!

Piero Giannini

16.04.2009
(OndaRadio) = E’ stato lo stesso vescovo della diocesi Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo a leggere, con commozione, questa mattina a Manfredonia, la bolla papale relativa al suo trasferimento nel Salento in sostituzione di mons. Cosmo Francesco Ruppi. Altrettanto è stato fatto in piazza Duomo, a Lecce, dove la bolla è stata letta ai 136 sacerdoti della diocesi salentina. Mons. D'Ambrosio resterà alla guida della diocesi foggiana fino alla nomina del suo successore e alla visita del Papa a San Giovanni Rotondo prevista a giugno.

2 - Venerdì 17 (Gianni Sollitto-VideoNewsVieste) = "Col cuore lacerato lascio la mia diocesi" - “In questi mesi, in queste settimane, in questi giorni, più e più volte nel tempo della preghiera e nel tempo delle quotidiane occupazioni, mi tornavano alla mente e risuonavano in un cuore lacerato, queste parole del Signore ad Abram. In questo tempo mi è sembrato di essere in lotta come Giacobbe. Una notte lunga, oscura, confusa, con incubi vari. Una lotta contro le paure, le incertezze, con il desiderio fortemente inseguito di poter scoprire e con chiarezza il segno di Dio per arrivare alla pace dei sensi. Ma queste attese e questi profondi desideri non ancora sono arrivati al traguardo (ma ora lo sono), nonostante la risposta alla richiesta di una ‘obbedienza oblativa’. Ormai il si è piano e definitivo.

“I miei progetti erano altri. Da sei anni, per gli strani e incomprensibili giochi dei disegni di Dio su di me, mi hanno fatto tornare a casa, alla terra delle mie radici: ho ripreso a respirare l’aria della mia terra, i suoi profumi, le sue tradizioni, la sua sacralità, il suo mare. Mi mancheranno tanto le passeggiate di prima mattina lungo il mare con la corona del rosario in mano e i volti dei tanti, pescatori e non, a cui auguravo e ricevevo il buon giorno. Ho ritrovato affetti, amicizie, legami a me familiari e mai cancellati. Per molti aspetti questo ritorno mi è costato, ma era la mia casa di sempre e dunque con entusiasmo, serenità, decisione, consapevolezza dei miei limiti e difetti, ho messo mano all’aratro senza voltarmi indietro. Questa serenità mi ha sostenuto anche nell’impatto iniziale che mi ha visto sfilare sulla massa mediatica con simpatici epiteti e tentativi vari di vietarmi di entrare nel luogo santo dalla porta occupata dai distesi per terra ma dalla finestra.

“Il cuore, carissimi tutti, è lacerato più che mai. Il guaio è che il Signore anche con me ha tenuto fede alla promessa fatta per la prima volta a Israele: mi ha tolto il cuore di pietra e mi ha dato un cuore di carne. Ora vivo una sofferenza che talvolta è atroce. Mi avevano rimandato a casa, alla mia vera casa. Quale distacco. Vattene dalla tua casa”.

Questi alcuni passi del breve discorso che mons. Domenico Umberto D’Ambrosio ha tenuto giovedì 16, a mezzogiorno in punto, nella cattedrale di Manfredonia dove ha annunciato ufficialmente la sua nomina a arcivescovo metropolita di Lecce, in sostituzione di mons. Cosmo Francesco Ruppi, dimessosi per limiti d’età. Attorniato dai sacerdoti provenienti da tutti i paesi dell’arcidiocesi del Gargano, e alla presenza delle autorità civili (tra cui il prefetto di Foggia, Antonio Nunziante, il suo vice, Michele Di Bari, il capo della polizia, Michele Lauriola, i sindaci di Vieste e San Giovanni Rotondo, il vice sindaco di Manfredonia), mons. D’Ambrosio dall’altare maggiore della cattedrale ha letto le comunicazioni fattegli pervenire dalla Nunziatura Apostolica in Italia, con le quali lo si nomina arcivescovo di Lecce e, contestualmente, Amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo. Incarico, quest’ultimo, che manterrà fino all’insediamento del suo successore e comunque fino alla visita del papa, Benedetto XVI, a San Giovanni Rotondo, prevista per il prossimo 21 giugno.

