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06/04/2009

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VICINI AI CUGINI ABRUZZESI

Clicca per Ingrandire Per come apprezziamo le moderne tecnologie che ci portano il mondo in casa, così le malediciamo – e non è esagerazione – quando ci riversano negli occhi scenari di morte e distruzione. Scriviamo da una terra, il Gargano, che vive da sempre con la spada di Damocle del terremoto. Qualcuno lo abbiamo anche vissuto in prima persona, fuggendo, di notte, dalle nostre case, allontanandoci velocemente dalle nostre cose, abbandonando precipitosamente le memorie racchiuse nei nostri mobili, i nostri tendaggi, le nostre pareti. Sappiamo… sappiamo… sappiamo… cosa vuol dire tremare di terrore quando i pavimenti ti ballano sotto i piedi, i muri danzano avvicinandosi e allontanandosi, e i soffitti minacciano ogni secondo l’esistenza in vita. E ogni volta la fortuna ha voluto che tutto si risolvesse con tanta paura e un tremito nelle membra che ci ha lasciato solo dopo svariati mesi.

Stavolta è toccato alla terra d’Abruzzo, una terra in cui sono ramificate con prepotenza e spessore alcune delle nostre più valenti radici. Solo pensando al vocabolo “transumanza”, arriva il suggerimento intorno a quanti matrimoni si siano officiati tra i dannunziani pastori di quei monti e le fertili donne del Promontorio, quante esistenze si siano strette rinsaldando vincoli di sangue nuovo e schietto. Una stretta parente di nostra moglie era nipote di uno di questi uomini venuti dalle forti montagne aquilane e ne sondammo la saldezza del carattere, la vivacità del temperamento, la consistenza dei valori umani nella loro gamma più ampia.

Il Gargano, terra sismica, non può non essere vicino alla terra d’Abruzzo. I suoi abitanti non possono non rabbrividire coi cugini abruzzesi. Sono con loro in questi momenti di confusione, di soccorsi, di dimostrazione di valenza della nostra Protezione Civile, che il premier italiano definisce la migliore d’Europa. E coi cugini, tutti quei giovani garganici, studenti, che frequentano le università di l’Aquila (crollata un'ala della locale casa dello studente) e Chieti. E così il tremito torna ad aggredire le carni e la memoria va ai nostri lunghissimi istanti di panico.

Non si prevedono, i terremoti, nessuno può stabilire dove e quando avverranno, e chi lo tenta, come Giampaolo Giuliani, ricercatore dei laboratori del Gran Sasso, che aveva lanciato l'allerta scatenando la psicosi (“Ci sarà un sisma disastroso”) viene catechizzato e denunciato per procurato allarme. Non può prevedersi se non a grandi linee, quelle stesse linee legate a filo doppio con la deriva dei continenti, l’antica Pangea che continua a sgretolarsi allontanando le sue piattaforme l’una dall’altra. Purtroppo, il Meridione dello Stivale si trova sul confine delle due zolle tettoniche più “vivaci” e la nostra personale spada di Damocle rimarrà sempre attiva e minacciosa sulle teste della gente del Sud.

Che Dio ce la mandi buona. Per i cugini abruzzesi, finiti sotto le macerie, non è andata così.

Piero Giannini

 Redazione

 

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