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11/04/2009

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PATHOS!

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Aleggia sull’intera zona vecchia. Meglio antica. Dal vicolo del castello normanno-svevo-aragonese filtra il primo canto, dolente. Della prima Confraternita. Spuntano le prime casacche bianche, merlettate, dei confratelli: abiti algidi, copricapo orientali, corone di spine a cingere la fronte. Seri, compunti (qualche sbavatura, ogni tanto, di chi necessita di stemperare la tensione, tanta, di questi ultimi giorni, dolori coincidenti), avanzano lenti. Dietro di loro il Cristo morto e l’Addolorata che lo segue, entrambi circondati dalle pie donne.

Pathos!

Altre Congreghe, cinque in tutto come le Cinquecroci che stanno per raggiungere, nel rione del Carmine. La tradizione che si rinnova, profonda… sentita… sconcertante… biblica… rabbrividente in alcuni passaggi. Quello delle soste davanti a ciascuna delle Croci, e quello del canto corale nella chiesa di San Giuseppe, a pochi passi da Vicolo del Bacio. Morte e Amore che si sposano in eterni, perenni connubi. E quello della terra che trema al termine del canto pronto a sostituirti il sangue nelle vene.

Pathos!

Ancora e tanto. Immenso. Valanghe di emozioni che spingono a riflettere, sollecitano, frustano, demoliscono orpelli d’ignoranza e spocchiosità, ridimensionano. L’immensità del dolore di una Madre per un Figlio proiettato nel futuro. Il dolore di tutte le madri del mondo. Il dolore delle madri abruzzesi che hanno appena perso il proprio figlio. Il dolore di chi non vuol soffrire dolore. Il dolore di chi rifiuta il dolore e se lo ritrova dietro l’angolo a ogni pulsare di vena. Il dolore di chi procura dolore. Il dolore di chi rifugge il dolore altrui e si scopre a combattere il proprio subito dopo. Il dolore di un mondo che non sa o finge di non sapere, e persevera nella produzione del dolore.

Pathos!

Si muove greve e strisciante, sui crani sollevati a superare lo scoglio di altri crani che vogliono assistere alla drammatizzazione del dolore. Volteggia nell’atmosfera gravida di sofferenza e simile a una spirale pazza nella sua sobria saggezza avvolge e stravolge. Anche chi sia aduso a certi cerimoniali non si ritrae dal partecipare alla sacralità della manifestazione vichese e chi non la conosca affonda in pozzi di scienza e cultura ai quali ha deciso di abbeverarsi, alla ricerca di nuove energie. E segue con occhio sfibrato dall’emozione la tragedia dell’Uomo mutuandola in mille, milioni, miliardi di tragedie simili, per non dire uguali.

Pathos!

Su vicoli e strade, slarghi e prosceni, sagrati e scalinate, mura e cemento, pietra e marmi. Pathos nel cuore, pathos nella mente, pathos nell’anima. Pathos nella gente che torna alle proprie case, abbeverata da fonti inesauribili che appaiono inaridite dall’indifferenza mentre subito dopo tornano a incrementarsi e risorgere. Pathos nella giornata di ieri-domani, a scavalco di un giorno mediano pronto alla riflessione, dal venerdì alla domenica che segnerà il mistero dei misteri e puntuale ogni anno torna a cristallizzare la condizione dell’umanità scossa dai suoi mille problemi.

Piero Giannini

 Redazione (foto Dakko)

 

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