Poi, visibilmente emozionato, mettendo da parte i formalismi, ha letto il discorso di commiato, ricevendo alla fine un lungo, fragoroso applauso dai tanti presenti alla semplice cerimonia. Quindi, il saluto, a nome di tutti i sacerdoti e fedeli, da parte del Vicario generale dell’arcidiocesi, don Andrea Starace, anche lui commosso fino alle lacrime. Un breve saluto anche dal prefetto di Foggia, Antonio Nunziante, e l’abbraccio finale dopo la benedizione. “Ma si può essere tranquilli con il cuore lacerato?” gli abbiamo chiesto quando si è fatto avvicinare dai giornalisti. “Io sono come quel Cristo Crocifisso, che ha obbedito fino a dare se stesso”, è stata la risposta.

3 - IL DISCORSO DI COMMIATO = “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre…”(Gen 12,1) - Messaggio alla Chiesa di Manfredonia – “In questi mesi, in queste settimane, in questi giorni, più e più volte nel tempo della preghiera e nel tempo delle quotidiane occupazioni, mi tornavano alla mente e risuonavano in un cuore lacerato, queste parole del Signore ad Abram. In questo tempo mi è sembrato di essere in lotta come Giacobbe. Una notte lunga, oscura, confusa, con incubi vari. Una lotta contro le paure, le incertezze, con il desiderio fortemente inseguito di poter scoprire e con chiarezza il segno di Dio per arrivare alla pace dei sensi.

“Ma queste attese e questi profondi desideri non ancora sono arrivati al traguardo, nonostante la risposta alla richiesta di una ‘obbedienza oblativa’. Ormai il si è pieno e definitivo. Questo sì mi accompagna da sempre: la chiamata alla fede, la risposta entusiasta e mai rabberciata al dono che il Signore Gesù mi ha fatto scegliendomi ed aggregandomi al numero dei suoi amici prediletti con il dono del sacerdozio, la chiamata al ministero episcopale che mi ha reso nomade a Termoli, a Foggia, a Manfredonia, ora a Lecce, pronto, talvolta con fatica ad accogliere sempre l’invito ad andare con il bastione in mano e la bisaccia sulle spalle. Al Santo Padre ho dato la mia obbedienza: ‘accepto in crucem’. Ogni virtù è frutto di un impegno, di una fatica, di una rinunzia: non può essere scontata! Bisogna che si scelga di andare al di là di se stessi, al di là di facili e non turbanti acquiescenze. Bisogna fare la scelta di un’altra e alta parola e viverla come la sola che può darti ‘pace’.

“I miei progetti erano altri. Da sei anni, per gli strani e incomprensibili giochi dei disegni di Dio su di me, mi hanno fatto tornare a casa, alla terra delle mie radici: ho ripreso a respirare l’aria della mia terra, i suoi profumi, le sue tradizioni, la sua sacralità, il suo mare. Mi mancheranno tante le passeggiate di prima mattina lungo il mare con la corona del rosario in mano e i volti dei tanti, pescatori e non, a cui auguravo e ricevevo il buon giorno. Ho ritrovato affetti, amicizie, legami a me familiari e mai cancellati. Per molti aspetti questo ritorno mi è costato, ma era la mia casa di sempre e dunque con entusiasmo, serenità, decisione, consapevolezza dei miei limiti e difetti, ho messo mano all’aratro senza voltarmi indietro. Questa serenità mi ha sostenuto anche nell’impatto iniziale che mi ha visto sfilare sulla massa mediatica con simpatici epiteti e tentativi vari di vietarmi di entrare nel luogo santo dalla porta occupata dai distesi per terra ma dalla finestra.

