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10/01/2009

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I MINI-RACCONTI DI SCERBANENKA

Clicca per Ingrandire Ho appena chiuso la porta e la mano si muove ancora nel meccanico movimento di chi scuote una sigaretta di continuo, quando quella strana sensazione di essere nuovamente seguita mi pervade. La bocca chiusa in modo ermetico non lascia entrare né uscire l'aria che con la tramontana continua a schiaffeggiarmi facendomi quasi male. I piedi, che non sento più, si staccano dal pavimento e come naturali appendici delle gambe le seguono passo dopo passo, non so dove né in quale direzione, ma in un tempo relativamente breve mi portano fino all’auto parcheggiata in un angusto vicolo proprio difronte alla casa di una lontana parente.

Lì, con impensabile destrezza, visto il tremolio delle mani, infilo al primo colpo la chiave nella portiera destra, lo sportello si apre e io, come se a fianco ci fosse il conducente, mi siedo e con un grosso respiro riapro la bocca dopo aver abbassato il nottolino che blocca tutte e quattro le portiere. I respiri sono possenti e veloci, quasi come dopo un bel tuffo, quando riemergi con la sola faccia e riprendi a respirare, o nel momento cruciale dell’amore, ma l'enorme peso che si appoggia sullo stomaco e in parte anche sul petto mi lascia quel senso di fatica che so già sarà compagno dei giorni a venire… se ce ne saranno.

Dopo qualche minuto riesco a muovere gli occhi, poi, con maggior fatica, anche la testa: non c'è nessuno. Passo alla guida. La macchina stranamente parte al primo colpo. La retromarcia mi porta tre forse quattro metri indietro poi subito in seconda scende giù per due chilometri verso la casa di Jean. La macchina sportiva che mi precede lentamente mi dà sicurezza, almeno fin quando una moto con due persone a bordo non accosta e quella seduta sul sedile posteriore, con estrema naturalezza, estrae un'arma, la punta e spara. L'arma? Non saprei descriverla, d'altra parte non ne ho mai vista una da vicino, ma il rumore assordante mi sorprende, poi un forte calore alla testa e alla spalla mi fanno perdere il controllo dell'auto che semplicemente si adagia contro un muretto di pietre.

Pur sapendo perfettamente cosa mi sia accaduto, non riesco a capire come possa trovarmi lì, con copiose lacrime di sangue che colano come lava da cratere sulla fronte, sugli occhi spalancati, il naso e infine la bocca, dove ne sento lo strano gusto dolciastro e nauseante allo stesso tempo. Le mani si dirigono al fianco sinistro dove ho sentito il primo lancinante dolore. Anche lì trovano sangue, la cui provenienza non ho ricercato, ma al tatto quella poltiglia appiccicosa e calda, mescolata a schegge di vetro sparse su quasi tutto il corpo, rendono ancora più acuto il senso di nausea.

Il primo segnale arriva dall'esterno dell'abitacolo ed è un incessante abbaiare. Per la prima volta in vita mia non ho paura. Qualcuno scenderà per andare alla Marina, penso. Mia madre… come verrà a saperlo? Poi non penso più, né mi pongo altre domande. Sento un ultimo rumore: un forte strattone allo sportello e alcuni spari mi annullano per sempre la possibilità di sapere perché… e chi.

Scerbanenka

 Redazione

 

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