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01/01/2009

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HA ANCORA UN SIGNIFICATO AUGURARSI BUON ANNO?

Clicca per Ingrandire Rose di fuoco multicolore sull’intero orizzonte. Dai Castelli Romani, guardando verso la Capitale, nella notte più particolare dell’anno vanno in fumo migliaia di euro pirotecnici. Il popolo erede del Marchese del Grillo esulta. E la crisi? Lo spettacolo è degno della “Caput Mundi”, i tempi no. Quei fiori variopinti che si aprono lontano, all’altezza degli occhi per quanto siamo in alto, appaiono tanti schiaffi alla miseria e ai desideri non soddisfatti.

Gli stessi che ci auguriamo nel preciso istante di una nuova Mezzanotte pronta ad affacciarsi sull’ennesimo anno. Mentre ci rendiamo malinconicamente conto che sono i medesimi dell’anno passato, e di due, quattro, cinque, dieci, quaranta anni fa: disattesi o solo in minima parte esauditi. E non è ingratitudine verso la vita o mancata riconoscenza per quanto ci abbia regalato o abbiamo conquistato con fatica e caparbietà, ma fredda costatazione di fatto.

Allora il pensiero va veloce a nuovi desideri, mai espressi o appena sfiorati, timorosi di rivelarli per scaramanzia o eccesso di sfiducia. E alle persone con le quali li hai appena affrontati, quasi tangendoli, preoccupato della loro portata, e rapportandoli ad altri simili ma di minore spessore che (forse) sei riuscito a concretizzare.

Le case al di qua dell’orizzonte infuocato e palpitante di stelle artificiali, poste fra il nostro presente incerto e il domani auspicato dalla corona di costose pirotecnie, ce ne offre lo spunto: villette a due piani di un supercondominio immerso nel verde di abeti scandinavi, cipressi bolgheriani, pini a ombrello tipici dell’agro pontino, contenuti edifici indipendenti l’uno dall’altro eppure legati da un sottile filo catalizzatore che si rinsalda quando c’è da difendersi da calamità insospettate e impreviste.

Ciascuna nella propria autonomia, eppure pronte a trasfigurarsi in un blocco unico d’intenti volto a debellare l’avversario del momento. Una microsocietà rinsaldata da leggi non scritte e regole dettate dal vivere civile e dalle eredità latine ancora presenti nei codici genetici. Valve di mitili preparate a spalancarsi all’arrivo di purificanti ondate di alimenti, ma altrettanto svelte a richiudersi di fronte a una minaccia, all’unisono, come organi di un identico corpo attivati da inequivocabili segnali di pericolo.

In tale microcosmo che lega il personale presente al domani beneaugurante, il vocabolo “condominio” ci ha divelto dalle segrete della memoria la figura di colui col quale osammo parlarne, colui del quale non pochi oggi si riempiono la bocca forse senza neanche averlo conosciuto. “Perché CITTAGARGANO e suoi RIONI, perché partire così sparati, con modalità un po’ megalomani. Lìmitati a pensarla in maniera più ristretta... un condominio, a esempio”.

Filippo guardò nella nostra direzione, con quello sguardo che trafiggeva per leggerti dentro, poi voltò il capo sulla sinistra, verso l’ampia finestra della sua presidenza scolastica rodiana. Il preside Fiorentino, conosciuto di persona non più tardi di una mezzora prima, non aveva perso tempo ad affrontare e mettere in discussione il suo “sogno” con chi sapeva lo avrebbe caldeggiato (pur non spiegandoci, noi, il nostro coinvolgimento in un tema soltanto a lui, in quel segmento di vita, molto caro) ma non aspettandosene un “ridimensionamento”: CONDOMINIO invece di CITTA’!

E non lo accettò. Tornò a girare il capo verso di noi e lo scosse da sinistra a destra. “Dobbiamo pensare in grande!” spiegò, motivandone il diniego. “Lo abbiamo fatto, se lo abbiamo fatto, finora, e non è sortito nulla. Adesso si deve pensare in grande! Mirare alto per essere sicuri di riuscire a colpire nel segno. La parabola di un obice che vada a bersaglio certo”.

Insistemmo, noi. “Comincia a tessere il tuo ‘fil rouge’ con i paesi della costa: da Manfredonia a Lesina - e già sono troppi - poi, gradualmente, monitorato l’esito, calamita gli altri, gli interni, per spostarti infine sulla fascia di confine col Tavoliere”.

Insistette, lui. “O tutto, o niente!”

Erano i primissimi Anni Ottanta. Lui se n’è andato, e a tre decenni di distanza ci troviamo ancora a... niente! Qualche tentativo, qualche esperimento, poca sostanza. Di fronte, il più classico dei muri di gomma. La solita solfa, gli identici “distinguo” di sei lustri orsono, le medesime lotte intestine, lo stesso provincialismo dell’epoca. Chi punta i piedi lo fa a suo rischio e pericolo, correndo un’alea forgiata nell’indifferenza, nella superficialità o, peggio ancora, nella spasmodica “cultura della coltura” del personale orticello.

Scontri di mentalità feudali, duelli borbonici venati di edonismo, riesumazione di catacombali sentenze (“Che sia Francia che sia Spagna, l’importante è che si magna”), riammodernato disseppellimento di labari dietro cui celare i propri egoismi, acredine frammista a invidia e gelosia del successo altrui.

Il segno, tangibile per i più sensibili, dell’impronta fiorentiniana si è slabbrato col tempo, l’orma sta diventando sempre più labile e non vediamo nessuno che possa ricalcarne il sentiero indicato con tanta lucidità e intelligenza. Del senno di poi sono piene le fosse: chissà cosa sarebbe successo se invece di CITTA’ si fosse pensato a iniziare con CONDOMINIO. Che, poi, è lo stesso come dire: chissà cosa sarebbe accaduto se Filippo Fiorentino non fosse morto!

Piero Giannini

 Redazione

 

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