“In questi sei anni ho avvertito sempre una sorta di presenza dei due Arcivescovi che hanno segnato in profondità il mio itinerario sacerdotale: Mons. Andrea Cesarano, Mons. Valentino Vailati. Spesso mi sono sorpreso, soprattutto in casa, nella cappella privata dell’episcopio, come accompagnato e protetto dalla loro presenza sempre amabile e incoraggiante. Anche per questo siano rese grazie al Signore. Ora devo rimettermi in viaggio verso Lecce: la distanza è notevole, ma i cuori non si misurano in chilometri, si ritrovano sempre nella intensità degli affetti, della bellezza di incontri condivisi, di comune passione per l’avvento del regno. Il cuore di chi ama con lo stesso amore di Cristo, amatevi come io vi ho amati non soffre di sclerosi. Il cuore non dimentica: ama. Siatene certi!

“Sempre nella mia vita, nel mio servizio sacerdotale ed episcopale ho sentito, quasi come un sottofondo non invadente ma costante le parole di Gesù: anche quando avete fatto tutto quello che dovevate fare, dite: siamo servi inutili! E poiché non ho fatto tutto quello che dovevo fare, ho scelto per me un’altra definizione che rimane nei miei pensieri per me. Forse vi svelo un segreto: molti anni fa, non per una mia scelta ma per gli strani giochi della Provvidenza, avevo contratto un debito con Padre Pio. Ecco perché sono tornato qui, a casa. Penso che Padre Pio, con l’approvazione del Signore Gesù, si è accontentato solo di sei anni circa per considerare estinto il debito. Non era dunque da prolungare questa mia presenza. Perciò mi è arrivata, imperiosa e chiara, la parola del Signore: ‘Vattene dalla tua terra, vattene dalla tua casa, va a servirmi a Lecce’. E come Abramo, raccolgo il poco che mi appartiene e riprendo la mia strada , verso la terra che Lui mi ha indicato, il Salento.

“Il cuore, carissimi tutti, è lacerato più che mai. Il guaio è che il Signore anche con me ha tenuto fede alla promessa fatta per la prima volta a Israele: mi ha tolto il cuore di pietra e mi ha dato un cuore di carne. Ora vivo una sofferenza che talvolta è atroce. Mi avevano rimandato a casa, alla mia vera casa. Quale distacco. Vattene dalla tua casa. Umanamente è qualcosa di incomprensibile. Da mesi vivo nella sofferenza di un cuore malmenato, ma….devo andare e, premio all’obbedienza, vivo in una serenità crocifissa!

“Siatene certi: voi tutti, senza distinzioni di sorta, rimanete nel mio cuore. Se possibile, ve lo ripeto con l’Apostolo Paolo: fatemi posto - anche se piccolo - nel vostro cuore. Nelle prossime settimane avremo tempo e modo per guardare con speranza al futuro, ma soprattutto per non arrestare e fermare il passo, rimanendo in una sorta di snervante e vuota attesa.

"Vi dico grazie per il tanto che mi avete donato. Vi chiedo scusa per il poco che vi ho restituito.
Vi domando perdono se in qualche scelta, atteggiamento o decisione, non sono stato di buon esempio. Vi invito a continuare ad amare la Chiesa, madre a volte difficile da capire, ma sempre da amare. Vi esorto: continuate a camminare con serenità, per quanto possibile, con serenità, fidandovi del Signore che se toglie è per dare qualcosa in più.

“Spesso vi ho fatto la mia professione di amore, vera, sentita, profonda, totale. Ve la rinnovo in questo momento per me ma ne sono sicuro, anche per voi, di grande sofferenza e lacerazione ma anche di grande abbandono a Colui che mi ha scelto fin dal seno di mia madre. Restate con me! Vi porterò sempre all’altare del Signore!

“Vi voglio bene!

