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21/08/2008

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DAI TONI GRAVI AL FALSETTO… “ARABEGGIANDO” (7.a puntata)

Clicca per Ingrandire Matteo Salvatore possedeva e usava una vocalità particolarissima, in grado di passaggi vorticosi dai toni gravi al falsetto attraverso reminiscenze, si direbbe, arabe. Ne “Lu pecurere” (Lu pecurere pe li murge vaje / a pasculà le pecore) la voce si avvita in un melisma che fa pensare alla leggendaria nota blu. E’ sinceramente impressionante e distante anni luce dal vigore un po’ greve dei pur grandissimi cantori popolari del sud (Rosa Balistreri, Cicciu Busacca). Per dirlo in una parola Matteo Salvatore non è un cantastorie: egli è un grande lirico.

Ecco, non vorrei fosse un’ennesima forzatura, ma a me piace pensare Matteo Salvatore come un bluesman leggendario, un Blind Lemmon Jefferson pugliese. Anche biograficamente: la maggior parte dei bluesman erano personaggi violenti e incontrollabili; la carriera di Matteo fu precocemente spezzata dagli anni passati in carcere in seguito all’assassinio della sua compagna Adriana Doriani nel 1973.

Il silenzio che negli ultimi anni si fa intorno a questa vicenda è rivelatore di un atteggiamento moralistico e falsificante tipico dell’Italia, dove si tiene il parente strambo chiuso in cantina, anche se il parente è Van Gogh (o Ligabue), dove c’è sempre stata una particolare difficoltà nel confronto fra arte popolare e intellighenzia, dove si può accettare un cantore popolare come una curiosità antropologica, sociologica, dove si considera sempre la sua opera una sorta di materia grezza a cui attingere, ma dove si fa fatica ad ammettere che l’arte conosce strade che a volte passano lontanissime non solo dalle accademie, ma anche semplicemente dalle scuole elementari o dalle nostre vite “rispettabili”.

L’America in questo senso è stato un porto più franco in cui nessuno si stupisce del rapporto strettissimo fra le figure leggendarie del Blues (Leadbelly, Robert Johnson) e i cantautori moderni (Dylan, Springsteen). Per quanto acciaccato ha voluto cantare fino all’ultimo: il 29 luglio scorso (2005; ndr), a Loano, Enrico Deregibus e John Vignola gli avevano conferito un premio nell’ambito del festival della musica popolare. E’ stata la sua ultima esibizione. Prima di questa il Club Tenco, Otello Profazio, Eugenio Bennato, Daniele Sepe, Teresa De Sio, Vinicio Capossela e qualche altro avevano fatto il possibile per alleviare a questo maestro la durezza di una vecchiaia povera.

E’ però mancata un’attenzione delle istituzioni culturali (l’unico documentario sulla sua vita è di produzione francese), mancano pubblicazioni serie su di lui, a parte un recente racconto/autobiografia della benemerita Stampa Alternativa, curata dall’ancor più benemerito Angelo Cavallo (che lo ha accudito come un fratello fino all’ultimo respiro); manca tuttora (vergogna!) una ristampa in CD della gran parte dei suoi dischi.

Noi restiamo con il rimpianto di non aver parlato abbastanza e correttamente di questo meraviglioso artista. Io resto con il piccolo personale rimpianto di non aver fatto prima l’articolo su di lui, e sì che me l’ero ripromesso (e in parte l’avevo già scritto) dall’alba di questa rubrica. Invece, come nella peggiore tradizione, che vuole veder celebrati i grandi artisti in occasione o a partire dalla loro scomparsa, eccomi a versare le lacrime tipografiche del coccodrillo medio.

Ma al di là di ogni considerazione di carattere sociale, morale o personale, l’occasione è buona per cominciare a fare un po’ di chiarezza sul suo lascito. Matteo è stato un grandissimo poeta, portatore e rielaboratore di una cultura ‘altra’, che, nonostante i tentativi di sotterramento della nostra società globalizzata, giunge ancora a scuoterci dalla notte di Orfeo.

Alessio Lega

 www.alessiolega.it

 

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