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19/08/2008

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I SUOI PERSONAGGI NON SI PRESENTANO (5.a puntata)

Clicca per Ingrandire Comporre cantando? Bisogna riflettere a quest’ambiguità di cui lui si servì, ma a cui molti vollero credere: Matteo inizia a scrivere canzoni popolari su commissione, egli di suo è voce, canto; il termine “scrivere” sarebbe già del tutto improprio nel suo caso visto che compone cantando. La percezione che si avrà per anni di Matteo come portatore, cioè memoria vivente ed esecutore di materiale popolare, è una falsificazione. Troviamo il suo repertorio inserito nelle grandi collezioni di Folk anni ’70 (dai Dischi del sole in poi), ma Matteo è un poeta, un musicista, popolare certo, ma raffinatissimo sia nei versi che nelle melodie.

Se le prime canzoni che registrerà conterranno stucchevoli ritornelli di becera comicità, ben presto avviene in lui una sorta di purificazione: Matteo Salvatore diventa il medium del dolore secolare di un popolo, la sua opera assume carattere di grande affresco. Non vi è riflessione, le canzoni non “parlano di”, nemmeno, per intenderci, attraverso l’umanissimo filtro dell’immedesimazione deandreiana; sono proprio i personaggi che, senza presentarsi, si esprimono per voce di Matteo, di modo che l’esperienza della miseria faccia da sfondo a un discorso che ha le parole della vita di tutti i giorni.

Nella canzone “Lu furastiero” non viene raccontata in modo esplicito la tragedia degli stagionali: uomini che vagavano a piedi per i paesi del Gargano e del Tavoliere, prestandosi alla massacrante raccolta dei pomodori, riposando poche ore a terra sull’aia, guardati in cagnesco dai lavoratori del posto, i cui salari da fame venivano ulteriormente ribassati per l’enorme offerta di braccia; nella canzone tutto ciò è un non detto. Nient’altro che l’impressionistica descrizione di un notturno in cui il forestiero, stremato, dorme: “Lu furastiero dorme stanotte sull’aia / Dorme sull’aia alla frescura / E pe cuperta la raccanella / E pe cuscino la sacchettola”.

La dolcezza struggente della melodia, la nettezza diamantina dei versi fa di questo, come di quasi tutti i canti di Matteo Salvatore, una specie di Lied dialettale, un concentrato inestimabile di concisione e follia. Le parole di queste canzoni non potevano, come abbiamo detto, essere scritte perchè Matteo non sapeva scrivere (se non con estrema difficoltà e già in età avanzata), dunque sono canzoni che nascono senza mediazione letteraria, “dal” e “per” il canto.

Questo, si sa, è un tratto della musica popolare o più in generale della cultura orale, ma la caratteristica specifica di Matteo sta nella misura, nel raccoglimento, nel controllo. L’arte tutta di Matteo Salvatore poggia su un carattere di forte astrazione, cosa tanto più rara nella tradizione meridionale o mediterranea. Le sue canzoni, da questo punto di vista, potrebbero essere accostate a certi canti del De André degli ultimi dischi (quello di “Da me riva”, o di “Ho visto nina volare”) e, un po’ più logicamente, le sue melodie accostate a certe melodie belliniane o para-belliniane (certamente Matteo conosceva “Fenesta ca lucivë”).

Alessio Lega

 www.alessiolega.it

 

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