Manfredonia 9 aprile 2009, Giovedì Santo
Domenico Umberto D'Ambrosio, Arcivescovo


4 - Lettera ai Sacerdoti = “Fratello carissimo, è l’ultima lettera che ti scrivo come arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo. Volevo dirti ancora tutto il mio affetto, la mia gratitudine e raccontarti la mia sofferenza per una obbedienza che è la più difficile e incomprensibile della mia vita. Questa mattina pregando ho ripetuto diverse volte la parola del Salmo 118: ‘Benedetto sei tu, Signore, fammi conoscere il tuo volere’. Sì perché non sempre anche nelle nostre realtà è facile leggere il volere di Dio. Ma poiché il sì al Signore detto molti anni fa, ha riempito la mia vita della tenerezza del suo amore, ho continuato e continuerò a dire sì, fino a quell’ultimo che mi aprirà le porte del Regno per vederlo così come Egli è.

“Certo si interrompe una comunione visibile, segnata da inciampi e difficoltà, da incomprensioni, forse da qualche durezza. Mai è venuto meno in me il legame di ‘affectus sacerdotalis’ verso ciascuno di voi. Vi ho considerati sempre fratelli e amici. Ho cercato di creare uno stile di comunione e di partecipazione. Ho tentato di ascoltarvi e molte volte ho messo da parte le mie idee e i miei progetti accogliendo e riconoscendo come più giusti i vostri. Penso alla bella fatica del progetto pastorale diocesano, frutto bello e apprezzato del lavoro comune. I frutti già si vedono nell’ambito del mondo giovanile. Ora dovevamo passare al lavoro sulla famiglia. Sono certo che lo porterete avanti ben consapevoli che la famiglia, per la nostra Chiesa, è una priorità, una urgenza, una sfida da non lasciar cadere.

“Un impegno che forse non ha dato i risultati sperati è sul versante della comunione sacerdotale. Ci sono ancora molte resistenze, molti ripiegamenti, durezze, giudizi non belli e asprezze. La sforzo di accogliersi gli uni gli altri è abbastanza povero e altalenante. Bisogna che si aprano crediti di fiducia, di stima reciproca. Dobbiamo imparare a volerci bene. Dobbiamo sentire la responsabilità di essere segni e testimoni di amore rendendo credibile con la vita l’annuncio di amore che tanto volte siamo impegnati, nella fedeltà a Cristo, a dare ai fratelli.

“Vado un po’ lontano. Per arrivare a Lecce bisogna macinare molti chilometri. E’ fuori dai nostri usuali itinerari. Adesso però sapete che a Lecce c’è uno di voi. Non mi fate sentire forte la nostalgia della ‘casa paterna’ che sto per lasciare. Vi dico il grazie convinto per il molto che mi avete donato. ‘Habete me excusatum’ per il poco che vi ho restituito. Vi porterò ancora e sempre nella mia preghiera, in quel dialogo con il Sacerdote Sommo nel quale c’è posto per i fratelli.

“Il Signore sia la fonte, la forza, il sostegno del vostro ministero.

“Con un fraterno abbraccio”.

† Domenico D’Ambrosio
Manfredonia 15 aprile 2009


5 - ADDIO A MALINCUORE (Luca Pernice-OndaRadio) - Non è sembrato molto contento di abbandonare la sua terra per andare a guidare la diocesi di Lecce. Monsignor Domenico D’Ambrosio, arcivescovo di Manfredonia-San Giovanni Rotondo e Vieste. Ieri mattina, annunciando ufficialmente la sua nomina a vescovo metropolita del centro salentino, ha detto di aver risposto sì alla richiesta del Papa, ma non senza dolore. «Ho obbedito al Papa - ha detto il prelato di origini garganiche. - Accetto di andarmene a Lecce, ma con il cuore lacerato». «A Lecce - ha aggiunto il prelato ai fedeli e ad alcune istituzioni riunite nella cattedrale di Manfredonia - mi mancheranno le passeggiate con il rosario in mano salutando i pescatori pronti ad uscire in mare. Mi mancheranno i profumi le tradizioni e il mare del Gargano». Ma ha anche ribadito che alla richiesta giunta da Roma ha deciso di prendere la bisaccia e il bastone e di andare avanti per la sua strada sempre con l’amore in Dio e nella Chiesa.

Ieri mattina a salutarlo e a ringraziarlo per questi sei anni passati nella diocesi garganica nel duomo, dedicato a San Lorenzo Maiorano, c’era il prefetto della provincia di Foggia, Antonio Nunziante, il sindaco di Vieste, Ersilia Nobile, quello di San Giovanni Rotondo, Gennaro Giuliani, oltre a numerosi fedeli e ai parroci della diocesi. Tra i sacerdoti anche una rappresentanza dei frati cappuccini di San Giovanni Rotondo. E forse proprio a loro e all’ostilità ricevuta quando Papa Giovanni Paolo II lo nominò nel maggio del 2003 delegato per la Santa Sede per le Opere di Padre Pio, ieri ha ricordato anche i momenti difficili della sua nomina alla guida della diocesi garganica: "In questi sei anni molti mi hanno visto sfilare sulla massa mediatica con simpatici epiteti e tentativi vari di impedirmi di entrare nel luogo santo dalla porta. Mi chiedevano invece di entrare dalla finestra". Un riferimento che a molti è sembrato legato ai primi tesi rapporti tra il nuovo vescovo e i confratelli di Padre Pio che videro in monsignor D’Ambrosio un specie di «commissario» delle loro funzioni nella gestione della figura e delle opere del Santo con le stimmate. Ma le parole del prelato garganico si riferivano anche a tutto il clamore mediatico e giuridico in occasione della esumazione e della esposizione delle spoglie di San Pio da Pietrelcina. Ieri monsignor D’Ambrosio ha annunciato che, comunque, resterà in provincia di Foggia fino alla nomina del nuovo vescovo della diocesi garganica e andrà a Lecce sicuramente dopo la visita di Papa Benedetto XVI a San Giovanni Rotondo, prevista il 21 giugno prossimo.


17/04/2009
6 – “Accepto, in crucem” (Anna Maria Vitulano, Manfredonia.net) = Mons. Domenico D’Ambrosio ha voluto indossare l’anello di Mons. Andrea Cesarano (“che non avevo mai messo perché mi vergogno”) e la croce pettorale di Mons. Valentino Vailati (“due arcivescovi della diocesi di Manfredonia che hanno segnato in profondità il mio itinerario sacerdotale e da cui mi sono sempre sentito accompagnato e protetto”) per annunciare ufficialmente la decisione del Santo Padre di nominarlo Vescovo dell'Arcidiocesi di Lecce, in successione al Mons. Cosmo Francesco Ruppi, dimissionario per raggiunti limiti di età.

Una formalità, la prima parte, quella dedicata alla lettura dei decreti di nomina giunti dalla Santa sede durante la quale la voce del Vescovo è stata attraversata da leggere vibrazioni, segnale di un sentimento forte e delle contrastanti emozioni che stanno scuotendo il cuore di D’Ambrosio. Poco prima, la lettura di un passo della Genesi che ricordava l’esortazione del Signore ad Abramo: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti mostrerò”.

“Sono parole - ha confessato - che da mesi, da settimane, da giorni e ancor più nel momento della preghiera e delle quotidiane occupazioni, mi tornavano alla mente e risuonavano in un cuore lacerato. Strani e incomprensibili giochi dei disegni di Dio su di me mi hanno fatto tornare a casa, alle mie radici; ho ripreso a respirare l’aria della mia vecchia terra, i suoi profumi, le sue tradizioni, la sua sacralità, il suo mare; ho ritrovato affetti, amicizie e legami mai cancellati: tutto mi mancherà”.

“Per molti aspetti questo ritorno mi è costato ma era la mia casa di sempre e, dunque, con entusiasmo, serenità, decisione, consapevolezza dei miei limiti e difetti, ho messo mano all’aratro senza voltarmi indietro. E questa serenità mi ha sostenuto soprattutto nella dura fase iniziale quando mi si chiedeva di entrare nel luogo santo non dalla porta, ma dalla finestra”. “Accepto, in crucem”: “il cuore è lacerato e vivo una sofferenza che talvolta mi è atroce, ma devo andare e abbandonarmi a Colui che mi ha scelto, sin dal seno di mia madre”.

“Nelle prossime settimane avremo tempo e modo di guardare con speranza al futuro ma soprattutto per non arrestare il passo in una snervante e vuota attesa. Vi domando perdono se in qualche scelta, atteggiamento o decisione non sono stati di buon esempio. Vi invito a continuare ad amare la chiesa e a camminare con serenità, per quanto possibile, fidandovi del Signore che se toglie è per dare qualcosa in più. Restate con me, vi porterò sempre all’altare del signore, vi voglio bene”.

Al Vescovo, circondato dai sacerdoti e dai frati che operano nelle parrocchie di Manfredonia, è stato portato il saluto delle istituzioni: c’era il prefetto di Foggia, Antonio Nunziante, il vicesindaco di Manfredonia e i sindaci di Vieste e San Giovanni Rotondo, rappresentanti delle forze dell’ordine, fedeli dai cui volti traspariva amarezza.


7 - S.E.R. Mons. Domenico Umberto D'Ambrosio, LETTERA ALLA CHIESA DI LECCE - Alla Chiesa di Dio che è in Lecce.

Fratelli miei, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro , e dal Signore Gesù Cristo ( Rm 17 ). Eccomi pronto a venire a voi, mandato dal Signore che, come ci ricorda il Libro sacro, ama giocare con i figli degli uomini. È bello per me ed è stato risolutivo di una grande fatica e di una non piccola sofferenza per questa ulteriore obbedienza che mi è stata chiesta, questo gioioso e particolare modo del Signore che vuole anche me partecipe del suo progetto, quello con il quale fin dall’eternità mi ha scelto per essere santo e immacolato al suo cospetto nell’amore. Le sorprese dell’amore non finiscono mai. E voi siete l’ultima sorpresa dell’amore che Dio mi riserva da sempre. Con voi ora devo tener fede al suo progetto. Con voi, santi che siete nella Chiesa che vive in Lecce, non devo far cadere il sogno di Dio: santi e immacolati al suo cospetto nell’amore.

È strano per certi versi, secondo umane letture, quello che mi sta accadendo. Non ci si può amare se non ci si conosce. Io non vi conosco, ma già vi amo. E questo perché nella famiglia di Dio non ci sono né stranieri, né ospiti. Vengo a voi mandato dal Signore, nel suo nome, anche se tutti ben sappiamo come questa profonda verità è costretta ad ‘incartarsi’ nelle tante traversie e alchimie a cui si ricorre da chi ne ha autorità. E così la chiarezza si opacizza e chi deve vedere e scorgere la volontà di Dio è costretto ad attardarsi e a rallentare nel tentativo di decifrare gli umani equilibrismi di cui si è a conoscenza!

Tutta questa fatica è ormai superata e anche i piccoli calcoli a cui mi ha costretto il mio umano involucro, sono annullati. A colui che presiede la carità di tutte le Chiese e da Cristo Signore ha ricevuto il compito di confermare i fratelli nella fede, ho rinnovato la mia ‘obbedienza oblativà. E come un grande sacerdote in vita non compreso e ora osannato a cinquanta anni dalla sua morte, don Primo Mazzolari, ho detto il mio obbedientissimo in Cristo.

Ora con una serenità invano inseguita in questi ultimi tempi, ho ritrovato la pace, e a dispetto della crudezza della parola con cui il Signore mi ha raggiunto in questaulteriore tappa, la quarta, del mio ministero episcopale: Vattene dalla tua terra, vattene dalla tua casa….., vengo a voi pronto a mettere mano al nuovo aratro senza volgermi indietro guardando avanti per camminare con voi sulle strade meravigliose del Salento, affascinato e rapito dalla bellezza e dai ricami ricavati e intessuti nella pietra , non sorda alla intenzioni dell’ arte che qui, soprattutto nella luminosa città di Lecce, rende ancor più comprensibile l’espressione del grande e ispirato autore russo Dostoevskij: ‘La bellezza salverà il mondo…’.

Conosco la forza della vostra fede e l’impegno per fare di essa la qualità più vera di una presenza che testimoni la perenne novità di Cristo e del suo Vangelo nella nostra Santa Chiesa. Ora vengo a condividere con voi la gioia di questa fede da annunziare, da celebrare, da testimoniare.

Vengo a voi: - come servo di Cristo Signore, - come collaboratore della vostra gioia. Con l’Apostolo Paolo, in questo anno a lui dedicato, vi dico: accoglietemi e consideratemi come servo di Cristo Signore e amministratore e dispensatore dei suoi santi divini misteri. Come il Servo non griderò né alzerò il tono ma proclamerò il diritto con verità e, di certo, per amore del mio popolo non tacerò. Aiutatemi a far si che risulti costantemente fedele e irreprensibile in questo ministero. Continuerò a mettermi in religioso ascolto della Parola del Signore e la dirò a voi, attento e vigile nell’evitare un rischio sempre in agguato per noi uomini della Parola: quello di diventare cane muto e sentinella addormentata.

Vengo per gustare la ricchezza e la maturità della vostra fede, per camminare con voi con lo sguardo rivolto a Colui che ci dà forza: Cercate le cose di lassù, ma con i piedi saldamente per terra perché non mi sfuggano le attese e i bisogni di tutti e di ciascuno di voi che il Signore ora consegna alla mia fragile persona che sente come, nonostante questa debolezza, posso e potrò tutto in Colui che mi dà forza.

L’essere servo è il connotato più vero e più appropriato per un pastore. Ecco perché come l’Apostolo Paolo vi dico che non potrei e non intendo fare da padrone sulla vostra fede. Desidero essere soltanto collaboratore della vostra gioia, la gioia dell’essere figli di Dio, dell’essere amati da Lui. La visita del Santo Padre a San Giovanni Rotondo il prossimo 21 giugno, mi impedirà di correre a voi come è mio e certamente anche vostro desiderio.

Ora però, per un po’, è necessario per voi e per me l’esercizio della virtù della pazienza che non morde i freni né scalpita, ma sa attendere. Impiegherò questo tempo per fare un corso accelerato di formazione e informazione sulla nostra Chiesa, su di voi, per conoscere se non i volti di tutti, il nome e il ministero di voi tutti, cari fratelli presbiteri, sì che giungendo tra voi mi sentirò a casa e voi avvertirete l’amore già saldo del pastore che il Signore manda per crescere insieme nella verità e nella carità. Potete però essere certi: già siete la mia famiglia, già siete a pieno titolo e ormai (da molte settimane!) in pianta stabile nella mia preghiera. Perciò se potete fatemi posto nel vostro cuore.

Un saluto grato, fraterno, affettuoso all’Ecc.mo Mons. Cosmo F. Ruppi che a lungo ha guidato con saggezza, con forza, con lungimiranza, con amore ed anche con qualche sofferenza, questa nostra Chiesa. Gli strani giochi della Provvidenza! Per la seconda volta succedo a lui alla guida di una Chiesa! Continuerà a seguirci con la sua preghiera e con il suo amore, ne sono certo. Ora prende il posto di Mosè sul monte: con le braccia alzate per invocare e intercedere per tutti noi.

Su tutti voi imploro la grande e feconda benedizione del Signore Gesù, il Risorto

vostro
† Domenico D’Ambrosio
S.E.R. Mons. Domenico Umberto D'Ambrosio

8 - IL MINISTRO PROVINCIALE DEI CAPPUCCINI A D'AMBROSIO = E' stato di 'cordiale e operosa collaborazione' il 'clima' che ha contraddistinto i rapporti tra l'arcivescovo di Manfredonia, Monte Sant'Angelo e San Giovanni Rotondo, mons. Domenico D'Ambrosio e i frati cappuccini nei sei anni in cui il presule, dal prossimo giugno arcivescovo di Lecce, ha guidato la Chiesa sipontina. Lo sottolinea in una nota il ministro provinciale dei Frati minori cappuccini della provincia religiosa Sant'Angelo e Padre Pio, frate Aldo Brocccato. 'La dedicazione della chiesa intitolata a San Pio da Pietrelcina (primo luglio 2004) - spiega, - il cinquantesimo anniversario dell'inaugurazione di Casa sollievo della sofferenza (5 maggio 2006); il pellegrinaggio a Roma di tutte le opere di san Pio da Pietrelcina per la messa del segretario di Stato, card.Tarcisio Bertone, e l'udienza di Papa Benedetto XVI (14 ottobre 2006); l'esumazione, la ricognizione canonica e l'esposizione alla pubblica venerazione del corpo di san Pio da Pietrelcina (2 marzo e 24 aprile 2008); l'organizzazione dell'accoglienza dei pellegrini in occasione della prossima visita di sua santità, papa Benedetto XVI, a San Giovanni Rotondo (21 giugno 2009); la rubrica settimanale 'Il Signore dei giorni' su Tele radio Padre Pio costituiscono solo alcune delle visibili circostanze di concorde azione pastorale'. Frate Broccato esprime 'gratitudine a mons.D'Ambrosio per gli anni di proficua sintonia con i Frati minori cappuccini nella stima e nell'affetto reciproco e la sua personale tristezza per l'interruzione di un percorso di condivisione della responsabilità pastorale dei luoghi di San Giovanni Rotondo, santificati dalla presenza di san Pio da Pietrelcina'. L'esponente dei Cappuccini si dichiara 'fiducioso e certo che il santo padre, che ha donato alla Chiesa di Lecce un valente pastore, saprà scegliere un altrettanto valido successore di mons.D'Ambrosio per la cattedra che fu di san Lorenzo Maiorano'.

 Redazione

 

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  Commenti dei Lettori:

-- 16/04/2009 -- 09:29:31 -- Actarus

Le promozioni fanno sempre piacere! Quando poi sono dettate da un disegno divino, come in questo caso, ci inorgogliscono ancora di più! Pertanto auguro tutto il bene possibile al nostro concittadino don Mimì, chiamato ad operare lontano dalla sua terra.

-- 22/04/2009 -- 09:26:27 -- TERESA MARIA

L'arcivescovo d'Ambrosio ha sempre sostenuto, dal 2002, la battaglia del Centro Studi Martella per far tornare l'abbazia di Kàlena all'antico splendore. Durante il commiato alla Madonna di Loreto, l'arcivescovo ha ribadito il suo rammarico, lanciando l'ennesimo appello alle Istituzioni locali! Kàlena ... ... è ancora lì, sgarrupata! Temo che la nostra battaglia, con la sua partenza, perderà molto. Nonostante il nostro continuo battage mediale e di sensibilizzazione, nonostante il vincolo integrale della Soprintendenza anche per l'area circostante, non si vede un barlume di luce riguardo ai finanziamenti per il restauro della millenaria abbazia di Kàlena. In area Vasta Capitanata 2020 non è stata inserita tra le priorità di Capitanata. Si è posizionata solo al 31mo posto! Che vergogna! Ora speriamo soltanto in un'iniziativa autonoma della Regione Puglia!

 
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